I miei auguri per il 2021

Alla fine ci stiamo ormai avvicinando alla conclusione di questo anno che nessuno di noi riuscirà a dimenticare. Ormai da qualche anno, considero il capodanno un giro di boa in cui cerco di appuntarmi i propositi che, in molti casi, si ripetono di anno in anno.

In occasione del nuovo anno, mi ripropongo di provare a cucire e rattoppare alcuni strappi che si sono andati accumulando nel corso del tempo. A volte non per mia volontà ma per altrui scelta o per situazioni che si sono venute a creare.

Cercherò di fare spazio anche a ciò che non mi piace perchè in questa vita alla fine ogni esperienza ci fa crescere e ci lascia qualcosa dentro. Mi impegnerò ad osservare ed ascoltare con le orecchie del cuore le persone che incontrerò lungo il cammino cercando di avere pazienza e comprensione, ricordandomi che ogni persona è un dono e una benedizione.

Farò tesoro di tutte le cadute, degli sbagli e dei tremendi scivoloni che hanno caratterizzato la mia vita non per giudicarmi ( l’ho fatto per 38 anni) ma semplicemente per evitare di ripetere gli stessi errori.

L’ultima cosa che poi è anche la prima e la più importante è affidarmi completamente con fede alle amorevoli cure del Buon Dio che sa ciò che è meglio per me, sempre.

A voi miei cari e preziosi amici, auguro tanta serenità e gioia di vivere perchè alla fine ciò che resterà di noi agli altri saranno più che le parole, i gesti, gli sguardi e l’amore che saremo riusciti a spargere intorno.

Buon 2021!

Lettera di Natale 2020

Cari amici miei,

che strano questo Natale ormai alle porte!

L’anno scorso, di questi tempi, non mi sarei certo aspettata di trascorrere un anno come il 2020: una pandemia mondiale, zone rosse, lock down e tante persone, ahimè, volate via in totale solitudine. Nel mio cuore ci sono sentimenti contrastanti. Penso che tutto questo dolore l’avremmo potuto evitare se non avessimo giocato con i virus in laboratorio. Questo dolore viene dalle mani dell’ uomo e purtroppo adesso non possiamo più tornare indietro.

Ieri è stato l’ultimo giorno di scuola. Non è stato come gli altri anni e del resto come poteva esserlo con visiere, mascherine e camice?

I bambini hanno però sempre tanto da insegnare.Sono una luci meravigliose che ti indicano il cammino nei momenti di difficoltà e che ti invitano a mantenere la calma e a cercare di essere felici.

Per questo Natale che verrà, auguro a ciascuno di noi di non perdere la speranza e di non lasciarci scoraggiare perchè con fatica, sacrificio e resilienza sopravviveremo.

Buon Natale amici miei, vicini e lontani!

Vi abbraccio virtualmente con tanto affetto,

Dada

Caro papà

Dopo un lungo peregrinare, alla fine, mi sono resa conto che mi manca poterti confidare i miei progetti, raccontarti le mie giornate, ascoltare i tuoi consigli e nutrirmi del tuo meraviglioso entusiasmo. Restano le tele, gli schizzi e i pennelli, i post-it con i tuoi pensieri, le poesie…

A volte mi sento gravata e smarrita di fronte alle situazioni che la vita mi pone dinnanzi e so che dovrò fare tanta strada per comprendere a fondo l’ordine delle cose, per dare un nome all’ inestricabile  groviglio di pensieri e stati d’animo.

