Il contadino e la farfalla

Un giorno un contadino, riposandosi sotto un’ombra al termine di una giornata sfiancante, si accorse di un bozzolo di una farfalla. Il bozzolo era completamente chiuso ad eccezione di un piccolo buchino sulla parte anteriore. Incuriosito, il contadino osservò attraverso il piccolo buchino, riuscendo ad intravedere la piccola farfalla che si dimenava con tutte le sue forze.

Il contadino osservò a lungo gli sforzi eroici dell’elegante bestiolina, ma per quanto la farfalla si sforzasse per uscire dal bozzolo, i progressi apparivano minimi. Così, il contadino, impietosito dall’impegno della piccola farfalla, tirò fuori un coltellino da lavoro e delicatamente allargò il buco del bozzolo, finché la farfalla poté uscirne senza alcuno sforzo.

A questo punto accadde qualcosa di strano. La piccola farfalla, aiutata ad uscire dal bozzolo, non aveva sviluppato muscoli abbastanza forti per potersi librare in aria. Nonostante i ripetuti tentativi, la fragile farfalla rimase a terra e riuscì a trascinarsi solo a pochi centimetri dal bozzolo, incapace di fare ciò per cui la natura l’aveva fatta nascere.

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Amore

Ci si innamora così, cercando nella persona amata il punto a nessuno rivelato, che è dato in dono solo a chi scruta, ascolta con amore.
Ci si innamora da vicino, ma non troppo, ci si innamora da un angolo acuto un poco in disparte in una stanza, presso una tavolata, seduto su un gradino mentre gli altri ballano.
Erri De Luca

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Il burqa e la farfalla

In questi giorni si è molto discusso sull’ uso del burqini in spiaggia e, come spesso accade, in maniera inappropriata,  si sono verificati i soliti schieramenti.

Il mio intento non è quello di fare polemica ma di riflettere su una questione che non può certo ridursi soltanto al costume delle donne musulmane ma necessita di approfondimento. Per questa ragione, condivido con voi un racconto molto interessante e profondo della giornalista Elena Gaiardoni.

Buona lettura!

 

