Sulla domenica delle Palme

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In un giorno importante come questo, sono molte riflessioni che si potrebbero fare. Fra tutte desidero condividerne una e riguarda la parola di oggi. Gesù entra a Gerusalemme, accolto da una folla festante ed esultante che lo osanna avendo numerose aspettative su questo fantomatico messia che opera miracoli. Gesù però entra quasi silenziosamente sul dorso di un asinello senza suoni di trombe, senza esercito. Entra a Gerusalemme umilmente.

La stessa folla che lo osanna , sarà la stessa che chiederà la condanna di Gesù e la liberazione di Barabba. La folla sarà la stessa che si batterà il petto dopo la crocifissione.

Quella folla siamo noi, nessuno escluso. Contraddittori, incoerenti e lenti, molto lenti nel cogliere il modo in cui Dio opera nelle nostre vite. Gesù entra silenziosamente nella storia di ciascuno ma se riusciamo a coglierne la presenza nella nostra vita, lo facciamo , come si suol dire, a scoppio ritardato. Ci lamentiamo tanto di ciò che non va, non funziona, pretendiamo di essere ascoltati e capiti, senza neanche porgere l’orecchio, senza fermarci, convinti di avere la verità in tasca, crocifiggendo chiunque sia contro di noi o non rispetta le nostre aspettative. Lo facciamo con gli altri, figuriamoci con Dio che difficilmente ringraziamo ma dal quale pretendiamo esattamente ciò che decidiamo di avere.

Egoisti ed egocentrici come la folla.

Eppure Lui è lì , entra in silenzio, si lascia uccidere, essendo obbediente fino alla morte in croce. Entra nel nostro abisso e non scappa. Prova a curarci le ferite come una mamma farebbe con il proprio bambino, con docilità e pazienza.

In questo tempo così difficile e confuso, la mia speranza è che riusciamo a chiarirci le idee, a dare il giusto valore alle situazioni che viviamo, dando veramente rilievo a ciò che può farci crescere e migliorare. Abbiamo bisogno di resurrezione, tutti quanti, tutti nessuno escluso ma per risorgere dobbiamo morire come il seme che, sepolto nella terra, si spacca e porta frutto.

In qualche modo dobbiamo morire a noi stessi, lasciandoci trasfigurare, illuminare e travolgere dall’amore di Dio che desidera solo il nostro bene.

Su queste ultime settimane

Sono settimane che non scrivo sul blog, penso si sia trattato di una specie di blocco dello scrittore o del bisogno di fare silenzio di fronte a ciò che vivo, viviamo quotidianamente. Adesso si è aggiunta anche la follia della guerra come se non ci fossero abbastanza problemi da affrontare… così la mente ed il cuore sono continuamente bombardati dall’orrore di una guerra che poteva certamente essere evitata sotto tutti i fronti. Le vicende storiche del Novecento non hanno insegnato nulla perché in fondo a non essere cambiato è il cuore dell’uomo, il suo lato oscuro fatto di egoismo, predominio, delirio di onnipotenza. Ancora una volta la storia di Caino ed Abele si ripete in una logica di soffocamento ed estirpazione dell’altro. Spero che il tempo di Quaresima, tempo di grazia, possa condurci nel deserto, un luogo dove non c’è nulla se non il caldo torrido della nostra nudità e fragilità. Forse li’ potremmo scoprire chi siamo ed accogliere il mistero dell’altro.

Sullo stato attuale dell’umano

In queste ultime ore ho ricevuto tanti messaggi di buon anno, un 2022 che di spera essere diverso ma in realtà a cambiare in maniera radicale dovremmo essere noi…

Condivido una riflessione molto interessante della Candiani che afferma che “il Coronavirus siamo noi, indifferenti alla distruzione del pianeta. Indifferenti all’ invasione costante di habitat non nostri. Indifferenti al disgelo dei ghiacci artici che conservano da secoli chissà quali batteri. Indifferenti alla spettacolarizzazione costante di tutto. Alla mancanza di silenzio. Di ascolto senza consigli. All’ attesa quieta per poter capire”.( cit. Questo immenso non sapere).

Dobbiamo cambiare noi tutti, ogni singolo essere umano su questa terra. Non il fantomatico sistema, i vertici. Tutti.

Imparare a scoprire l’umano buono che c’è in noi, capace di azioni meravigliose, di rispetto nei confronti della casa comune, di accoglienza e condivisione nei confronti della vita, questi dovrebbero essere gli obiettivi da perseguire.

Nuove prospettive per il 2022

Per questo nuovo anno ti auguro di poter afferrare la vita nei suoi frammenti d’eternità, di scoprirti meraviglioso germoglio di luce e amore.

