Un giorno dopo l’altro

Un giorno dopo l’altro,
o signore della mia vita,
starò davanti a te a faccia a faccia.
A mani giunte,
o signore di tutti i mondi,
starò davanti a te a faccia a faccia.

Sotto il grande cielo
in solitudine e silenzio,
con cuore umile
starò davanti a te a faccia a faccia.

In questo tuo mondo operoso,
nel tumulto del lavoro e della lotta,
tra la folla che s’affretta,
starò davanti a te a faccia a faccia.

E quando il mio lavoro in questo mondo
sarà compiuto, o Re dei re,
solo e senza parole,
starò davanti a te a faccia a faccia.

R. Tagore

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Insane convinzioni

Siamo convinti che la nostra vita sarà migliore quando saremo sposati,
quando avremo un primo figlio o un secondo.
Poi ci sentiamo frustrati perchè i nostri figli sono troppo piccoli
per questo o per quello
e pensiamo che le cose andranno meglio quando saranno cresciuti.
In seguito siamo esasperati per il loro comportamento da
adolescenti.
Siamo convinti che saremo piu felici quando avranno
superato quest’età
Pensiamo di sentirci meglio quando il nostro partner avrà
risolto i suoi problemi,
quando cambieremo l’auto, quando faremo delle vacanze
meravigliose, quando non saremo più costretti a lavorare.
Ma se non cominciamo una vita piena e felice ora, quando lo faremo?
Dovremo sempre affrontare delle difficolta di qualsiasi genere.
Tanto vale accettare questa realtà e decidere d’essere felici,
qualunque cosa accada.

Alfred Souza dice “Per tanto tempo ho avuto la sensazione
che la mia vita sarebbe presto cominciata, la vera vita!
Ma c’erano sempre ostacoli da superare strada facendo,
qualcosa d’irrisolto,
un affare che richiedeva ancora tempo, dei debiti che non
erano stati ancora regolati.
In seguito la vita sarebbe cominciata. Finalmente ho
capito che questi ostacoli erano la vita.”

Questo modo di percepire le cose ci aiuta a capire che
non c’è un mezzo per essere felici ma la felicità il mezzo.
Di conseguenza, gustate ogni istante della vostra vita, e
gustatelo ancora di più perchè lo potete dividere con una persona
cara, una persona molto cara per passare insieme dei momenti
preziosi della vita, e ricordatevi che il tempo non aspetta nessuno.

Allora smettete di aspettare di finire la scuola, di
tornare a scuola, di perdere 5 kg, di prendere 5 kg,
di avere dei figli, di vederli andare via di casa.
Smettete di aspettare di cominciare a lavorare, di andare
in pensione, di sposarvi, di divorziare.
Smettete di aspettare il venerdì sera, la domenica
mattina, di avere una nuova macchina o una casa nuova.
Smettete di aspettare la primavera, l’estate, l’autunno o l’inverno.

Smettete di aspettare di lasciare questa vita, di
rinascere nuovamente,
e decidete che non c’è momento migliore per essere felici
che il momento presente.
La felicità e le gioie della vita non sono delle mete ma un viaggio.

 Dal Web

Giufà e i miei ricordi d’infanzia

Quando ero piccola, ero una bambina abbastanza tranquilla. Avevo solo un gran difetto: ero maldestra. Mio padre mi rimproverava intimandomi di non comportarmi come Giufà. Quest’ultimo è un personaggio appartenente alla cultura del mondo mediterraneo. Per esempio lo ritroviamo in Egitto, Albania, Spagna e Francia. A volte si comporta da stupido, altre volte è un pò credulone.

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Giufà e il profumo dell’arrosto

Un morto di fame, con pochi soldi in tasca, passò davanti una bottega, dove stavano arrostendo della carne. L’odore gli scatenò ancor più la fame, ma non avendo soldi a sufficienza per comprare la carne, andò dal fornaio e si comprò un pezzo di pane.
Poi, si riavvicinò alla bottega e si sedette là vicino in modo che potesse accompagnare al pane che mangiava il profumo della carne.

Quando finì di mangiare il pane, il padrone della bottega si avvicinò a lui e gli disse:
Visto che hai gustato con tanto piacere il profumo del mio arrosto, adesso me lo devi pagare!

Il morto di fame, non avendo più soldi per pagare, fu portato a forza da Giufà, che nel frattempo era diventato un bravo giudice.
Il padrone della bottega disse a Giufà:
Qust’uomo mentre mangiava il suo pane, gustava a sbafo il profumo della mia carne arrostita. Mi deve pagare per questo, ma lui si rifiuta di farlo

Giufà colpito per la singolare richiesta, chiese al bottegaio:
– Quanti denari vuoi per il profumo della tua carne?

