Felicità

 

L’ansietà è una forma di paura, e tutte le forme di paura causano stanchezza. Un uomo che ha imparato a non provare paura, trova diminuita di molto la fatica della vita quotidiana. Ora la paura, nelle sue forme più nocive, nasce quando vi è qualche pericolo che non vogliamo affrontare. A momenti, pensieri orribili ci balenano nel cervello; quali siano questi pensieri, dipende dalla persona, ma quasi ognuno di noi ha qualche forma di paura in agguato dentro di sé.

B. Russell

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Una pietra preziosa

Una donna saggia che viaggiava attraverso le montagne trovò una pietra preziosa in un ruscello.

Il giorno dopo trovò un altro viaggiatore che stava morendo di fame e la donna saggia aprì la borsa per condividere il suo pasto.

L’affamato viaggiatore vide la pietra preziosa e chiese alla donna se gliela dava.

La donna lo fece senza esitare.

Il viaggiatore partì, compiacendosi della sua buona fortuna.

Sapeva che la pietra valeva sufficientemente per dargli sicurezza per tutta la vita.

Ma qualche giorno più tardi tornò a restituire la pietra alla donna saggia.

“Ho riflettuto” disse “sul valore della pietra, ma te la restituisco con la speranza che tu mi possa dare qualcosa di ancora più prezioso”.

Poi aggiunse: “Dammi quello che hai dentro di te che ti ha permesso di regalarmi la pietra”.

Linguaggi

 

L’ambiente in cui oggi viviamo e pieno di linguaggi che non comprendiamo: linguaggi che riguardano il mondo dell’economia, della tecnologia, dell’arte, della politica, della scienza ecc. La difficoltà, molto spesso, non è nei concetti, ma nel modo in cui sono espressi. […] La divulgazione deve infatti fare i conti con questi due problemi, che richiedono competenza e immaginazione: cioè da un lato comprendere nel modo giusto le cose, interpretandole adeguatamente per trasferirle in un diverso linguaggio: dall’altro essere non solo chiari ma anche non-noiosi, pur mantenendo integro il messaggio (anzi, non aver paura di esser divertenti: l’umorismo è uno dei compagni di strada dell’intelligenza).

Per queste ragioni, paradossalmente, si può dire che è più difficile… essere facili. Tutti, infatti, sono capaci di parlare o di scrivere in modo oscuro e noioso: la chiarezza e la semplicità, invece, sono scomode. Non solo perché richiedono più sforzo e più talento, ma perché quando si è costretti a essere chiari non si può barare. Sappiamo tutti, per esperienza, che le parole possono spesso servire da cortina fumogena per nascondere i pensieri.

O per nascondere la propria ignoranza su certi argomenti. Rimanendo nel vago e nell’ambiguo, si riescono più facilmente a mascherare i buchi. Invece, quando si è obbligati a esser semplici, bisogna dimostrare di aver capito davvero. Anzi di essere arrivati al nocciolo della questione e di averne individuato i meccanismi.

P. Angela

Sul vivere

 

Mi sono stancato di vivere odiando qualcuno, disprezzandolo, portandogli rancore. Mi sono stancato di vivere senza amare nessuno. Non ho un amico, nemmeno uno. E soprattutto non posso amare me stesso. Sai perché? Perché sono incapace di amare gli altri. Ed è soltanto amando gli altri, ed essendo amati, che si impara ad amare se stessi. […]

Ecco cosa significa continuare a vivere. Agli esseri umani viene concessa la speranza, che diventa il carburante e lo scopo per andare avanti. Senza la speranza, non potrebbero sopravvivere. Ma è come gettare una monetina nell’aria. Per sapere se uscirà testa o croce, bisogna che ricada a terra.

HARUKI MURAKAMI,

 

Il cieco e la primavera

Un giorno, un non vedente era seduto sul gradino di un marciapiede con un cappello ai suoi piedi e un pezzo di cartone con su scritto: ”Sono cieco, aiutatemi per favore”.

Un pubblicitario che passava di lì si fermò e notò che vi erano solo alcuni centesimi nel cappello. Si chinò e versò della moneta, poi, senza chiedere il permesso al cieco, prese il cartone, lo girò e vi scrisse sopra un’altra frase.

Nel pomeriggio, il pubblicitario ripassò dal cieco e notò che il suo cappello era pieno di monete e di banconote. Il non vedente riconobbe il passo dell’uomo e gli domandò se era stato lui che aveva scritto sul suo pezzo di cartone e soprattutto che cosa vi avesse scritto.

Il pubblicitario rispose: “Nulla che non sia vero, ho solamente riscritto la tua frase in un altro modo”. Sorrise e se ne andò.

Il non vedente non seppe mai che sul pezzo di cartone vi era scritto: “Oggi è primavera e io non posso vederla”

Non trattenerti

Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni.
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c`è un`altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite…
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c’è in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni
non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai!

Madre Teresa di Calcutta

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Il cucchiaino e il saggio

Un mercante, una volta, mandò il figlio ad apprendere il segreto della felicità dal più saggio di tutti gli uomini.

Il ragazzo vagò per quaranta giorni nel deserto, finché giunse a un meraviglioso castello in cima a una montagna.

Là viveva il saggio che il ragazzo cercava.