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Come in un alveare pieno di miele, la luce nelle bottiglie dei profumi infondeva nell’ambiente un riflesso d’acquario pieno di pesci d’oro. Dalle scarpe saliva un odore di concia, amara e linda come un prato, dagli abiti quel suadente filo della seta, come la presenza di una roca fumatrice dietro una tenda. Come fai a dirti ogni giorno <diabolico shopping>, e poi entrare alla Rinascente alla sera e trovarti in una Atlantide galleggiante sul padre Oceano, dispensatore di meraviglie subacque? Cercavo… Ricerco quel profumo che non troverò mai, una mistura di mandorle, sandalo e pepe, inarrivabile. Mancava mezz’ora alla chiusura dei cancelli. I buttafuori dalla pelle nera, lucida come una borsa di Celine, ti guardavano già con impazienza e rimprovero, quasi a dire: <Strane donne, sempre alla ricerca della madre tigre nella foresta e la pretendono imbalsamata>.
Era attraente quell’ora della sera; commesse e commessi lasciavano i loro posti, e tu potevi sentirti in un regno personale, nella stanza dei balocchi di un castello per fate concrete.
Mi diressi verso un angolo in cui si vendevano gli accessori per i capelli. Giorni prima avevo visto un fermaglio: una stella di cristalli Swarovski montati su metallo nero. Un gioiello per una chioma imperiale. Quando le vidi mi fermai un poco distante, per non turbare la loro intimità. La donna doveva essere giovane, qualità che il burqa non poteva nascondere. Si intuiva la sua giovinezza dal movimento delle mani, guantate, il modo di reclinare il capo, la linea diritta delle spalle. La bambina, incantevole. Sui suoi capelli scuri come un lago sotto la luna piena, la madre stava fermando una spilla con un fiore. Un’orchidea. Strano fiore per una bambina di dieci anni, una madre occidentale non lo avrebbe mai scelto: troppo sensuale e importante per capelli indomabili e innocenti. Si vedeva invece che piaceva, sia alla madre che alla figlia. Era come se entrambe volessero dire: <Non abbiamo molto tempo per mostrare al mondo la nostra femminilità, non possiamo e non siamo in grado di distinguere: le roselline sono da bambine, le orchidee da donna matura: la bambina e la donna devono esplodere subito, prima del velo>. Anche io non avevo molto tempo per decidere se comperare la stella, prima che la Rinascente chiudesse i cancelli.
La bimba corse allo specchio: era meravigliata, giuliva per la sua bellezza, dondolava nel sogno di se stessa. Quale miraggio e oasi sono le donne! Basta un fiore tra i loro capelli perché fra le cose voli una nuova dimensione, la surrealta’ del femminile che trasforma il mondo a ogni istante. E lo eleva all’imprendibile fantasia senza ordine terreno, come se tutti i fiori dell’Eden reclinassero il capo dall’alto e ci donassero il loro polline d’altra vita. La bambina non cercò lo sguardo della madre, sapeva già di essere sola nella scelta della sua beltà. La madre la guardava.
Ricordai le lotte con mia madre ogni volta che da bambina dovevo scegliere un abito, un fiocco, una camicetta. Ricordai che non eravamo mai d’accordo, che tornavo dalle compere sempre imbronciata. Però sapevo quello che volevo. E non avrei mai voluto un’orchidea a dieci anni: <E’ da vecchia avrei detto>, contraddicendomi con leggerezza donnesca, perché una volta a casa avrei indossato le scarpe di mia madre col tacco come una scalinata e provato il suo rossetto. Ma sotto quelle considerazioni di vita passata, c’era una nota lontana dentro il mio cuore, e lo opprimeva in una forza di gravità più spessa sotto una forza di spirito. Immaginai quella bimba fra dieci anni. La vidi interamente coperta dalla stoffa da teli da ospedale di cui i burqa sembrano fatti. <Se ritornerà col pensiero a questa sera, cosa proverà?>. Non volli immaginare una risposta, mi sarei data una ragione personale, percependo un’angoscia di farfalla costretta a rimanere dentro un bozzolo per tutta la vita. Ma anche in oriente le farfalle, secondo natura, escono al cielo, adornano le foglie, fanno saltare i gatti, si intonano a un fiore come un soffio di vento alla schiuma dell’onda. E il Paradiso terreno di tanta divinità è vergine e sessuale insieme, dando a me, creatura, il piacere di distinguere e armonizzare due forze, sesso e innocenza, a mia scelta, secondo la luce che io stessa voglio suscitare e evocare per trasformare in vita l’esistenza di questa terra. Dove, se posso la metamorfosi da bruco a farfalla, posso anche passare da farfalla a nuvola, senza che vi sia morte. Avrei voluto dirlo alla bambina: tu sei redenzione, ora, se lo vuoi, e la tua orchidea e’ troppo sessuale, futura Lolita col burqua, come lo sarà la rosellina bianca che un giorno porterai in casa, e non importa se la porterai solo per un uomo, impura lo sarà lo stesso.
Poi rivolsi lo sguardo alla donna. Stava prendendo in mano il fermaglio a forma di stella che piaceva a me. Sicuramente lei avrebbe potuto permetterselo, nonostante il costo. Lo girava e lo rigirava tra le mani. Le piaceva, si capiva. <Very, beautyful, madame> le fece notare la commessa, mesciando francese e inglese, forse confusa dal fantasma di una donna, che sembrava il Belfagor della nostra infanzia. Lo comperò insieme all’orchidea, era la stella dell’Imperatrice Sissi che tanto avevo sognato. Mi avvicinai alla cassa, la commessa mi riconobbe. Ero stata lì più volte a provare il fermaglio. Mentre la donna e la bimba guardavano altri oggetti, la commessa me lo porse per l’ultima volta. Sciolsi i capelli e lo appuntai come lo appuntava Sissi. Le due donne arabe mi osservarono, mentre la commessa diceva: <Che meraviglia> e il buttafuori: <E’ tardi, si chiude!>. La donna in burqa si avvicinò alla commessa e le disse poche parole. Poi prese per mano la bimba e se ne andò.
<La stella di Swarovsky è sua signora, quella donna gliela regala>. La rincorsi, cercando nella borsa qualcosa di mio da donarle. Non avevo nulla. Sul banco dei profumi di Guerlain c’era una farfalla di seta. La rubai. La rubai. Raggiunsi la donna e gliela porsi. Non so il perché, ma sotto il burqa vidi il suo sorriso.

 

 

L’odio

Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce ma lo rafforza.

Religione o non religione
purché ci si inginocchi per il via
Patria o no
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti
malaticci e fiacchi!
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
arrivata per prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:
sa creare bellezza
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera
Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.