Il bottegaio precisò:
Deve darmi cinque denari! Cinque denari per il profumo della mia carne!

A questa richiesta, Giufà prese dalla sua tasca cinque denari e li fece cadere sul suo tavolo, in modo che potessero tintinnare.
Poi, chiese al bottegaio:
– Hai sentito il suono dei cinque denari?

Il bottegaio rispose:
Sicuramente signor giudice! Era un piacevole tintinnio! Ma, cosa mi vuole far capire?

Giufà rispose sentenziando:
Così come quel poveraccio si è cibato del profumo della tua carne, tu ti puoi considerare pagato con il suono delle mie monete. E ora te ne puoi andare soddisfatto.

Mentre il bottegaio se ne andava con scorno, Giufà invitò il poveraccio a mangiare a casa sua.

Il barbiere maldestro

Giufà un giorno, per radersi i capelli, cambiò barbiere. Questi era, però, nuovo del mestiere e mentre radeva la sua mano era tremolante, tanto che per ogni passata di rasoio lasciava una ferita, che curava subito con un batuffolo di cotone.

Bastò poco, affinché la testa di Giufà fosse ricoperta per metà di batuffoli per tamponare il sangue. Appena il barbiere cominciò a radere l’altra metà della testa, Giufà, con un po’ di ironia, disse:
Visto che la prima metà della testa è coltivata a cotone, cosa pensi di coltivare nell’altra metà?

Riflettiamo: la vita come luogo teologico

Gli adulti hanno bisogno di ricordare e poi raccontare la vita. Perché hanno vissuto. Per mettere in ordine i ricordi, i fatti, i sentimenti. Per scoprirne continuamente i senso. Il senso è che la vita è “luogo teologico”: in essa Dio è già al lavoro. La vita di ogni uomo e donna sulla terra è storia sacra. Nella vita di tutti, dal Papa al barbone, possiamo scorgere i segni della presenza di Dio. Anche la situazione più drammatica può essere letta così. Come  ci insegna il famoso epigramma di E. Wiesel: Alcuni detenuti di un campo nazista assistono all’impiccagione pubblica di un ragazzo, chiedendosi vicendevolmente: “Dov’è il buon Dio? dov’è?”. Una voce da dietro risponde: “Dio è lì, appeso a quella forca” (E. Wiesel, La notte, La Giuntina).

Oggi panelle

Quest’oggi condivido la ricetta delle panelle, ottime in mezzo al pane con qualche goccia di limone.

Ingredienti:

500 gr di farina di ceci

1 e mezzo d’acqua

Sale q.b

Prezzemolo q.b

Procedimento:

Versare un litro e mezzo di acqua in un tegame che non sia d’acciaio. Sciogliere a pioggia la farina mescolando il composto. Aggiungete un pizzico di sale.

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Non appena la farina si è sciolta interamente, porre sul fuoco mescolando continuamente fino a quando si sarà ottenuto un composto denso e senza grumi.

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Non appena sbuffa, spegnete il fuoco. Spalmate un po’ di composto in piattini precedentemente inumiditi con acqua.

 

A questo punto, non vi sto prendendo in giro, soffiate delicatamente per fare in modo che la Panella si stacchi agilmente dal piattino.

Ripetete l’operazione fino a quando non si sarà esaurito il composto.

Lasciate riposare, coprendo le panelle. Devono essere asciutte prima di riporle in frigorifero. In frigo copritele con un panno umido.

Friggere in abbondante olio di semi caldo.

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Buon appetito!

 

Insalata di riso alla siciliana

Anche oggi si registrano temperature molto alte a Palermo. Siamo veramente stremati dal caldo. Cosa preparare per combattere il caldo? Una bella insalata di riso non convenzionale!

Ingredienti:

  • 500 g di riso
  • 200 g di caciocavallo fresco
  • 6 pomodori secchi sott’olio
  • 100 g di olive nere
  •  300 g di fagiolini
  • capperi
  • limone
  • olio extravergine d’oliva
  • filetti di tonno sott’olio
  • sale e pepe
  • mandorle tostate

Procedimento

Pre prima cosa lessiamo in acqua salata il riso. Non appena è cotto, lo scoliamo e lo poniamo in una ciotola grande . lasciamo raffreddare.Aggiungiamo un pò d’olio.
Puliamo i fagiolini e li lessiamo in acqua salata. Tagliamo il formaggio a dadini, i pomodori sfilettati, le mandorle tostate e sminuzzate, capperi, olive, il tonno e qualche goccia di limone. Tagliate i fagiolini bolliti a pezzetti e aggiungete il riso mescolando il tutto. Spolverate con il pepe.
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La leggenda del gelsomino

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Si racconta che in un tempo molto lontano, Kitza, nel suo palazzo di nuvole, stava preparando gli abiti d’oro per i suoi figli astri. D’un tratto un gruppo di stelle si recò da lei, lamentandosi che le vesti erano troppo strette, poco splendenti, troppo sobrie e senza gemme.

