Tanto lavoro da fare

Un giorno una persona salì sulla montagna dove si rifugiava una donna eremita che meditava, e le chiese:
– “Cosa fai in tanta solitudine?”
Al che lei rispose:
– “Ho un sacco di lavoro da fare.”
– “E come fai ad avere così tanto lavoro? …non vedo niente qui…”
– “Devo allenare due falchi e due aquile, tranquillizzare due conigli, disciplinare un serpente, motivare un asino e domare un leone.”
– “E dove sono? …non li vedo…”
– “Li ho dentro.”
– “I falchi si lanciano su tutto quello che mi viene presentato, buono o cattivo, devo allenarli a lanciarsi su cose buone. Sono i miei occhi.”
– “Le due aquile con i loro artigli feriscono e distruggono, devo insegnare loro a non fare del male. Sono le mie mani.”
– “I conigli vogliono andare dove vogliono, scappano dall’affrontare situazioni difficili, devo insegnare loro a stare tranquilli anche se c’è sofferenza o ostacoli. Sono i miei piedi.”
– “L’asino è sempre stanco, è testardo, molto spesso non vuole portare il suo peso. È il mio corpo.”
– “Il più difficile da domare è il serpente. Anche se è rinchiuso in una gabbia robusta, è sempre pronto a mordere e avvelenare chiunque sia vicino. Devo disciplinarlo. È la mia lingua.”
– “Ho anche un leone. Oh… è fiero, vanitoso, crede di essere il re. Devo domarlo. È il mio ego.”
– “Come vedi, amico, ho molto lavoro da fare. E tu? A cosa stai lavorando?”

(Antica leggenda Zen)

Cura

Curarsi con la bocca,
con gli occhi,
curarsi con il cielo,
accordare il cuore
con le foglie
con le formiche.
Curarsi
con la preghiera,
leggendo poesie,
curarsi col sole,
col vento,
prendere la medicina
dell’alba
lo sciroppo della lingua.
Tornare agli occhi,
allo sguardo,
il tuo sguardo salvavita

Franco Arminio

Brevissima riflessione sul 23 maggio

Sono trascorsi trent’anni dalle stragi in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie e la scorta. Avevo nove anni e non potrò mai più dimenticare lo sguardo di mio padre di fronte allo scempio dell’autostrada distrutta e due mesi dopo, a luglio, alla nube nera che invase le strade del centro di Palermo. Smarriti, angosciati, sgomenti, ci sentivamo così.

Oggi ci sono state tante manifestazioni in città, cantanti, momenti di riflessione,tanti collegamenti televisivi, scuole, giovani, associazioni, tutti impegnati a ricordare con commozione le stragi. Domani sarà tutto finito. Forse resterà qualche striscione, un paio di articoli ma la città riprenderà la vita di sempre.

Mi chiedo a che punto siamo.Per fortuna non ci sono più gli attentati come nel passato ma certi meccanismi e dinamiche sono ancora radicate perchè, in fondo, il cuore dell’uomo è duro e dimentica con estrema facilità, deraglia e sprofonda in vere e proprie strutture di peccato.

Chi vive in Sicilia, chi vive a Palermo sa che deve scegliere ogni giorno da che parte stare, sa che deve comprendere, leggere tra le righe di una storia di sangue e di morti ammazzati.

Chi vive in Sicilia, a Palermo sa che alzare la testa ha un costo elevatissimo per sè e i suoi cari, sa che può perdere il lavoro, se c’è. Sa che è destinato ad una vita di sofferenza e solitudine, di scorte e destinazioni ignote.

Le lenzuola bianche andrebbero stese ogni giorno per scuotere le coscienze, per educare le nuove generazioni. Ci può forse essere un futuro per una città ferita.

C’è molto da fare a Palermo, ogni giorno.

