La felicità è sempre semplice…

Condivido con voi un interessante articolo dello psicoterapeuta Francesco Urbani sui difficili momenti che, a volte, ci troviamo a vivere.

C’è un momento, o meglio diversi momenti nella vita, in cui sentiamo il bisogno di lasciar andare.
I pensieri e sentimenti si accumulano e ci distolgono da quello che veramente siamo e da quella che sappiamo essere la nostra direzione. Verrebbe quasi da dirla con Kavafis, che siamo persi nel chiacchiericcio della vita.
Tutto il rumore che ci si è depositato addosso, e che facciamo fatica a togliere. Soprattutto in un momento come questo, dove le abituali coordinate dell’esistenza, sono alterate a causa della pandemia e di tutto quello che inevitabilmente ne consegue.
Siamo stanchi, e questa stanchezza ci porta lontano dalle nostre radici, come se non potessimo più avere memoria. E questa assenza ne crea un’altra non meno dolorosa. Quello del sentirci soli.
L’altro diventa quindi qualcuno che infastidisce, che non alleggerisce perché è ridotto (suo malgrado, o forse no) a un troppo intollerabile.

La vita non è più armonica, perché a non essere in armonia siamo soprattutto noi con noi non stessi. E siamo soli perché i primi ad abbandonarci siamo proprio noi.

Sappiamo che è giunto il momento di cambiare prospettiva. Cambiare posizione nei confronti della vita. Ma questo non sempre ci riesce, e soprattutto non sempre è possibile.
Il quotidiano sa essere una macchina molto potente e difficilmente arrestabile.
Quello che però non dobbiamo mai dimenticare (e anche questo è il ruolo della memoria) è che abbiamo la forza di cambiare. In un certo senso ne abbiamo il dovere, perché quella ruota ha evidentemente preso una direzione, o una velocità, che non ci appartiene e non ci piace.

Rompere gli schemi, anche in modo piccolo e minuto, può essere l’elemento che rivoluziona questo andamento.

Il troppo, allora, può scivolare via. E la vita ritrova la sua semplicità, e in fondo c’è la reminiscenza di ciò che affermava Borges, che la felicità è sempre semplice.

Si può, solo in quel cambiamento, impercettibile ma eccezionale, ritrovare il contatto, innanzitutto con noi stessi. Con la nostra capacità di andare al ritmo che veramente ci appartiene. Quel ritmo che se rispettato può essere vero concerto con il mondo. Con cui finalmente possiamo riappacificarci, non essendo più singoli, ma elemento dei tanti elementi della natura.

Ritroviamo in noi stessi, e quindi all’esterno e nell’altro, quella luce che pensavamo perduta. Le angosce che svaniscono.
E soprattutto la naturalezza del nostro essere e della nostra essenza.
L’autenticità che spesso non sono gli altri a negare a toglierci, ma siamo noi stessi a negare e rifiutare.

Ritrovare leggerezza, e seguire il desiderio del lasciare andare, è sempre un ritrovarsi e rispettarsi. E’ il coraggio di ammettere la propria natura e la propria essenza.
E’ guardare in faccia la nostra differenza dagli altri, che è si differenza ma anche possibilità di incontro e vicinanza.
Ritrovare la capacità di lasciar andare ci rende un po’ più soli e a contatto con la nostra finitudine,  ma ci dona quella vicinanza a noi stessi senza la quale ci sentiremmo sempre invariabilmente soli.

Francesco Urbani, psicoterapeuta

Il tuo cuore, i tuoi occhi

Il tuo cuore lo porto con me
Lo porto nel mio
Non me ne divido mai.
Dove vado io, vieni anche tu, mia amata;
qualsiasi cosa sia fatta da me,
la fai anche tu, mia cara.
Non temo il fato
perché il mio fato sei tu, mia dolce.
Non voglio il mondo, perché il mio,
il più bello, il più vero sei tu.
Questo è il nostro segreto profondo
radice di tutte le radici
germoglio di tutti i germogli
e cielo dei cieli
di un albero chiamato vita,
che cresce più alto
di quanto l’anima spera,
e la mente nasconde.,
Questa è la meraviglia che le stelle separa.
Il tuo cuore lo porto con me,
lo porto nel mio.
E. Cummings

Città

Dici: In un altro paese | a un altro mare me ne andrò | una città tanto più bella, di quanto | questa sarà mai o sia stata, troverò… | Ora a ogni passo il laccio stringe il morso: | il cuore è sepolto in corpo e non ha corso: | fino a quando, quanto devo restare qui | recluso in questa tetra periferia sfiorita | della mente qualunque? Dovunque guardi vedo | solo macerie nere della mia vita. | Sono tanti anni, tanti, che sono qui, | spendere e spandere, senza un costrutto. | No, non ci sono paesi nuovi, amico, né | nuovi mari: la città ti segue dappertutto. | Nello stesso groviglio di vie girerai all’infinito, | gli stessi borghi mentali scivolano | all’età vecchia dall’età bella, | nella stessa casa di sempre incanutisci. | La città è una cella. || Nessun altro posto, sempre questo | tuo ancoraggio terrestre, e nessuna nave esiste | che ti porti lontano da te stesso. Ma non capisci? | La vita che hai rovinato fino in fondo su questo | unico lembo della terra, adesso | è rovinata per ogni parte del mondo.

K.Kavafis

Conto le luci

Sono appena le sei del mattino, giorno feriale. Accendo soltanto una piccola luce per farmi strada in un buio che conosco a memoria. Mi preparo un caffè e lo sorseggio con particolare lentezza. Osservo i palazzi vicino al mio, scruto i balconi, le piante, le luci accese.