Kitza  era molto saggia e voleva far riflettere le figlie sul fatto che  erano molto fortunate. Vi erano molte stelle , infatti, ancora nude, pativano il freddo e rischiavano di ammalarsi. Quindi non era il caso lamentarsi di ciò che possedevano.  Pur dicendo questo, le stelle si mostravano ingrate ed egoiste.

Da quelle parti si trovò a passare Micar, re degli spazi che, sentendo molto  trambusto chiese che cosa stava accadendo.  Le stelline dovettero raccontare la verità ma Micar si arrabbiò e poiché egoiste e pretenziose, le scacciò dal firmamento e le gettò nel fango.  Kitza iniziò a piangere pensando che sulla Terra le povere figliolette potessero essere calpestate dagli animali e dagli uomini.

Pianse così tanto che la dama dei giardini ebbe pietà di lei dicendole che avrebbe tolto dal fango le figlie trasformandole in fiorellini bianchi e profumatissimi.
Nacquero in questo modo i gelsomini, le stelline della terra.

Polpette di pane e formaggio

Questa sera vi propongo una ricetta svuota frigo. Vi avviso subito però che non si tratta di qualcosa di dietetico.

Ingredienti:

  • 250 g di pane raffermo
  • 1 uovo
  • 1/2 litro di latte
  • 150 g di caciotta o di qualsiasi altro formaggio a pasta dura
  • 60 g di pangrattato
  • prezzemolo
  • sale
  • pepe
  • olio extravergine d’oliva

Procedimento

Mio padre aveva l’abitudine di aggiungere all’impasto passolina e pinoli e di aggiungere insieme alle polpette della salsa di pomodoro.
Buon appetito!
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Piccoli fiori

La vita è fatta di piccole felicità insignificanti, simili a minuscoli fiori. Non è fatta solo di grandi cose, come lo studio, l’amore, i matrimoni, i funerali. Ogni giorno succedono piccole cose, tante da non riuscire a tenerle a mente né a contarle, e tra di esse si nascondono granelli di una felicità appena percepibile, che l’anima respira e grazie alla quale vive.
Banana Yoshimoto

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Fuge,tace, quiesce

 