L’angoscia di un’assenza. Prima meditazione sul sabato santo


Con sempre maggior insistenza si sente parlare nel nostro tempo della morte di Dio. Per la prima volta, in Jean Paul, si tratta solo di un sogno da incubo: Gesù morto annuncia ai morti, dal tetto del mondo, che nel suo viaggio nell’aldilà non ha trovato nulla, né cielo, né Dio misericordioso, ma solo il nulla infinito, il silenzio del vuoto spalancato. Si tratta ancora di un sogno orribile che viene messo da parte, gemendo nel risveglio, come un sogno appunto, anche se non si riuscirà mai a cancellare l’angoscia subita, che stava sempre in agguato, cupa, nel fondo dell’anima.
Un secolo dopo, in Nietzsche, è una serietà mortale che si esprime in un grido stridulo di terrore: «Dio è morto! Dio rimane morto! E noi lo abbiamo ucciso!».
Cinquant’anni dopo, se ne parla con distacco accademico e ci si prepara a una “teologia dopo la morte di Dio”, ci si guarda intorno per vedere come poter continuare e si incoraggiano gli uomini a prepararsi a prendere il posto di Dio.
Il mistero terribile del Sabato santo, il suo abisso di silenzio, ha acquistato quindi nel nostro tempo una realtà schiacciante. Giacché questo è il Sabato santo: giorno del nascondimento di Dio, giorno di quel paradosso inaudito che noi esprimiamo nel Credo con le parole «disceso agli inferi», disceso dentro il mistero della morte.
Il Venerdì santo potevamo ancora guardare il trafitto. Il Sabato santo è vuoto, la pesante pietra del sepolcro nuovo copre il defunto, tutto è passato, la fede sembra essere definitivamente smascherata come fanatismo. Nessun Dio ha salvato questo Gesù che si atteggiava a Figlio suo. Si può essere tranquilli: i prudenti che prima avevano un po’ titubato nel loro intimo se forse potesse essere diverso, hanno avuto invece ragione.
Sabato santo: giorno della sepoltura di Dio; non è questo in maniera impressionante il nostro giorno? Non comincia il nostro secolo a essere un grande Sabato santo, giorno dell’assenza di Dio, nel quale anche i discepoli hanno un vuoto agghiacciante nel cuore che si allarga sempre di più, e per questo motivo si preparano pieni di vergogna e angoscia al ritorno a casa e si avviano cupi e distrutti nella loro disperazione verso Emmaus, non accorgendosi affatto che colui che era creduto morto è in mezzo a loro?
Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso: ci siamo propriamente accorti che questa frase è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana e che noi spesso nelle nostre viae crucis abbiamo ripetuto qualcosa di simile senza accorgerci della gravità tremenda di quanto dicevamo? Noi lo abbiamo ucciso, rinchiudendolo nel guscio stantio dei pensieri abitudinari, esiliandolo in una forma di pietà senza contenuto di realtà e perduta nel giro di frasi fatte o di preziosità archeologiche; noi lo abbiamo ucciso attraverso l’ambiguità della nostra vita che ha steso un velo di oscurità anche su di lui: infatti che cosa avrebbe potuto rendere più problematico in questo

mondo Dio se non la problematicità della fede e dell’amore dei suoi credenti? L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. Ma nonostante tutto essa ha in sé qualcosa di consolante.
La morte di Dio in Gesù Cristo è nello stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. E ancora una cosa: solo attraverso il fallimento del Venerdì santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. L’immagine che si erano formata di Dio, nella quale avevano tentato di costringerlo, doveva essere distrutta perché essi attraverso le macerie della casa diroccata potessero vedere il cielo, lui stesso, che rimane sempre l’infinitamente più grande. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui.
C’è una scena nel Vangelo che anticipa in maniera straordinaria il silenzio del Sabato santo e appare quindi ancora una volta come il ritratto del nostro momento storico. Cristo dorme in una barca che, sbattuta dalla tempesta, sta per affondare.
Il profeta Elia aveva una volta irriso i preti di Baal, che inutilmente invocavano a gran voce il loro dio perché volesse far discendere il fuoco sul sacrificio, esortandoli a gridare più forte, caso mai il loro dio stesse a dormire. Ma Dio non dorme realmente? Lo scherno del profeta non tocca alla fin fine anche i credenti del Dio di Israele che viaggiano con lui in una barca che sta per affondare? Dio sta a dormire mentre le sue cose stanno per affondare, non è questa l’esperienza della nostra vita?
La Chiesa, la fede, non assomigliano a una piccola barca che sta per affondare, che lotta inutilmente contro le onde e il vento, mentre Dio è assente? I discepoli gridano nella disperazione estrema e scuotono il Signore per svegliarlo, ma egli si mostra meravigliato e rimprovera la loro poca fede.
Ma è diversamente per noi? Quando la tempesta sarà passata, ci accorgeremo di quanto la nostra poca fede fosse carica di stoltezza. E tuttavia, o Signore, non possiamo fare a meno di scuotere te, Dio che stai in silenzio e dormi, e gridarti: svegliati, non vedi che affondiamo? Destati, non lasciar durare in eterno l’oscurità del Sabato santo, lascia cadere un raggio di Pasqua anche sui nostri giorni, accompàgnati a noi quando ci avviamo disperati verso Emmaus perché il nostro cuore possa accendersi alla tua vicinanza. Tu che hai guidato in maniera nascosta le vie di Israele per essere finalmente uomo con gli uomini, non ci lasciare nel buio, non permettere che la tua parola si perda nel gran sciupio di parole di questi tempi.
Signore, dacci il tuo aiuto, perché senza di te affonderemo. Amen.

