Parola silenziosa

Abba Isaia disse: “La sapienza non consiste nel parlare; la sapienza sta nel sapere in quale momento parlare. Taci con conoscenza e parla con sapienza. Rifletti prima di parlare e rispondi quello che conviene. Sii ignorante con conoscenza per sfuggire a molte pene. Chi si mostra sapiente accumula pene su di sé. Non vantarti della tua conoscenza, perché nessuno sa qualcosa; ma la perfezione suprema è disprezzare se stessi, ed è cosa buona essere al di sotto del prossimo e tenersi stretti alla divinità”.

Dai detti dei Padri del deserto

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Carciofi a spezzatino

I “Cacocciuli a pizzuddicchia” sono un secondo piatto veramente gustoso a base di carciofi che veniva preparato dalle classi sociali più povere ad imitazione della carne a spezzatino preparate con cipolle, pomodoro ed altri ingredienti semplici.

Ingredienti per  4persone

  • 8carciofi
  • 2 cipolla
  • 1 limone
  • 1 ciuffo di prezzemolo
  • olio EVO
  • sale
  • pepe
  • Salsa di pomodoro pelati q.b
  •  2 Patate
  • mezzo bicchiere di vino

Procedimento:

Per prima cosa, puliamo i carciofi eliminando le foglie più dure e tagliando le spine. Con il coltello, eliminiamo il fieno all’interno. Prendiamo una ciotola grande e poniamo acqua e limone. Tagliamo i carciofi a tocchetti e mettiamoli in acqua.

Prendiamo una pentola, mettiamo olio e tagliamo le due cipolle. Lasciamo soffriggere le cipolle con le patate e i carciofi. Sfumiamo con mezzo bicchiere di vino. Aggiungiamo  il pomodoro pelato, il sale, il pepe e allunghiamo con acqua. Mescoliamo di tanto in tanto. lasciamo cuocere a fiamma media fino a quando con una forchetta carciofi e patate non risulteranno morbidi.

Buon appetito!
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Sul discernimento

 

 

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Discernimento spirituale. Espressione ormai non più estranea al vocabolario quotidiano dei cristiani, ma il cui uso sovente rivela che come il reale significato resti sostanzialmente oscuro: si direbbe che se ne parla senza volerlo davvero conoscere…

Nel vocabolario paolino l’espressione «discernimento degli spiriti» (diákrisis pneumáton: 1Cor 12,10) indica la capacità, per dono di Dio, di distinguere ciò che lo Spirito santo suggerisce al cuore del cristiano. In altre parole, il discernimento è il senso interiore delle cose, la pronta e vigile capacità di capire e scegliere ciò che è bene in ogni situazione, di «valutare ciò che è meglio» (Fil 1,10): esso nasce dall’azione dello Spirito nel cuore dei cristiani (cf. 1Gv 2,20.27), Spirito che si unisce al nostro spirito. Il discernimento spirituale non può dunque essere considerato alla stregua di una tecnica o di una «ricetta» predefinita, ma è la grazia di una conoscenza affinata e critica, proveniente da una luce interiore, ispirata e sostenuta dalla Parola di Dio.

Essere intelligenti, esercitare un giudizio, mettere in atto tutte le proprie facoltà intellettuali è dono e responsabilità. Si tratta di un lavoro indispensabile nella vita spirituale, per «discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, gradito e maturo» (Rm 12,1), per «distinguere il bene dal male» (Eb 5,14); è quell’operazione preventiva di provare, esaminare se stessi e il proprio comportamento (cf. 2Cor 13,5; Gal 6,4) oppure «gli spiriti» (1Gv 4,1), per non consegnare la fede a qualsiasi pretesa ispirazione. La vita infatti è complessa, sempre esposta al male e al bene, tentata dal Divisore e nel contempo attirata dalle energie dello Spirito santo. Immerso in questo contesto, il cristiano è chiamato quotidianamente a scegliere un’azione piuttosto che un’altra, ad accogliere o rifiutare una chiamata. Proprio qui si situa la necessità del discernimento, carisma che va invocato, custodito e costantemente affinato; fino a possedere, se Dio lo concede, quella chiaroveggenza spirituale che è vera partecipazione allo sguardo di Dio sugli uomini, sulle cose e sugli eventi, attraverso un progressivo cedere alla sua grazia che ci attira.