Ti auguro di saper ricominciare sempre, nonostante tutto.

Ti auguro uno sguardo aperto, sollecito, attento alle vibrazioni del mondo.

Ti auguro un cuore aperto e libero, pronto ad accogliere tutto.

Sii per te stesso e per gli altri uno splendido nido in cui tornare.

Buon 2022!Con affetto Daniela

Kintsugi: una riflessione per il 2021


“Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro. Essi credono che quando qualcosa abbia subito una ferita ed abbia una storia, diventi più bella. Questa tecnica è chiamata “Kintsugi.”
Oro al posto della colla. Metallo pregiato invece di una sostanza adesiva trasparente. E la differenza è tutta qui: occultare l’integrità perduta o esaltare la storia della ricomposizione? Chi vive in Occidente fa fatica a fare pace con le crepe. “Spaccatura, frattura, ferita” sono percepiti come l’effetto meccanicistico di una colpa, perchè il pensiero digitale ci ha addestrati a percorrere sempre e solo una delle biforcazioni: o è intatto o è rotto. Se è rotto, è colpa di qualcuno. Il pensiero analogico-arcaico, mitico, simbolico invece, rifiuta le dicotomie e ci riporta alla compresenza degli opposti, che smettono di essere tali nel continuo osmotico fluire della vita.
La Vita è integrità e rottura insieme, perché è ri-composizione costante ed eterna. Rendere belle e preziose le “persone” che hanno sofferto… questa tecnica si chiama “amore”. Il dolore è parte della vita. A volte è una parte grande, e a volte no, ma in entrambi i casi, è una parte del grande puzzle, della musica profonda, del grande gioco. Il dolore fa due cose: ti insegna, ti dice che sei vivo. Poi passa e ti lascia cambiato. E ti lascia più saggio, a volte. In alcuni casi ti lascia più forte. In entrambe le circostanze, il dolore lascia il segno, e tutto ciò che di importante potrà mai accadere nella tua vita lo comporterà in un modo o nell’altro. I giapponesi che hanno inventato il Kintsugi l’hanno capito più di sei secoli fa e ce lo ricordano sottolineandolo in oro”.

Dal Web

Prima di giudicare e criticare il mio operato e le mie scelte, indossa le mie scarpe…ti renderai conto di quanti sassolini ci siano all’interno e di come anche pochi passi siano già un inizio.

FRAGILITA’

La nostra carne è fragile: qualsiasi pezzo di materia in movimento può trafiggerla, lacerarla schiacciarla, oppure inceppare per sempre uno dei suoi congegni interni.
La nostra anima è vulnerabile, soggetta a depresioni immotivate, penosamente in balia di ogni genere di cose, e di esseri altrettanto fragili o capricciosi.
La nostra persona sociale, da cui dipende quasi il sentimento dell’esistenza, è costantemente e interamente esposta al caso.
….

il centro stesso del nostro essere è legato alle sue tre parti con fibre tali da risentire delle ferite di ciascuna, anche se non gravi, fino a sanguinare. In particolare è come se ogni cosa che sminuisce o distrugge il nostro prestigio sociale, il nostro diritto alla considerazione altrui alterasse o sopprimesse la nostra stessa essenza: fino a questo punto abbiamo per sostanza l’illusione.

Quando tutto va più o meno bene, non si pensa a questa fragilità quasi infinita. Ma nulla costringe a non pensarvi. La si può guardare di continuo, e ringraziarne continuamente Dio.
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Possiamo pensare a questa fragilità con amore e con riconoscenza in circostanze di grande o piccola sofferenza. Pensare ad essa in momenti pressochè indifferenti. Pensarvi in qualsiasi lieta occasione. Non dovremmo farlo, invece, se questo pensiero fosse di natura tale da turbare o sminuire la gioia. Ma non è così. La gioia acquisisce soltanto una dolcezza più penetrante e pungente, così come la fragilità dei fiori accresce la bellezza del ciliegio.

Simone Weil 

La felicità è sempre semplice…

Condivido con voi un interessante articolo dello psicoterapeuta Francesco Urbani sui difficili momenti che, a volte, ci troviamo a vivere.