J. Ratzinger

Il nostro passato, le nostre ferite

“Non possiamo cambiare neppure una virgola del nostro passato, né cancellare i danni che ci furono inflitti nell’infanzia. Possiamo però cambiare noi stessi, «riparare i guasti», riacquisire la nostra integrità perduta. Possiamo far questo nel momento in cui decidiamo di osservare più da vicino le conoscenze che riguardano gli eventi passati e che sono memorizzate nel nostro corpo, per accostarle alla nostra coscienza. Si tratta indubbiamente di una strada impervia, ma in molti casi ci offre la possibilità di abbandonare infine la prigione invisibile – e tuttavia così crudele – dell’infanzia e di trasformarci, da vittime inconsapevoli del passato, in individui responsabili che conoscono la propria storia e hanno imparato a convivere con essa.” – A. Miller

Sulla domenica delle Palme

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In un giorno importante come questo, sono molte riflessioni che si potrebbero fare. Fra tutte desidero condividerne una e riguarda la parola di oggi. Gesù entra a Gerusalemme, accolto da una folla festante ed esultante che lo osanna avendo numerose aspettative su questo fantomatico messia che opera miracoli. Gesù però entra quasi silenziosamente sul dorso di un asinello senza suoni di trombe, senza esercito. Entra a Gerusalemme umilmente.

La stessa folla che lo osanna , sarà la stessa che chiederà la condanna di Gesù e la liberazione di Barabba. La folla sarà la stessa che si batterà il petto dopo la crocifissione.

Quella folla siamo noi, nessuno escluso. Contraddittori, incoerenti e lenti, molto lenti nel cogliere il modo in cui Dio opera nelle nostre vite. Gesù entra silenziosamente nella storia di ciascuno ma se riusciamo a coglierne la presenza nella nostra vita, lo facciamo , come si suol dire, a scoppio ritardato. Ci lamentiamo tanto di ciò che non va, non funziona, pretendiamo di essere ascoltati e capiti, senza neanche porgere l’orecchio, senza fermarci, convinti di avere la verità in tasca, crocifiggendo chiunque sia contro di noi o non rispetta le nostre aspettative. Lo facciamo con gli altri, figuriamoci con Dio che difficilmente ringraziamo ma dal quale pretendiamo esattamente ciò che decidiamo di avere.

Egoisti ed egocentrici come la folla.

Eppure Lui è lì , entra in silenzio, si lascia uccidere, essendo obbediente fino alla morte in croce. Entra nel nostro abisso e non scappa. Prova a curarci le ferite come una mamma farebbe con il proprio bambino, con docilità e pazienza.

In questo tempo così difficile e confuso, la mia speranza è che riusciamo a chiarirci le idee, a dare il giusto valore alle situazioni che viviamo, dando veramente rilievo a ciò che può farci crescere e migliorare. Abbiamo bisogno di resurrezione, tutti quanti, tutti nessuno escluso ma per risorgere dobbiamo morire come il seme che, sepolto nella terra, si spacca e porta frutto.