Esaminando più da vicino l’operazione del discernimento spirituale, va ricordato che il cristiano, abitato dallo Spirito santo, deve imparare a riconoscerne la presenza. Occorre allora distinguere tra le pulsioni, le suggestioni – quelli che la tradizione cristiana ha definito loghismoí, «pensieri» – e la voce personalissima, discreta eppur sperimentabile, dello Spirito santo, amore di Dio in noi. In altri termini: credo o no che Gesù Cristo abita in me (cf. 2Cor 13,5)? Ho consapevolezza di essere tempio dello Spirito santo (cf. 1Cor 6,19)? E in questa adesione profonda, unita a una perseverante invocazione dello Spirito, so riconoscere che in me abita anche un’altra forza, quella del male, che mi spinge alla tentazione e vorrebbe indurmi ad acconsentirvi (cf. Rm 7,18-23)?

Questo discernimento di fondo diviene necessario di fronte alle singole decisioni, alle precise scelte da compiere, soprattutto quando impegnano la forma da dare alla nostra vita. I nostri desideri più profondi e persistenti, i nostri cammini di ricerca della felicità abbisognano più che mai di essere passati al vaglio. Anche in questo caso il discernimento è operazione delicata e difficile, che sempre andrebbe affrontata con l’aiuto di qualcuno che, da vero “spirituale”, sappia insinuarci «santi sospetti» o confermare i segni dello Spirito… E qui si comprende che il discernimento non è solo un’operazione individuale, ma può e deve diventare anche evento comunitario, ecclesiale, fino a saper discernere, tutti insieme, «i segni dei tempi» (Mt 16,3) e a saper distinguere i veri profeti dai falsi (cf. Mt 7,15)…

Se ciascuno di noi e la chiesa nel suo insieme sapessimo esercitare meglio il grande dono di Dio del discernimento, forse molte vocazioni sarebbero più feconde, la vita ecclesiale sarebbe più ricca di doni e meno conflittuale, la carità risplenderebbe in tutto il corpo ecclesiale e nella compagnia degli uomini. Quando però nella chiesa non si esercita il discernimento, allora occorre denunciarlo con chiarezza: la Parola di Dio rimane distante e incapace di ispirare la vita dei cristiani, i quali non sono più sotto la guida dello Spirito, ma camminano come ciechi, senza sapere dove andare.

Enzo Bianchi

 

Come vivere la Quaresima

 

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Ogni anno ritorna la quaresima, un tempo pieno di quaranta giorni da vivere da parte dei cristiani tutti insieme come tempo di conversione, di ritorno a Dio. Sempre i cristiani devono vivere lottando contro gli idoli seducenti, sempre è il tempo favorevole ad accogliere la grazia e la misericordia del Signore, tuttavia la Chiesa – che nella sua intelligenza conosce l’incapacità della nostra umanità a vivere con forte tensione il cammino quotidiano verso il Regno – chiede che ci sia un tempo preciso che si stacchi dal quotidiano, un tempo “altro”, un tempo forte in cui far convergere nello sforzo di conversione la maggior parte delle energie che ciascuno possiede. E la Chiesa chiede che questo sia vissuto simultaneamente da parte di tutti i cristiani, sia cioè uno sforzo compiuto tutti insieme, in comunione e solidarietà. Sono dunque quaranta giorni per il ritorno a Dio, per il ripudio degli idoli seducenti ma alienanti, per una maggior conoscenza della misericordia infinita del Signore.

