Non lasciarci nella tempesta

Our enemy, the devil, has a strong hand in much of the storms in our life. But God still governs Satan. How powerful the storms may rage in our life, God is the sovereign keeper of all things and through it all, His purpose is birthed forth.

Ci siamo trovati impauriti e smarriti, siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa, ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca tutti fragili e disorientati ma allo stesso tempo importanti e necessari. Tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda.

Su questa barca ci siamo tutti, tutti. Non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.”

Papa Francesco

 

Dubbi e certezza della fede

Chi ricerca non ha ancora trovato: è ancora in preda al dubbio, desidera trovare conferma o smentita alla sua professione attuale. Sarebbe assurdo che uno di noi si definisse nel contempo credente e ricercatore. Di qui deriva che alcuni parlino d’una dura situazione in cui si trova il cattolico, a cui non è lecito ricercare la verità del suo credo. Certo non lo può, o non è più un credente. Non può essere nel contempo dentro e fuori del corpo della Chiesa. Avvisarlo che se sta cercando è segno che non ha trovato è parlare in base al più piano buon senso. Posto che ricercare vuol dire dubitare e dubitare non si accorda col credere, il cattolico che si accinge ad una ricerca sulla sua fede dichiara implicitamente di non averla. L’ha già perduta. Qui del resto risiede la sua più chiara giustificazione: egli non è più cattolico, ma aspira a diventarlo. Chi gli volesse vietare la ricerca gli chiuderebbe la porta della stalla dopo che i buoi sono fuggiti. Se costui è in dubbio, che cosa può fare di meglio che ricercare? In quale altro modo potrebbe ridiventare cattolico? Nel suo caso, la rinuncia all’inchiesta sarebbe segno che egli si appaga della sua incredulità. Ma così parlando io tratto l’argomento in astratto, senza tener conto delle contraddizioni a cui sono soggetti gli uomini. Gli uomini spesso si sforzano di tenere uniti in sé elementi incompatibili. Non dubitano ma si comportano proprio come se dubitassero. Credono, ma la loro fede è debole, e prestando orecchio senza necessità alle altrui obiezioni si espongono a perderla. E ci sono spiriti per i quali ragionare d’una verità è tutt’uno col contestarla; indagine vuol dire porre sotto processo. D’altra parte vi sono credenze così preziose e delicate che, se la metafora mi è lecita, non possono essere lavate senza restringersi e senza perdere colore. Di tutto ciò tengo conto; ma qui sto ragionando di principi generali e non di casi individuali. I principi sono questi: la ricerca implica il dubbio mentre l’indagine non lo implica; chi assente ad una dottrina o ad un fatto ne può indagare la credibilità senza contraddirsi, ma a rigore non ne può mettere in dubbio la verità (Grammatica dell’Assenso, 116).

J. H. Newman

Sulla sensibilità

In utter shock and disbelief I bend down and touch a finger to where dry dust had been only a moment ago.

 

La sensibilità espone l’anima ai graffi, ma nel contempo acuisce la visione dei fatti della vita arricchendola in profondità, consapevolezza, maturità e consente alle persone sensibili di fornirsi di nuovi strumenti per elaborare risposte migliori alle sfide che la vita propone e ripropone quasi con inspiegabile accanimento. All’apparenza fragili, le persone sensibili, che sembrano perdersi nelle questioni minori, come d’incanto tirano fuori tutta la forza la grinta e la determinazione per lottare quando la vita presenta gli ostacoli grossi e le prove complicate. La sensibilità è un cocktail di mente cuore ed energia corporea, appena inizi a bere sembra leggero, senza grandi effetti ma una volta andato in circolo ha un effetto esplosivo, regala quella marcia in più che fa di un punto, erroneamente ritenuto negativo, la debolezza, un punto di forza! La sensibilità è come un dipinto in cui l’anima del pittore si rivela nella vivacità delle pennellate per arrivare al tuo sguardo come una carezza, è come una sinfonia in cui le note escono dal cuore del musicista per arrivare ad un altro cuore, è come le parole di una poesia che sembrano essere state scritte su misura da un poeta per vestire un’altra anima. La sensibilità rende una persona capace di colorare, profumare e far cantare anche la giornata più opaca, inodore e silenziosa, regala alla mente la chiave per aprire una finestra sui ricordi belli per intrecciarli e fonderli con smisurata fantasia alle impressioni talvolta limitate del presente. La sensibilità è la dote che ci fa apprezzare il gusto e l’autentica bellezza delle piccole semplici gioie preclusa ai tanti occhi abituati allo scintillio fasullo delle cose eclatanti ma vacanti! La sensibilità è una ricchezza dell’animo che pochi possiedono e diventa un dono prezioso sia per chi la regala che per chi la riceve.

