Casa

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Casa è l’unico posto in tutto questo mondo dove i cuori sono al sicuro. E’ il luogo della fiducia. E’ il luogo dove ci strappiamo quella maschera fredda e sospettosa che il mondo ci costringe a indossare come auto-difesa, e dove ci confidiamo e parliamo senza riserve e con il cuore pieno. E’ il luogo in cui le espressioni di tenerezza sgorgano senza alcuna sensazione di imbarazzo e senza timore del ridicolo.
Frederick W. Robertson

Pensieri del venerdì

Viviamo come se fossimo eterni, detentori assoluti di un tempo che non ci appartiene. Facciamo mille discorsi, usiamo belle parole ma, alla fine, l’unica cosa che crediamo di desiderare è il mondo ai nostri piedi in un turbinìo di egocentrismo, prepotenza ed esaltazione. Noi non pecchiamo, sono gli altri il nostro problema. Facciamo scontare alle persone vicine i nostri errori, incolpandoli e ingiuriandoli. Ebbene, non siamo eterni e il tentativo di controllare tutto spasmodicamente è un’impresa vana e fallace.

Dovremmo mettere in ordine il nostro vivere caotico e disordinato. Prendere consapevolezza di ciò che siamo, del male che abbiamo inflitto agli altri e a noi stessi e, alla fine, mettere un punto, scardinando il nostro male fin dalle radici, se è necessario.

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Rinascere

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Non stancava mai di guardare sorgere il sole: rosso acceso, dorato, lavato nelle acque del grande mare. Il sole nascente gli ispirava sempre lo stesso pensiero: a differenza dell’astro celeste, il figlio dell’uomo non si rinnova mai e per questo è destinato alla morte. L’uomo ha ricordi, rimorsi e rancori che si accumulano dentro di lui come strati di polvere finché gli impediscono di ricevere la luce e la vita che discende dal cielo. Il creato, invece, si rinnova costantemente. Se il cielo si rannuvola, poi si rasserena. Il sole tramonta, ma ogni mattino rinasce.

Isaac Bashevis Singer

Vespro

Il mare, al tramonto,placa i dispiaceri dell’ anima, dona ristoro alla fatica e al sacrificio quotidiano. Il cuore leva al Dio vicino e misericordioso una preghiera di lode per un creato così perfetto.

La mente si distende e medita.

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Caro papà

Dopo un lungo peregrinare, alla fine, mi sono resa conto che mi manca poterti confidare i miei progetti, raccontarti le mie giornate, ascoltare i tuoi consigli e nutrirmi del tuo meraviglioso entusiasmo. Restano le tele, gli schizzi e i pennelli, i post-it con i tuoi pensieri, le poesie…

A volte mi sento gravata e smarrita di fronte alle situazioni che la vita mi pone dinnanzi e so che dovrò fare tanta strada per comprendere a fondo l’ordine delle cose, per dare un nome all’ inestricabile  groviglio di pensieri e stati d’animo.

Caro papà, vorrei che tu fossi qui accanto a me…

La casa del ciliegio

L’albero di ciliegio era cresciuto in uno spazio piccolo, in una porzione di giardino tra il grande castagno e l’umile pero. La sua terra un tempo era piena di rovi e sterpaglie, con pietre piccole e grandi che circondavano il maestoso castagno. Il pero, invece, era piccolo, rugoso e aspro. Un uomo aveva liberato il castagno dalle pietre e il pero dai rovi, trovando tra essi la terra che un giorno accolse il ciliegio nuovo.

Passarono molti anni per scavare la montagna di sassi e il castagno svettò nel cielo, con undici tronchi e mille ventagli. L’uomo decise di costruire per sé e per la sua famiglia una casa, sotto il castagno, protetta dalla calura in estate e illuminata dal sole in inverno. Le foglie, qualche volta parlanti, andavano e venivano, scandendo le stagioni. Mostravano il miracolo della vita che oscilla tra la morte e la vita. L’uomo plasmò il castagno, il pero, la casa e la torre di pietra fino a diventare un giardino di frutti e di fiori. Il pero, più piccolo, accompagnava le giornate dei figli dell’uomo che giocavano e crescevano, senza sapere che un giorno il pero sarebbe diventato più piccolo, perché loro erano diventati più grandi. Fu una sorpresa quando un giorno, improvvisamente, il pero salutò la loro infanzia e conservo i segreti di quel tempo per sempre.