Invece di trovare un sant’uomo, però, il nostro eroe entrò in una sala dove regnava un’attività frenetica: mercanti che entravano e uscivano, ovunque gruppetti che parlavano, una orchestrina che suonava dolci melodie.

E c’era una tavola imbandita con i più deliziosi piatti di quella regione del mondo.

Il saggio parlava con tutti, e il ragazzo dovette attendere due ore prima che arrivasse il suo turno per essere ricevuto.

Il saggio ascoltò attentamente il motivo della visita, ma disse al ragazzo che in quel momento non aveva tempo per spiegargli il segreto della felicità.

Gli suggerì di fare un giro per il palazzo e di tornare dopo due ore.

Nel frattempo, voglio chiederti un favore, concluse il saggio, consegnandogli un cucchiaino da tè su cui versò due gocce d’olio.

Mentre cammini, porta questo cucchiaino senza versare l’olio.

Il ragazzo cominciò a salire e scendere le scalinate del palazzo, sempre tenendo gli occhi fissi sul cucchiaino. In capo a due ore, ritornò al cospetto del saggio.

“Allora, gli domandò questi, hai visto gli arazzi della Persia che si trovano nella mia sala da pranzo?

Hai visto i giardini che il Maestro dei Giardinieri ha impiegato dieci anni a creare?

Hai notato le belle pergamene della mia biblioteca?’”

Il ragazzo, vergognandosi, confessò di non avere visto niente.

La sua unica preoccupazione era stata quella di non versare le gocce d’olio che il saggio gli aveva affidato.

Ebbene, allora torna indietro e guarda le meraviglie del mio mondo, disse il saggio.

Non puoi fidarti di un uomo se non conosci la sua casa.

Tranquillizzato, il ragazzo prese il cucchiaino e di nuovo si mise a passeggiare per il palazzo, questa volta osservando tutte le opere d’arte appese al soffitto e alle pareti.

Notò i giardini, le montagne circostanti, la delicatezza dei fiori, la raffinatezza con cui ogni opera d’arte era disposta al proprio posto.

Di ritorno al cospetto del saggio, riferì particolareggiatamente su tutto quello che aveva visto.

Ma dove sono le due gocce d’olio che ti ho affidato? domandò il saggio.

Guardando il cucchiaino, il ragazzo si accorse di averle versate.

Ebbene, questo è l’unico consiglio che ho da darti, concluse il più saggio dei saggi.

Il segreto della felicità consiste nel guardare tutte le meraviglie del mondo senza dimenticare le due gocce d’olio nel cucchiaino.”

Storia tratta dall’ALCHIMISTA di Paulo Coelho.

L’uomo che non conosceva se stesso

Un uomo si trova in metropolitana. Sta pensando al lavoro che lo aspetta in ufficio. Improvvisamente alza lo sguardo e si accorge che l’uomo sul sedile di fronte lo sta guardando con attenzione. È così concentrato da non rendersi conto che si tratta della sua immagine riflessa nel vetro.

“Dove ho conosciuto questo tizio?”, si chiede accorgendosi che il volto gli è familiare.
Tira nuovamente su lo sguardo e l’immagine gli sorride.
“Anche lui mi conosce”, si dice in silenzio.
Per quanto si arrovelli, non trova una soluzione.

L’uomo arriva alla sua fermata e, prima di alzarsi per scendere dal treno, saluta il suo presunto compagno di viaggio con un gesto che, com’è ovvio, l’altro ripete immediatamente.

Anche in ufficio non può smettere di chiedersi: “Dove ho conosciuto quel signore?”.
Come gli piacerebbe avere una foto dell’uomo per poterla mostrare ai suoi colleghi. Chissà che forse non riescano a identificarlo…

Alla fine della giornata decide di camminare fino a casa per avere il tempo di cercare quel volto nella sua memoria.

Un’ora più tardi entra nel suo appartamento, ancora senza risposta. Si fa la doccia, guarda la televisione, ma nulla riesce a catturare la sua attenzione.
“Dove l’ho visto?”, si continua a domandare prima di andare a letto.
La mattina successiva si sveglia sorridendo…

“Finalmente ci sono arrivato!”, esclama a voce alta sedendosi di colpo sul letto e tirandosi una manata sulla fronte. “Come ho fatto a non rendermene conto prima?”. Dopo tanti sforzi ha risolto il problema: “L’ho conosciuto dal barbiere…!”.

Jorge Bucay

Canto di me stesso

Che cos’è l’erba?
Mi chiese un bambino portandomene a piene mani;
come potevo rispondergli?
Non so meglio di lui che cosa sia.
Suppongo che sia lo stendardo della mia vocazione,
fatto col verde tessuto della speranza.
O forse è il fazzoletto del Signore,
un ricordo profumato lasciato cadere di proposito,
con la cifra del proprietario in un angolo
sicchè possiamo vederla e domandarci di chi può essere?
O forse l’erba stessa è un bambino,
il bimbo generato dalla vegetazione.
O un geroglifico uniforme che voglia dire,
crescendo tanto in ampi spazi che in strette fasce di terra,
fra bianchi e gente di colore, Canachi, Virginiani,
Membri del Congresso, gente comune,
io do loro la stessa cosa e li accolgo nello stesso modo.

W. Whitman