La conversione, infatti, non è un evento avvenuto una volta per tutte, ma è un dinamismo che deve essere rinnovato nei diversi momenti dell’esistenza, nelle diverse età, soprattutto quando il passare del tempo può indurre nel cristiano un adattamento alla mondanità, una stanchezza, uno smarrimento del senso e del fine della propria vocazione che lo portano a vivere nella schizofrenia la propria fede. Sì, la quaresima è il tempo del ritrovamento della propria verità e autenticità, ancor prima che tempo di penitenza: non è un tempo in cui “fare” qualche particolare opera di carità o di mortificazione, ma è un tempo per ritrovare la verità del proprio essere. Gesù afferma che anche gli ipocriti digiunano, anche gli ipocriti fanno la carità (cf. Mt 6,1-6.16-18): proprio per questo occorre unificare la vita davanti a Dio e ordinare il fine e i mezzi della vita cristiana, senza confonderli.

La quaresima vuole riattualizzare i quarant’anni di Israele nel deserto, guidando il credente alla conoscenza di sé, cioè alla conoscenza di ciò che il Signore del credente stesso già conosce: conoscenza che non è fatta di introspezione psicologica ma che trova luce e orientamento nella Parola di Dio. Come Cristo per quaranta giorni nel deserto ha combattuto e vinto il tentatore grazie alla forza della Parola di Dio (cf. Mt 4,1-11), così il cristiano è chiamato ad ascoltare, leggere, pregare più intensamente e più assiduamente – nella solitudine come nella liturgia – la Parola di Dio contenuta nelle Scritture. La lotta di Cristo nel deserto diventa allora veramente esemplare e, lottando contro gli idoli, il cristiano smette di fare il male che è abituato a fare e comincia a fare il bene che non fa! Emerge così la “differenza cristiana”, ciò che costituisce il cristiano e lo rende eloquente nella compagnia degli uomini, lo abilita a mostrare l’Evangelo vissuto, fatto carne e vita.

Il mercoledì delle Ceneri segna l’inizio di questo tempo propizio della quaresima ed è caratterizzato, come dice il nome, dall’imposizione delle ceneri sul capo di ogni cristiano. Un gesto che forse oggi non sempre è capito ma che, se spiegato e recepito, può risultare più efficace delle parole nel trasmettere una verità. La cenere, infatti, è il frutto del fuoco che arde, racchiude il simbolo della purificazione, costituisce un rimando alla condizione del nostro corpo che, dopo la morte, si decompone e diventa polvere: sì, come un albero rigoglioso, una volta abbattuto e bruciato, diventa cenere, così accade al nostro corpo tornato alla terra, ma quella cenere è destinata alla resurrezione.

Simbolica ricca, quella della cenere, già conosciuta nell’Antico Testamento e nella preghiera degli ebrei: cospargersi il capo di cenere è segno di penitenza, di volontà di cambiamento attraverso la prova, il crogiolo, il fuoco purificatore. Certo è solo un segno, che chiede di significare un evento spirituale autentico vissuto nel quotidiano del cristiano: la conversione e il pentimento del cuore contrito. Ma proprio questa sua qualità di segno, di gesto può, se vissuto con convinzione e nell’invocazione dello Spirito, imprimersi nel corpo, nel cuore e nello spirito del cristiano, favorendo così l’evento della conversione.

Un tempo nel rito dell’imposizione delle ceneri si ricordava al cristiano innanzitutto la sua condizione di uomo tratto dalla terra e che alla terra ritorna, secondo la parola del Signore detta ad Adamo peccatore (cf. Gen 3,19). Oggi il rito si è arricchito di significato, infatti la parola che accompagna il gesto può anche essere l’invito fatto dal Battista e da Gesù stesso all’inizio della loro predicazione: “Convertitevi e credete all’Evangelo”… Sì, ricevere le ceneri significa prendere coscienza che il fuoco dell’amore di Dio consuma il nostro peccato; accogliere le ceneri nelle nostre mani significa percepire che il peso dei nostri peccati, consumati dalla misericordia di Dio, è “poco peso”; guardare quelle ceneri significa riconfermare la nostra fede pasquale: saremo cenere, ma destinata alla resurrezione. Sì, nella nostra Pasqua la nostra carne risorgerà e la misericordia di Dio come fuoco consumerà nella morte i nostri peccati.