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Fu proprio in questo tempo di mezzo che l’uomo piantò il ciliegio. Minuscolo e indifeso. All’inizio, nessuno notò la sua presenza. Era comunque la terra del castagno, padre e sovrano di quel regno. Il piccolo ciliegio crebbe fino a diventare grande e fruttuoso. Rosse e rotonde le sue gemme, i suoi fiori bianchi annunciavano la primavera. Gli uccelli comparvero presto a salutarlo. Il sole si affrettò a sfiorarlo con il suo calore e il vento si divertiva con lui durante le tempeste. Dove un tempo c’erano rovi e sterpaglie, ora cresceva con vigore una nuova creatura.

Un giorno, dopo molti anni di frutti buoni, l’uomo decise di costruire una casa sotto il ciliegio. Non era una casa come le altre. Era la casa dei bimbi. Erano passate molte primavere e molti inverni. I figli dell’uomo avevano generato altri figli che scoprivano quella terra come nuova. L’uomo costruì la casa di legno e il maestro la dipinse con alberi e frutti, antichi animali e foglie parlanti. Poi il maestro andò via e la casa invecchiò rapidamente e le figure sbiadirono come avvolte da un velo magico. L’uomo, allora decise di costruire ancora una casa, più grande, più alta, più forte. I figli dei figli erano cresciuti e altri bimbi erano arrivati alla terra del castagno. Tutto cresceva, tutto diveniva, tutto si muoveva, ma l’uomo costruiva sempre le case di legno e sempre per i bimbi.

Il ciliegio era felice. Ormai aveva un compito nuovo. Proteggere la casa di legno, la casa dei piccoli. Il pero, il castagno e il ciliegio erano diventati amici e ognuno conosceva i segreti di quella terra, i sogni dei figli e proteggevano gli uomini anziani. L’uomo ancora una volta aveva costruito una casa. Un rifugio, un tempio. Il sole scomparve ancora una volta tra le case di ponente. Salutò la terra del castagno, l’uomo e le sue case di legno e di pietra. Salutò i suoi figli e i figli dei suoi figli. Mostrò gli ultimi bagliori e poi lasciò il posto alla luna. Il ciliegio era felice, il pero misurava ancora il tempo dei figli e il castagno saggio soffiava con mille ventagli e raccontava le storie di un tempo. La casa di legno fu chiamata la casa del ciliegio e i figli dei figli erano pronti a viverla e dipingerla come il maestro. L’uomo aveva costruito case per fare vivere sogni. La madre terra era feconda e fruttuosa. I frutti erano vivi e l’uomo sembrava essere come l’albero, come la terra, come i figli.

 

La vita che non è stata vissuta

 

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Mia cara amica,

lei si chiede, e mi chiede, come possa la vita continuare dopo un evento così doloroso come solo può esserlo il distacco il dall’amato, dalla persona cioè alla quale abbiamo unito il nostro destino e con la quale abbiamo affidato tutti noi stessi nelle mani del futuro. […]

Il problema è allora questo: giunto alla fine della mia vita che cosa mi ritrovo tra le mani? Se trovo solo il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato non sarà gran cosa.

Ma potremmo trovare ben di più, ben di peggio. Ogni vita non vissuta accumula rancore verso di noi, dentro di noi: moltiplica le presenze ostili. Così diventiamo spietati con noi stessi e con gli altri. Intorno a noi non vediamo che lotta, cediamo e soccombiamo alle perfide lusinghe dell’invidia. Si dice bene che l’invidia accechi: il nostro sguardo è saturo delle vite degli altri, noi scompariamo dal nostro orizzonte. La vita che  è stata perduta, all’ultimo, mi si rivolterà contro.