Prima della pandemia, eravamo in sei ad essere svegli così presto.Ho sempre immaginato che dovessero andare a lavorareoppure semplici amanti dell’ alba, del silenzio del mattino. C’è la signora che colloca le sedie in veranda, un altro che fuma avidamente una sigaretta.

È trascorso un anno e il covid maledetto ha cambiato le nostre vite, scava dentro e forgia angosce, paure e fobie.

Ogni mattina conto le luci.

Ieri eravamo solo in cinque. Ho pensato fosse solo un caso ma ho saputo soltanto ieri sera che la luce del quarto piano del palazzo di fronte si è spenta per sempre. Saremo in cinque, ho pensato…il Covid si è portato via un’intera famiglia.

Le nostre vite sono luci che confortano, sostengono,ti guidano e poi quando si spengono e ti senti smarrito, le ritrovi nell’ immensità del cielo a vegliare su di noi.

Quando passerà la tempesta

Quando passerà la tempesta
E si amano le strade
e siamo sopravvissuti
di un relitto collettivo.
Con il cuore piangente
e il destino benedetto
Ci sentiremo felici
Solo per essere vivi.

E gli daremo un abbraccio
al primo sconosciuto
e loderemo la fortuna
di conservare un amico.

E poi ricorderemo
tutto quello che abbiamo perso
e una volta impareremo
tutto ciò che non abbiamo imparato.

Non saremo più invidiosi
Beh, tutti avranno sofferto.
Non avremo più ignavia
Saremo più compassionevoli.

Varrà di più ciò che è di tutti
Che ciò che non ho mai ottenuto
Saremo più generosi
E molto più impegnati

Capiremo il fragile
cosa significa essere vivi
Suderemo empatia
per chi c’è e chi se n’è andato.

Ci mancherà il vecchio
che chiedeva un peso sul mercato,
che non sapevamo il suo nome
ed è sempre stato al tuo fianco.

E forse il vecchio povero
Era Dio travestito.
Non hai mai chiesto il nome
perché avevi fretta.

E tutto sarà un miracolo
E tutto sarà un’eredità
E la vita sarà rispettata,
la vita che abbiamo guadagnato.

Quando passerà la tempesta
Ti chiedo Dio, triste,
Che tu ci renda migliori,
come ci avevi sognato.

(K.) O ‘ Meara – Poesia scritta durante l’epidemia di peste nel 1800)

I miei perchè

In queste ultime settimane i miei perchè sono aumentati a dismisura. da oggi la Sicilia è zona rossa e credo che su questa decisione non ci sia nulla da obiettare. Purtroppo, qui, il senso di responsabilità e di rispetto verso gli altri è qualcosa su cui è necessario lavorare. Mi domando però perchè mantenere le scuole aperte. In questi giorni è vero che si è dato il via a una campagna di screening per cercare di capire i numeri reali all’interno della scuola ma è pur vero che l’adesione da parte degli alunni è stata quasi nulla, ragione per cui noi docenti ci troveremo già a partire da domani a dover fare i conti con alunni potenzialmente positivi e con genitori, purtroppo, privi del senso di responsabilità e reticenti nel dichiarare eventuali casi di positività.

Ancora una volta mi chiedo perchè, un punto di domanda che non ha risposta. Sono certa che questo mio intervento si aggiunge ad altre grida inascoltate di persone che, come me, si stanno trovando a fronteggiare una pandemia senza le armi necessarie e senza tutele da parte dei poteri forti.

Che senso ha una zona rossa in queste condizioni?

In punta di piedi

Mia madre faceva la maestra. La ricordo di sera, dopo cena, china sullo stesso tavolo dove poco prima c’erano i nostri piatti, a correggere i compiti dei suoi alunni. Non usava la penna rossa per evidenziare gli errori, li sottolineava invece con un pastello verde chiaro, come le prime timide foglie di primavera.Una di quelle sere che non avevo sonno e mi piaceva starle accanto a leggere Topolino, le chiesi perché quel colore invece del rosso che usavano tutte le altre maestre.Mi rispose senza alzare la testa da quei fogli :- È che nelle cose degli altri devi entrarci in punta di piedi, specialmente quando hai il compito di correggerne gli errori. Il rosso è un urlo, un’accusa alla quale non si può replicare. Dice “Tu hai sbagliato!” con il dito puntato contro.Il verde è gentile, come una piantina che cresce e per farlo ha bisogno di sostegno. Il verde non demolisce, sostiene.”È vero, è “in punta di piedi” che dovremmo correggere gli errori, i nostri compresi.

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Domande

Bisogna che ci siano delle domande. Tante domande. Tanta voglia di fare domande. Non importa a chi. Tanto meno rispondere. Far risuonare le domande e mettersi in ascolto. Forse qualcuno o qualcosa risponderà, forse la domanda si scioglierà nell’aria, forse risuonerà dentro, forse farà ridere, forse piangere.

Forse: ecco una parola importante per un percorso che da dentro va verso l’esterno. È la voglia di comunicare che fa trovare le parole.

Ma anche lo scarto, sentire che la poesia è anche musica e magia, che si possono fare dei salti con le parole e farli fare agli altri. Si può far sorridere o tremare. E soprattutto si può non sapere. Un sacco di volte i bambini mi chiedono: «Posso dire…» e io rispondo sempre: «Puoi dire tutto, non c’è niente di proibito, basta trovare le parole per dirlo».

Chandra Livia Candiani