È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro.
lui solo.

                                                              W.      Szymborska

Mamma posso fare il bagno?

A chi di voi non è mai capitato di sentirsi dire che, dopo aver mangiato, è opportuno attendere ben tre ore prima di fare il bagno?

In merito, ho ricordi molto vividi: un ghiacciolo un’ ora, un panino con il prosciutto  tre ore, pasta con il sugo o anche più elaborata dalle quattro alle cinque ore.  

Ma si sa che i siciliani, quando vanno a mare, non mangiano di certo frutta a pranzo e quindi l’ attesa per il bagno può rivelarsi un supplizio senza pari specie se si è deciso di mangiarsi un bel panino con panelle e crocche’ !

Oggi è arrivato il giorno del riscatto. Condivido con voi un articolo molto interessante scritto da Natalia Genovesi e pubblicato da approdonews.it.

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Non farti il bagno dopo mangiato che ti viene la congestione”. Una delle immagini più vivide nella memoria dei miei traumi infantili è quella di me bambina, seduta sotto l’ombrellone, che me ne sto ferma ad aspettare lo scorrere delle fatidiche tre ore per poter entrare in acqua. A casa vostra non so, ma da me per la digestione del latte erano previste tre ore. Allora mi sembrava una verità assoluta, condivisa e avallata anche dall’entourage familiare che ruotava intorno al mio stesso ombrellone. Quindi, non avendo ancora sviluppato un certo senso critico, non mi ero mai presa la briga di chiedere ai miei coetanei se anche loro dovessero rispettare la stessa tempistica. Sotto quell’ombrellone ho iniziato a prendere confidenza col senso dell’attesa e con la relatività del tempo, e ho capito quanto infinitamente lunghe possano sembrare tre ore se ti separano da una cosa a cui aneli intensamente. L’infanzia è il luogo in cui si costruiscono credenze e si radicano falsi miti.

A casa mia c’era anche “A Ferragosto non si fa il bagno perché ogni anno il 15 Agosto qualcuno muore annegato” (ma perché avrei dovuto essere proprio io quel qualcuno?), “Non lasciarti i capelli bagnati perché se no ti viene la cervicale” (ma che roba è sta “cervicale”? Io ho sempre lasciato i capelli bagnati e le mie sette vertebre stanno una meraviglia), “Non toglierti la canottiera che ancora è presto” (il presto solitamente si prolungava almeno fino a Giugno). Ma è soprattutto la congestione il fantasma del passato che ognuno di noi si è portato dietro fino a una certa età, insieme ai peluche e ai poster di “Cioè”. Poi, finalmente, si cresce, si abbandonano gli orsacchiotti spelacchiati, si staccano i nostri idoli dalle pareti e si diventa grandi. Crescendo, si decide se portare con noi quel sistema di credenze o se emanciparci da esse. Si fanno le piccole esperienze in solitaria. Ti fai il bagno dopo aver mangiato e ti accorgi che non sei morta. Te lo fai a Ferragosto e scopri, con estremo stupore, di essere una dei sopravvissuti di quell’annata. Ti lasci i capelli bagnati e l’unico effetto collaterale è sembrare un incrocio tra un rasta e Sbirulino. Ti togli la canottiera e, inaspettatamente, non ti è venuta la polmonite.
Poi studi Medicina e fai il salto. Acquisisci delle conoscenze che ti possono permettere di guardare dall’alto in basso, irridendole, certe leggende metropolitane e di superare i traumi dell’infanzia. Al terzo anno studi Fisiopatologia e scopri che per congestione si intende “un aumento del volume di sangue all’interno di un tessuto”.
Al quarto ti confronti con le vecchie “cliniche”: sul libro di Malattie dell’Apparato cardiovascolare apprendi che la congestione è un “ristagno di liquidi” a livello dei tessuti, o dei polmoni, ed è il segno con cui si manifesta uno scompenso cardiaco; sul testo di Malattie dell’Apparato Digerente tra l’esofagite da reflusso e le emorroidi, invece, non trovi menzione di congestione e neanche qualche traccia di una piccola appendice con i tempi di di digestione. E allora? Ho vissuto estati intere con lo spettro della “congestione digestiva” seduto vicino a me sotto l’ombrellone e qualcuno sta venendo a dirmi che non esiste?