Nel vivere il mercoledì delle ceneri i cristiani non fanno altro che riaffermare la loro fede di essere riconciliati con Dio in Cristo, la loro speranza di essere un giorno risuscitati con Cristo per la vita eterna, la loro vocazione alla carità che non avrà mai fine. Il giorno delle ceneri è annuncio della Pasqua di ciascuno di noi.

Enzo Bianchi

 

Imparare a vivere

Abbiamo un gran bisogno
di imparare nuovamente a vivere,
di tornare alle fonti più universali
di sapore e di gioia.

Con il pretesto del progresso,
il mondo moderno ha complicato notevolmente la nostra vita,
sostituendo alla semplicità delle origini,
un sistema molto elaborato
con i suoi ingranaggi, i suoi codici,
le sue norme, la sua logica.

Ma questa logica è umana?
In altri termini, è al servizio dell’uomo
o è una macchina impazzita
che si nutre della propria energia e non può più arrestarsi?

Come mai, mentre abbiamo a disposizione molte cose
che dovrebbero aiutarci a vivere meglio,
abbiamo invece così tante difficoltà a vivere?

Alleggeriamoci un po’,
gettiamo la zavorra,
e la navicella della nostra vita si alzerà poco a poco;
così guadagneremo quota,
come liberati dal peso degli affari terrestri,
e scopriremo fino a che punto la vita
presenti panorami straordinari.

Forti di questa nuova prospettiva,
contempleremo la vita nella sua autenticità originale,
sotto la sua luce radiosa.

E saremo felici.

F. Garagnon

Cercare

Nelle pieghe dei giorni
anche quelli di un rigido inverno
sta una bellezza quotidiana.

Puoi scoprirla se posi gli oggetti da lavoro
se non consumi il tempo in tangenziale
a imprecare su chi non spinge l’acceleratore.

Uno sguardo è un contatto d’anime
un abbraccio che annulla le distanze
ogni volto è un pezzo di storia
una tavola apparecchiata di delizie.

Se lentamente si spegne lo sguardo
l’insidia del nulla agguanta il cuore
e il silenzio si fa arido, se l’occhio
non vede l’invisibile dentro le forme
e le figure a cercare una risposta.

M.Guarino

Ceneri 2019

Il valore del digiuno consiste non solo nell’evitare certi cibi, ma anche nel rinunciare a tutti gli atteggiamenti, i pensieri e i desideri peccaminosi. Chi limita il digiuno semplicemente al cibo sta minimizzando il grande valore che possiede il digiuno. Se digiuni, le tue azioni devono provarlo!

Se vedi un fratello in stato di necessità, abbi compassione di lui. Se vedi un fratello che ottiene un riconoscimento, non provare invidia. Perché il digiuno sia vero non può esserlo solo a parole, ma si deve digiunare con gli occhi, con le orecchie, con i piedi, con le mani e con tutto il corpo, con tutto ciò che è interiore ed esteriore.

Digiuni con le tue mani mantenendole pure nel servizio disinteressato agli altri. Digiuni con i tuoi piedi non essendo tanto lento nell’amore e nel servizio. Digiuni con i tuoi occhi non vedendo cose impure, o non concentrandoti sugli altri per criticarli. Digiuna da tutto ciò che mette in pericolo la tua anima e la tua santità. Sarebbe inutile privare il corpo del cibo ma nutrire il cuore di spazzatura, di impurità, di egoismo, di comodità.

Digiuni dal cibo ma ti permetti di ascoltare cose vane e mondane. Devi digiunare anche con le orecchie. Devi digiunare dall’ascoltare alcune cose che si dicono dei tuoi fratelli, menzogne sugli altri, soprattutto pettegolezzi, voci o parole fredde e dannose.

Oltre a digiunare con la bocca, devi digiunare dal dire qualsiasi cosa che possa fare male all’altro, perché a cosa ti serve non mangiare carne se divori tuo fratello?

San Giovanni Crisostomo

Sul digiuno

Il nostro vero digiuno non sta nella sola astensione dal cibo; non vi è merito a sottrarre alimento al corpo se il cuore non rinuncia all’ingiustizia e se la lingua non si astiene dalla calunnia.

Leone Magno