In qualche modo dobbiamo morire a noi stessi, lasciandoci trasfigurare, illuminare e travolgere dall’amore di Dio che desidera solo il nostro bene.

E la gente rimase a casa

E la gente rimase a casa
e lesse libri e ascoltò
e si riposò e fece esercizi
e fece arte e giocò
e imparò nuovi modi di essere
e si fermò
e ascoltò più in profondità
qualcuno meditava
qualcuno pregava
qualcuno ballava
qualcuno incontrò la propria ombra
e la gente cominciò a pensare in modo differente
e la gente guarì.

Kitty O’Meara, E la gente rimase a casa

Sulla fragilità. Per riflettere un pò…

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Sono infinte le fragilità che abitano in noi. Quante dipendenze, carenze, sofferenze abbiamo? Tantissime e con sfumature diversissime.

Alcune sono ingombranti tanto da poterci condizionare la vita. Altre non appaiono che raramente.

Le fragilità sono scritte sul nostro corpo. L’ombelico ne è una, il nostro invecchiare ne è un’altra.

Cicatrici che ci accompagnano e che ci ricordano quanto la fragilità faccia parte della nostra, e dell’altrui, esistenza.

Già alla nostra nascita arriviamo al mondo, chiamati da chi ci ha generato, e iniziamo a respirare con un pianto. Esposti e in balia del mondo, raccontiamo sin da subito questa condizione di fragilità dell’esistenza.

Un condizione che con diversi abiti, ci accompagnerà sempre.

La fragilità, tutte le nostre fragilità, possono essere coperte, nascoste, negate o dimenticate, ma non potranno mai essere oltrepassate o addirittura curate, perché questo se da un lato è impossibile, dall’altro ci racconta un’altra fragilità umana, quella per cui a volte ci crediamo onnipotenti e seguiamo ideali che ci portano lontano dal nostro autentico essere.

Diventiamo autonomi (per quel che può valere questo termine, dato che siamo sempre legati all’altro e al mondo), molto più lentamente di come facciano gli animali.

Perché il nostro percorso è continuo ed infinito. Cresciamo continuamente perché non c’è mai un punto di arrivo definitivo, ma solo tappe che aprono a loro volta a percorsi successivi.

Nasciamo incompiuti e la nostra strada è un lungo cammino verso una completezza che (fortunatamente, e questa la magia della vita) non raggiungeremo mai.

L’essere umano quindi opera nel mondo, lo costruisce e lo fa evolvere, anche per abitare un luogo che possa contenere le sue fragilità. Che possa proteggerlo, ma anche a sua volta farlo ulteriormente crescere.

Un mondo a misura di fragilità. Argomento questo molto complesso e scivoloso, dato che questo mondo può essere, in senso positivo un luogo dove le fragilità abitano, oppure in senso negativo un luogo dove le fragilità vengono negate.

Le nostra fragilità, inoltre, ci permettono e ci obbligano ad un rapporto di cura con l’altro.
Ci prendiamo cura delle persone a cui vogliamo bene, e anche del mondo.
Il mondo, e chi ci vuole bene, si prende cura di noi.

Nasciamo con una dipendenza originaria, perdendo e rompendo un legame-grembo con chi ci ha generato. E segnando, con chi ci ha messi al mondo, un nuovo tipo di rapporto. Uno degli infiniti che segneranno il tempo.

Qualcuno in quella fase si prenderà cura di noi, noi nel tempo ci prenderemo cura di lui.

In questi spazi, e in queste trasformazioni e relazioni di fragilità, ci saranno tutti quegli accadimenti che chiamiamo vita. Distacchi, ritrovamenti, incontri e perdite.

Viviamo perché qualcuno si prende cura di noi.
Viviamo perché questo collegamento è dovuto alle nostre, e alle altrui, fragilità.

F. Urbani,psicologo e psicoterapeuta

Pensiero del venerdì

Ho bisogno di dare un nuovo nome alle situazioni, mettere un punto e lasciarmi trasportare dove vuole il vento.

Ho bisogno di dare un volto nuovo alle relazioni, smettere di avere aspettative sempre prontamente deluse.

Ho bisogno di aria fresca, pulita capace di far rifiorire nel mio cuore la speranza di un nuovo giorno che nasce.

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