Perciò, l’ultima cosa che vorrei dirle, mia cara amica, è che la vita non può essere, in alcun modo, pura rassegnazione e malinconica contemplazione del passato. É nostro compito cercare quel significato che ci permette ogni volta di continuare a vivere o, se preferisce, di riprendere, a ogni passo, il nostro cammino. Tutti siamo chiamati a portare a compimento la nostra vita meglio che possiamo.

Mi creda.

Sinceramente,

suo C. G. Jung.

BIBLIOGRAFIA: Carl Gustav Jung, “Jung parla: interviste e incontri”.

Voglio sapere se…

 

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Non mi interessa cosa fai per vivere, voglio sapere per cosa sospiri e se rischi il tutto per trovare i sogni del tuo cuore.
Non mi interessa quanti anni hai, voglio sapere se ancora vuoi rischiare di sembrare stupido per l’amore, per i sogni, per l’avventura di essere vivo.
Non voglio sapere che pianeti minacciano la tua luna, voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dolore, se sei rimasto aperto dopo i tradimenti della vita o se ti sei rinchiuso per paura del dolore futuro.

Voglio sapere se puoi sederti con il dolore, il mio e il tuo; se puoi ballare pazzamente e lasciare l’estasi riempirti fino alla punta delle dita senza prevenirti di cautela, di essere realisti, o di ricordarci le limitazioni degli esseri umani.
Non voglio sapere se la storia che mi stai raccontando sia vera.
Voglio sapere se sei capace di deludere un altro essere identico a te stesso, se puoi subire l’accusa di un tradimento e non tradire la tua anima.
Voglio sapere se sei fedele e quindi hai fiducia.
Voglio sapere se sai vedere la bellezza anche quando non é bella tutti i giorni.
Se sei capace di far sorgere la vita con la tua sola presenza.
Voglio sapere se puoi vivere con il fracasso, tuo e mio e continuare a gridare all’argento di luna piena: SÌ!
Non mi interessa dove abiti e quanti soldi hai, mi interessa se ti puoi alzare dopo una notte di dolore, triste o spaccato in due, e fare quel che si deve fare per i bambini.
Non mi interessa chi sei, o come hai fatto per arrivare qui, voglio sapere se sapresti restare in mezzo al fuoco con me e non retrocedere.
Non voglio sapere cosa hai studiato, o con chi o dove, voglio sapere cosa ti sostiene dentro, quando tutto il resto non l’ha fatto.
Voglio sapere se sai stare da solo con te stesso, e se veramente ti piace la compagnia che hai…nei momenti vuoti.”

(Scritto da un’indiana della tribù degli Oriah-1890)

Qualsiasi cosa accada

 

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Ho imparato che qualsiasi cosa accada,
o per quanto l’oggi sembri insopportabilmente brutto,
la vita va sempre avanti e il domani sarà migliore.

Ho imparato che si può capire molto di una persona dalla maniera in cui affronta queste tre cose: una giornata piovosa, la perdita del bagaglio, l’intrico delle luci dell’albero di Natale.

Ho imparato, indipendentemente dal rapporto che abbiamo coi nostri genitori, che ci mancheranno quando saranno usciti dalla nostra vita.

Ho imparato che il semplice sopravvivere è diverso da vivere.
Ho imparato che la vita qualche volta consente una seconda chance.

Ho imparato che non si può affrontare la vita con i guantoni da baseball su entrambe le mani:si ha sempre bisogno di gettare qualcosa dietro le spalle.

Ho imparato che ogni volta che prendo una decisione col cuore, generalmente faccio la scelta giusta.

Ho imparato che anche quando ho delle sofferenze non devo essere una sofferenza.

Ho imparato che ogni giorno si dovrebbe uscire ed avere contatti con qualcuno.

Le persone gradiscono molto un abbraccio, o anche semplicemente una pacca sulle spalle.

Ho imparato che ho ancora molto da imparare.

Ho imparato che le persone dimenticheranno quanto hai detto, dimenticheranno quanto hai fatto,
ma non dimenticheranno mai come le hai fatte sentire.

Maya Angelou