Mena Lamb

Il quadernetto delle vacanze

Questi ultimi mesi del secondo quadrimestre sono trascorsi velocemente tra virus, quarantena e mascherine. I bambini, come ho avuto modo di scrivere più volte, sono quelli che hanno perso di più in tutta la drammatica storia che abbiamo vissuto e che, ahimè, stiamo continuando a fronteggiare.  In questo periodo, quando si è in classe, si comincia a sentire il profumo dell’estate, l’entusiasmo dello svegliarsi tardi, del recarsi in spiaggia. Questo è anche il periodo in cui di solito si fa la fotografia di classe, si prepara la recita di fine anno, si completano le verifiche e si comincia a pensare a qualche attività da lasciare ai bambini durante l’estate.

Quest’oggi desidero condividere un quadernetto delle vacanze gratuito, prodotto da Melania, stimata collega e ideatrice del canale youtube “Melania, libro infinito”. Si tratta di un quaderno che ha l’obiettivo di consolidare , in un modo semplice e leggero, tutte le competenze che i bimbi dell’infanzia hanno sviluppato e raggiunto.

Di seguito vi invio il link. Il pdf è in descrizione.

La leggenda delle lucciole

Christopher Denise illustrated Alison McGhee’s upcoming Firefly Hollow, …

 

Tanto tempo fa, quando i bambini giocavano ancora nei boschi, le lucciole non facevano luce: erano piccoli insetti neri che volavano tra i cespugli da un rovo all’altro.
Una sera un bambino si attardò nel bosco: stava raccogliendo le fragole e non si era accorto che il Sole era tramontato e che era buio. Il ragazzo cercò il sentiero che portava fuori dal bosco, ma invano: a forza di camminare qua e là, si perse nell’oscurità della notte; spaventato e infreddolito, si accovacciò all’ombra di un albero e cominciò a singhiozzare. Una lucciola che passava di lì, attirata dal pianto, volò dal bambino per vedere cosa succedeva.
“Aiuto! Mi sono perso” mormorava il bambino con la voce rotta dalle lacrime.
“Ehi” bisbigliò la lucciola, con la voce fioca e delicata degli insetti.
“Ehi” ripeté.
“Chi c’è?” chiese il ragazzo: gli era parso di sentire una vocina debole debole provenire dal cespuglio davanti a lui.
“Sono una lucciola. Se vuoi posso aiutarti a tornare a casa, io conosco la strada per uscire da bosco e i miei piccoli occhi da insetto vedono bene anche nell’oscurità”.
Il bambino si alzò e si asciugò le lacrime con un braccio.
“Grazie” disse alla lucciola, e poi aggiunse: “Ma dove sei?”
Nell’oscurità del bosco non vedeva a un palmo dal naso e non aveva idea di dove fosse nascosta la lucciola.
“Sono qui davanti a te” disse l’animaletto, poi si alzò in volo e si posò sulla mano del ragazzo.
“Per uscire dal bosco devi andare da questa parte” disse la lucciola, indicando il sentiero con una delle sue zampette.
“Da che parte devo andare?” chiese il bambino, che non vedeva niente.
“Accipicchia” pensò la lucciola, “con questo buio non riuscirò mai a portarlo a casa; come posso fare?” L’insetto si ricordò che gli umani avevano delle parole per indicare le direzioni: sinistra, destra, Nord… poi ce n’erano delle altre, ma lei non riusciva a ricordarle, lei si orientava col cuore: volava là dove sentiva il profumo del bosco. “Ah, se solo avessi studiato meglio la lingua degli umani” si rimproverò.
Il bambino con la lucciola posata sulla mano si avvicinò a un grosso pino; tra i suoi rami riposava l’Estate insieme al Bruco Mangianoia.
Il bruco fu svegliato dalla voce del bambino e capì che quei due si trovavano nei guai. Così ebbe un’idea: strisciò fino alla borsetta dell’Estate e tirò fuori una piccola fiala di vetro, su cui c’era scritto: “polvere di stelle cadenti”.
Non appena il bambino con la lucciola posata sulla mano passò sotto i rami del pino, il bruco versò un po’ di quella polvere magica sulla lucciola: all’improvviso, il piccolo insetto cominciò a risplendere, come una piccola stella.
“Ma tu brilli!” esclamò il bambino.
La lucciola guardò stupita il suo nuovo corpo luminoso, poi ebbe un’idea: “Adesso posso guidarti facilmente. Io volerò davanti a te, segui la mia luce”.
E così, la lucciola coraggiosa e il bambino uscirono dal bosco, il Bruco Mangianoia tornò a dormire e da quel giorno le lucciole sono luminose come piccole stelle.