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Si narra che Arsenio, nella sua ricerca di una vita sensata, pregava Dio con insistenza: “Mostrami, Signore, il cammino della salvezza”. Allora venne a lui una voce che diceva: “Arsenio, fuge, tace, quiesce”……
“Fuggi!” Andare in vacanza significa allontanarsi da dove normalmente si vive: si parte, si fa un viaggio, si intraprende un cammino… Anche Abramo sentì una voce che gli diceva “Lech lecka,
vattene”, “ Va verso te stesso!” e da lì ebbe inizio la sua avventura. Lasciare il luogo abituale di vita è atto
importante se vissuto in modo consapevole: significa affermare che il luogo in cui si vive non basta, che desideriamo altri luoghi, che vogliamo “uscire” per approdare da un’altra parte.
Ma fuggire dal luogo abituale di vita significa anche lasciare il lavoro, tutto ciò che normalmente ci riempie le giornate. Il lavoro non è solo ciò che ci occupa per tante ore ogni giorno, ma coinvolge tutta la nostra vicenda umana
Partire per le vacanze, allora, significa anche affermare la nostra capacità di prendere le distanze dal lavoro, significa dimostrare – a se stessi, innanzitutto- che non siamo alienati e divorati dal vortice delle cose da fare, ma che sappiamo anche riposare. Significa relativizzare e misurare il nostro lavoro, ed essere capaci di riconoscere la libertà e la qualità della vita che può venirci dall’attività che svolgiamo.
Il fuge, inoltre, può significare anche una presa di distanza da coloro con i quali si vive o una novità nel modo in cui si sta insieme. Anche tra marito e moglie, tra genitori e figli, sono necessari sia spazi e tempi di distanza, di lontananza, sia modi diversi di trascorrere insieme le giornate: è un’alterità preziosa per migliorare i rapporti, per porsi domande e formulare risposte sul significato e la qualità di legami e affetti che a volte rischiano di finire logorati dall’abitudine; è una presa di distanza che ci consente di verificare se questi rapporti sono ancora liberanti, portatori di vita o se su di essi non si sono innescate schiavitù attive o passive nei confronti degli altri. Così, per noi il raccogliere l’invito a fuggire rivolto ad Arsenio non significa disprezzo per la quotidianità che viviamo, bensì cura, sollecitudine perché ogni giorno sia occasione di rapporti autentici e fecondi.
Il secondo consiglio che ci viene dai padri del deserto è tace, “Fa’ silenzio!” Consiglio controcorrente e prezioso nel mondo assordante in cui viviamo oggi, in cui il silenzio costituisce un problema ecologico, una creatura in via di estinzione: siamo inondati di parole, messaggi, suoni, rumori, in tutto l’arco della giornata e a volte anche di notte.
Non è sempre stato così per noi uomini, e questa novità, inseritasi così prepotentemente nel nostro quotidiano, non è ancora stata valutata a fondo. Tutti, comunque, dicono di volere il silenzio anche se poi, una volta faticosamente raggiunto, questo incute paura, desta angoscia come se fosse vuoto, assenza. Ma il dato negativo è che la funzione principale della parola, la comunicazione, è gravemente malata. Le nostre parole non sembrano più capaci di creare relazioni, di generare comunione: sembrano ormai non aver più peso, quando addirittura non risultano cariche di violenza.
Ecco, allora le vacanze come occasione di fare silenzio, di abitare il silenzio, di vivere il silenzio. Al mattino presto, al mare come in montagna, è possibile trovare spazi solitari dove il silenzio è non solo possibile ma aiutato dalla natura stessa. Senza il silenzio, che vacanze possono mai essere? Il silenzio ci insegna a parlare, ci aiuta a discernere il peso delle parole, porta a interrogarci su quanto abbiamo detto o sentito: nessun mutismo, ma quel silenzio che restituisce a ogni parola un significato, che impedisce ai suoni di diventare rumori, che trasforma il “sentito dire” in ascolto. Il silenzio, allora, come custodia del fuoco che arde nel nostro cuore, custodia delle nostre motivazioni più profonde, occasione di uscita dal vortice: con il silenzio possiamo scendere dalla giostra, smettere di ruotare senza mai aver in mano la direzione. Grazie al silenzio, quante potenzialità ritrovate nell’esercizio dei nostri sensi: se per percepire meglio un gusto particolare chiudiamo gli occhi, perché non renderci conto che il silenzio affina lo sguardo, l’udito, il tatto…
Infine, come terzo consiglio, il detto di abba Arsenio invita a trovare la calma: Quiesce, “Trova la quiete!”
Rappacificarsi è esito del distacco e del silenzio, ma è anche un atteggiamento che va assunto consapevolmente; il riposo ha qui il suo significato primario di rinfrancarsi dalle fatiche, ma per essere autentico non può mai separarsi dal trovare la calma e la pace e dal cercare la riconciliazione: tra noi e la nostra vita, tra noi e i nostri enigmi, tra noi e gli altri… Il riposo è occasione per esercitarsi alla
macrothymia,
al “pensare in grande”, all’amare contemplando l’amore di cui siamo oggetto e l’amore che può sbocciare dal nostro cuore. E’ un’esigenza fondamentale che molti oggi cercano di colmare coltivando tecniche di distensione e rilassamento, alla ricerca dell’autostima e dell’amore di sé. Ma nessuna tecnica può riuscire là dove non si è capaci di trovare pace in se stessi, dove non si vuole faticare per discernere nel profondo del cuore cosa impedisce all’amore di sbocciare. Solo un amore riconosciuto come dono può crescere, dilatarsi fino a suscitare quella gioia che affinata può essere confermata, quella speranza che cantata diventa promessa, quella saldezza che impedisce di essere turbati.
Quiesce!, un invito difficile da accogliere, soprattutto per chi non ha ascoltato né il fuge né il tac e, ma le vacanze nel loro stesso nome ci invitano a questo:
vacare
significa “tralasciare”, “smettere”, discostarsi da un ritmo quotidiano per ritrovare l’autentica vita interiore, è un uscire da quello che facciamo per rientrare in quello che siamo, un far tacere quello che ci assorda per tornare a utilizzare l’orecchio del cuore.
Sì, il detto di Arsenio indica anche a noi un cammino adatto a credenti e non credenti: per gli uni sarà un esercizio di comunione con Dio, per tutti sarà un percorso di umanizzazione.

E. Bianchi