Chiariamo innanzitutto che la denominazione “congestione”, riferita alle situazioni di cui sopra, è un termine improprio. Se vogliamo essere precisi possiamo parlare di “sindrome da idrocuzione“, una dicitura usata molto in medicina forense: in pratica l’impatto brusco della cute (specie della faccia) con l’acqua fredda provoca, per un riflesso che si definisce “vagale”, una transitoria riduzione della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa. Se questo fenomeno dura più di qualche secondo, si crea una situazione di minor afflusso di sangue, e quindi di ossigeno, al cervello, che può portare a perdita di coscienza. Inoltre lo stesso riflesso può determinare lo stimolo del vomito. Va da sè, che se queste situazioni si verificano lontano dalla riva possono portare, fortunatamente in rari casi, all’annegamento (la reale causa della morte). L’essere in fase digestiva, per una serie di motivi, può favorire l’insorgere della sindrome da idrocuzione. Inoltre, durante l’esposizione (soprattutto brusca) alle basse temperature si verificano dei fenomeni di ridistribuzione del sangue, che in quel frangente è, per una buona percentuale, dirottato verso l’apparato digerente. Questo, da una parte, impedisce i fisiologici meccanismi di adattamento al freddo; dall’altra, invece, interferisce col “lavoro” della digestione: malessere, crampi, mal di stomaco, nausea e vomito sono i disturbi che possono presentarsi in questa situazione. Inconvenienti che se si presentano mentre ci troviamo in acqua alta possono costituire un serio rischio. Analoga situazione si può verificare se vengono introdotte bevande molto fredde durante la digestione o quando si è molto accaldati. Nel primo caso si possono presentare gli stessi disturbi che si hanno immergendosi di colpo in acqua fredda, mentre nel secondo lo shock termico potrebbe attivare dei riflessi vagali fino al verificarsi di una sincope, ovvero una transitoria perdita di coscienza. Sono tuttavia molto scettica riguardo al fatto che tutto ciò possa condurre alla morte. Facendo una ricerca, in letteratura ho trovato un solo caso di morte in seguito ad ingestione di una bibita ghiacciata: un bambino affetto da una patologia cardiaca che lo predisponeva ad aritmie potenzialmente pericolose. In questo caso, il brusco abbassamento della frequenza cardiaca, che nei soggetti sani si risolve spontaneamente, su un cuore malato era stato fatale.
Negli altri casi, invece, la mia modestissima opinione è che la sintomatologia determinata dall’ingestione di una bibita ghiacciata è purtroppo comune ad altre situazioni di reale gravità, di cui potrebbe ritardare o mascherare addirittura la diagnosi, come un infarto o la rottura dell’aorta, situazioni che spesso provocano la morte in tempi brevissimi.

“Sì alla prudenza e no al terrorismo”: potrebbe essere questo il reef della vocina che ci accompagna in queste situazioni, a cui ci rivolgiamo, ad esempio, quando non sappiamo se buttarci in quest’acqua cristallina che ci alletta tanto. La stessa prudenza, sfrondata dagli orpelli del panico, può allora essere la risposta a questo dubbio amletico. Se abbiamo consumato un panino leggero, e ci immergiamo con calma, possiamo andare tranquilli.
Se ci siamo lasciati allegramente andare con teglie di lasagne e parmigiana di dimensioni tali da poter sfamare tutta la costa dei Gelsomini, accompagnate da contorno di peperonata d’ordinanza e, per finire, abbiamo buttato nello stomaco pure l’immancabile anguria, direi che qualche problemino potremmo averlo. In questo caso, il suggerimento della vocina è di aspettare qualche ora, immergersi piano, bagnandosi poco per volta per evitare il brusco sbalzo di temperatura, senza allontanarsi troppo dalla riva. Ma sappiate che anche quando il nostro apparato digerente sta tentando di smaltire un ristorante intero, se dovesse capitare di bagnarci sulla riva, o di essere investiti da qualche schizzo d’acqua, la nostra incolumità non sarebbe a rischio. Inoltre, con buona pace del tempario materno, riguardo al quesito “Quante ore devono passare?” va detto che la digestione è un fenomeno molto soggettivo che varia da persona a persona, da stomaco a stomaco. Altro fattore fondamentale è che nessuno conosce il proprio corpo e le sue reazioni come se stesso, quindi stare attenti ai piccoli disturbi e riconoscere i sintomi, tenendo presenti i propri limiti rappresenta un ulteriore sistema di sicurezze.