C’è un momento, o meglio diversi momenti nella vita, in cui sentiamo il bisogno di lasciar andare.
I pensieri e sentimenti si accumulano e ci distolgono da quello che veramente siamo e da quella che sappiamo essere la nostra direzione. Verrebbe quasi da dirla con Kavafis, che siamo persi nel chiacchiericcio della vita.
Tutto il rumore che ci si è depositato addosso, e che facciamo fatica a togliere. Soprattutto in un momento come questo, dove le abituali coordinate dell’esistenza, sono alterate a causa della pandemia e di tutto quello che inevitabilmente ne consegue.
Siamo stanchi, e questa stanchezza ci porta lontano dalle nostre radici, come se non potessimo più avere memoria. E questa assenza ne crea un’altra non meno dolorosa. Quello del sentirci soli.
L’altro diventa quindi qualcuno che infastidisce, che non alleggerisce perché è ridotto (suo malgrado, o forse no) a un troppo intollerabile.

La vita non è più armonica, perché a non essere in armonia siamo soprattutto noi con noi non stessi. E siamo soli perché i primi ad abbandonarci siamo proprio noi.

Sappiamo che è giunto il momento di cambiare prospettiva. Cambiare posizione nei confronti della vita. Ma questo non sempre ci riesce, e soprattutto non sempre è possibile.
Il quotidiano sa essere una macchina molto potente e difficilmente arrestabile.
Quello che però non dobbiamo mai dimenticare (e anche questo è il ruolo della memoria) è che abbiamo la forza di cambiare. In un certo senso ne abbiamo il dovere, perché quella ruota ha evidentemente preso una direzione, o una velocità, che non ci appartiene e non ci piace.

Rompere gli schemi, anche in modo piccolo e minuto, può essere l’elemento che rivoluziona questo andamento.

Il troppo, allora, può scivolare via. E la vita ritrova la sua semplicità, e in fondo c’è la reminiscenza di ciò che affermava Borges, che la felicità è sempre semplice.

Si può, solo in quel cambiamento, impercettibile ma eccezionale, ritrovare il contatto, innanzitutto con noi stessi. Con la nostra capacità di andare al ritmo che veramente ci appartiene. Quel ritmo che se rispettato può essere vero concerto con il mondo. Con cui finalmente possiamo riappacificarci, non essendo più singoli, ma elemento dei tanti elementi della natura.

Ritroviamo in noi stessi, e quindi all’esterno e nell’altro, quella luce che pensavamo perduta. Le angosce che svaniscono.
E soprattutto la naturalezza del nostro essere e della nostra essenza.
L’autenticità che spesso non sono gli altri a negare a toglierci, ma siamo noi stessi a negare e rifiutare.

Ritrovare leggerezza, e seguire il desiderio del lasciare andare, è sempre un ritrovarsi e rispettarsi. E’ il coraggio di ammettere la propria natura e la propria essenza.
E’ guardare in faccia la nostra differenza dagli altri, che è si differenza ma anche possibilità di incontro e vicinanza.
Ritrovare la capacità di lasciar andare ci rende un po’ più soli e a contatto con la nostra finitudine,  ma ci dona quella vicinanza a noi stessi senza la quale ci sentiremmo sempre invariabilmente soli.

Francesco Urbani, psicoterapeuta

Città

Dici: In un altro paese | a un altro mare me ne andrò | una città tanto più bella, di quanto | questa sarà mai o sia stata, troverò… | Ora a ogni passo il laccio stringe il morso: | il cuore è sepolto in corpo e non ha corso: | fino a quando, quanto devo restare qui | recluso in questa tetra periferia sfiorita | della mente qualunque? Dovunque guardi vedo | solo macerie nere della mia vita. | Sono tanti anni, tanti, che sono qui, | spendere e spandere, senza un costrutto. | No, non ci sono paesi nuovi, amico, né | nuovi mari: la città ti segue dappertutto. | Nello stesso groviglio di vie girerai all’infinito, | gli stessi borghi mentali scivolano | all’età vecchia dall’età bella, | nella stessa casa di sempre incanutisci. | La città è una cella. || Nessun altro posto, sempre questo | tuo ancoraggio terrestre, e nessuna nave esiste | che ti porti lontano da te stesso. Ma non capisci? | La vita che hai rovinato fino in fondo su questo | unico lembo della terra, adesso | è rovinata per ogni parte del mondo.

K.Kavafis

Perchè?

E alla fine domani ricominciano le lezioni. Avendo gran parte delle ore all’infanzia, riprenderò in presenza. Non so se essere preoccupata, arrabbiata o altro. La scuola è un diritto sacrosanto per ciascun bambino e un approccio sereno e positivo farà sì che gli alunni porteranno sempre quel bagaglio di apprendimenti, esperienze e relazioni nel cammino della vita. Mi chiedo però perchè con un tetto di 1800 contagi in un giorno, tutti docenti vanno in didattica a distanza tranne l’infanzia in cui, tra l’altro , non è previsto neanche il distanziamento.

Perchè?