A. De Falco-M.Princivalle

Noi e gli altri

Non sono gli altri che ci deludono, ma solo le aspettative che avevamo rimesso noi su di loro, le caratteristiche che noi gli abbiamo dato e che non posseggono, pur avendone altre che non valutiamo perché non ci interessano, perché infine pretendiamo modi di fare o atteggiamenti che sono in realtà nostri e non loro. Non sono gli altri che ci deludono, in realtà restiamo delusi da noi stessi, che crediamo di aver capito tutto degli altri e in realtà… non abbiamo capito niente. #aspettative

 

“Noi”, “gli altri”: quante volte ricorriamo a queste categorie per comprendere problemi e giustificare atteggiamenti. Ora, se siamo più attenti, ci rendiamo conto che è arduo definire i confini tra queste due entità.

Quando accostiamo i termini “noi” e “gli altri”, iniziamo un percorso suscettibile di infinite varianti: ci possiamo inoltrare su un ponte gettato tra due mondi, oppure andare a sbattere contro un muro.

Possiamo anche scoprire l’opportunità di un intreccio fecondo, dell’insopprimibile connessione che abita noi e loro.

Sì, perché ogni umano esiste in quanto essere-in-relazione: con quanti lo hanno preceduto, con chi gli è o è stato accanto, con il “prossimo”, con quanti ha avuto o avrà modo di incontrare, con il pensiero e le azioni di persone che non ha mai conosciuto. Con chi non conoscerà mai, eppure contribuisce con la sua esistenza al mirabile corpo collettivo dell’umanità. La consapevolezza dell’intima connessione tra ciascuno di noi e gli altri va ridestata con lucidità, in quest’epoca in cui si è giunti a ipotizzare la “morte del prossimo”, la scomparsa di colui che, alla lettera, è “più vicino”. Mentre veniamo sollecitati a una generica solidarietà con chi è lontano, siamo spinti a non vedere chi ci è accanto e attende, prima che un gesto di comunione, il semplice riconoscimento della sua esistenza.

Comunichiamo a distanza, interagiamo in “tempo reale”, ci sentiamo connessi con una rete globale, ma distogliamo lo sguardo da “l’altro accanto a noi”. Ciò non discende forse dall’aver perso la consapevolezza che l’altro siamo noi?

Michel de Certeau, teologo e antropologo, instancabile viaggiatore attraverso paesi e culture diverse, definiva l’essere umano come chi cerca di “far posto all’altro”: per lui l’altro, lo straniero è al contempo “l’irriducibile e colui senza il quale vivere non è più vivere”. In questo senso possiamo declinare il rapporto tra noi e gli altri come una relazione dinamica in cui entra in gioco anche la dimensione temporale: oggi io sono quello che altri sono stati prima di me e, a loro volta, gli altri possono diventare quello che io sono o ero.

Sì, nella dialettica tra noi e gli altri si gioca il difficile equilibrio, mai raggiunto pienamente, tra identità e convivenza. In che modo riconoscere e coltivare la propria identità senza collocarla in rapporto dinamico con l’essere accanto al diverso? E come convivere in un confronto civile tra persone, etnie e culture diverse senza aver chiara consapevolezza della propria identità e di come questa si sia formata attraverso successive, ininterrotte mescolanze con alterità che da lontane si sono fatte vicine? Scriveva Edmond Jabès: «Lo straniero ti permette di essere te stesso, facendo di te uno straniero…La distanza che ci separa dallo straniero, dall’altro è quella stessa che ci separa da noi». Che questa distanza sia ponte o baratro dipende solo da noi, giorno dopo giorno.

E. Bianchi

Penso

Dai importanza a chi apporta qualcosa nella tua vita – La Mente è Meravigliosa

 

Io penso che una foglia d’erba non sia affatto
da meno della quotidiana fatica delle stelle,
E la formica è altrettanto perfetta, al pari di un
granello di sabbia o dell’uovo di uno scricciolo,
E la piccola rana è un’opera d’arte simile alle
più famose,
E il rovo rampicante potrebbe ornare gli spazi eterei,
E la giuntura più piccola della mia mano
la più perfetta macchina può deridere,
E la mucca che rumina a capo chino supera
qualsiasi monumento,
E un topo è un miracolo tanto grande
da convincere sestilioni di scettici.

Walt Witman