Circolo d’amore

 

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Renato non aveva quasi visto la signora, dentro la vettura ferma al lato della carreggiata. Pioveva forte ed era buio, ma si rese conto che la donna aveva bisogno di aiuto, così fermò la sua macchina e si avvicinò. L’auto della signora odorava ancora di nuovo. Lei pensava forse che poteva essere un assalitore: non ispirava fiducia quell’uomo, sembrava povero e affamato.
Renato percepiva che la signora aveva molta paura e le disse: “Sono qui per aiutarla, signora, non si preoccupi. Perché non aspetta nella mia auto dove fa un po’ più caldo? A proposito, il mio nome è Renato”.
La signora aveva bucato una ruota e oltretutto era di età avanzata. Mentre la pioggia cadeva a dirotto, Renato si chinò, collocò il crik e alzò la macchina. Quindi cambiò la gomma, sporcandosi non poco. Mentre stringeva i dadi della ruota, la donna aprì la portiera e cominciò a conversare con lui. Gli raccontò che non era del posto, che era solo di passaggio e che non sapeva come ringraziarlo per il prezioso aiuto. Renato sorrise mentre terminava il lavoro.
Lei domandò quanto gli doveva. Già aveva immaginato tutte le cose terribili che sarebbero potute accadere se Renato non si fosse fermato per soccorrerla.
Ma Renato non pensava al denaro, gli piaceva aiutare le persone… questo era il suo modo di vivere. E rispose: “Se realmente desidera pagarmi, la prossima volta che incontra qualcuno in difficoltà, si ricordi di me e dia a quella persona l’aiuto di cui ha bisogno”.
Alcuni chilometri dopo la signora si fermò in un piccolo ristorante, la cameriera arrivò e le porse un asciugamano pulito per farle asciugare i capelli rivolgendole un dolce sorriso.
La donna notò che la cameriera era circa all’ottavo mese di gravidanza, ma lei non permetteva che la tensione e i dolori cambiassero il suo atteggiamento e fu sorpresa nel constatare come qualcuno che ha tanto poco, possa trattare tanto bene un estraneo. Allora si ricordò di Renato. Dopo aver terminato la sua cena, e mentre la cameriera si allontanò ad un altro tavolo, la signora uscì dal ristorante.
La cameriera ritornò curiosa di sapere dove la signora fosse andata, quando notò qualcosa scritto sul tovagliolo, sopra al quale aveva lasciato una somma considerevole.
Le caddero le lacrime dagli occhi leggendo ciò che la signora aveva scritto. Diceva: “Tieni pure il resto. Qualcuno mi ha aiutato oggi e alla stessa maniera io sto aiutando te. Se tu realmente desideri restituirmi questo denaro, non lasciare che questo circolo d’amore termini con te, aiuta qualcuno”.
Quella notte, rincasando, stanca, si avvicinò al letto; suo marito già stava dormendo e non volle svegliarlo perché sapeva che prima di addormentarsi era stato preda di mille angosce, quindi, rimase a pensare al denaro e a quello che la signora aveva scritto. Quella signora come poteva sapere della necessità che suo marito e lei avevano di quel denaro: con il bebè che stava per nascere, tutto sarebbe diventato più difficile…
Pensando alla benedizione che aveva ricevuto, fece un grande sorriso. Ringraziò Dio e si voltò verso il suo preoccupato marito che dormiva al suo lato, lo sfiorò con un leggero bacio e gli sussurrò: “Andrà tutto bene. Ti amo… Renato!”.

 

I tre setacci

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Nell’antica Grecia Socrate aveva una grande reputazione di saggezza. Un giorno venne qualcuno a trovare il grande filosofo, e gli disse:
– Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?
– Un momento – rispose Socrate. – Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.
– I tre setacci?
– Sì. – continuò Socrate. – Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci. Il primo setaccio è la verità. Hai verificato se quello che mi dirai è vero?
– No… ne ho solo sentito parlare…
– Molto bene. Quindi non sai se è la verità. Continuiamo col secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?
– Ah no, al contrario!
– Dunque, – continuò Socrate, – vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere. Forse puoi ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello dell’utilità. E’ utile che io sappia cosa mi avrebbe fatto questo amico?
– No, davvero.
– Allora, – concluse Socrate, – quello che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile; perché volevi dirmelo?

Se solo facessimo il test dei tre setacci prima di parlare, probabilmente molte situazioni prenderebbero una piega diversa…