Caro papà, vorrei che tu fossi qui accanto a me…

Sette anni di matrimonio

IMG-20200629-WA0002 Oggi è stato un giorno speciale per me e mio marito.Abbiamo festeggiato7 anni di matrimonio, anni intensi, gioiosi,a tratti in salita. Io e Paolo ci siamo conosciuti in occasione della Giornata Mondiale della gioventù a Colonia. Nel mio cuore, fin dall’ inizio, ho  sentito che sarebbe stato l’uomo della mia vita, colui che avevo atteso per così tanto tempo. Paolo mi conosce meglio di me stessa. Non di rado capita che lui riesca a cogliere sensazioni e stati d’animo così intimi che mi chiedo realmente come faccia. Averlo nella mia vita è una grande benedizione. Mi guarda e mi ama nelle mie imperfezioni e nelle debolezze e, credetemi,ne ho veramente tante.  A lui, a noi auguro di poter camminare insieme, fianco a fianco, come abbiamo sempre fatto. A volte rotti e feriti ma sempre insieme come testimonianza incarnata del volto amorevole di Dio. Per chi avesse voglia, condivido il post che ha pubblicato Paolo questa mattina. http://ipost2.com/wp/?p=310

Guardo in ginocchio la terra

 

Guardo in ginocchio la terra
Guardo l’erba
Guardo l’insetto
Guardo l’istante fiorito e azzurro
Sei come la terra di primavera amore
Io ti guardo.
Sdraiato sul dorso vedo il cielo
Vedo i rami degli alberi
Vedo le cicogne che volano
Sei come il cielo di primavera amore
Io ti vedo.
Ho acceso un fuoco di notte in campagna
Tocco il fuoco
Tocco l’acqua
Tocco la stoffa e l’argento
Sei come un fuoco di bivacco all’addiaccio
Io ti tocco.
Sono tra gli uomini amo gli uomini
Amo l’azione
Amo il pensiero
Amo la mia lotta
Sei un essere umano nella mia lotta
Ti amo.

Da “Poesie d’amore”

N.Hikmet

 

Ascolto

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Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo. Come l’amore di Dio incomincia con l’ascoltare la sua Parola, così l’inizio dell’amore per il fratello sta nell’imparare ad ascoltarlo. E’ per amore che Dio non solo ci dà la sua Parola, ma ci porge pure il suo orecchio. Altrettanto è opera di Dio se siamo capaci di ascoltare il fratello. I cristiani, e specialmente i predicatori, credono spesso di dover sempre “offrire” qualcosa all’altro, quando si trovano con lui; e lo ritengono come loro unico compito. Dimenticano che ascoltare può essere un servizio ben più grande che parlare. Molti uomini cercano un orecchio che sia pronto ad ascoltarli, ma non lo trovano tra i cristiani, perché questi parlano pure lì dove dovrebbero ascoltare. Chi non sa ascoltare il fratello ben presto non saprà neppure più ascoltare Dio; anche di fronte a Dio sarà sempre lui a parlare. Qui ha inizio la morte della vita spirituale, ed infine non restano altro che le chiacchiere spirituali, la condiscendenza fratesca che soffoca in tante belle parole pie. Chi non sa ascoltare a lungo e con pazienza parlerà senza toccare veramente l’altro ed infine non se ne accorgerà nemmeno più. Chi crede che il suo tempo è troppo prezioso per essere perso ad ascoltare il prossimo, non avrà mai veramente tempo per Dio e per il fratello, ma sempre e solo per se stesso, per le sue proprie parole e per il suoi progetti… C’è un modo di ascoltare impaziente e distratto, che disprezza il fratello e aspetta solo di poter finalmente prendere la parola e liberarsi dell’altro. Questo non è compiere la propria missione, e certamente anche qui nel nostro atteggiamento verso il fratello si rispecchia il nostro rapporto con Dio. Se noi non riusciamo più a porgere il nostro orecchi al fratello in cose piccole, non c’è da meravigliarsi se non siamo più capaci di dedicarci al massimo tra i servizi consistenti nell’ascoltare, affidatoci da Dio, cioè quello di ascoltare la confessione del fratello. Il mondo pagano sa, oggi, che spesso si può aiutare un altro solo ascoltandolo seriamente, avendo riconosciuto questo, vi ha impostato una propria cura d’anime laica, alla quale accorrono numerosi gli uomini, anche i cristiani. Ma i cristiani hanno dimenticato che il compito dell’ascoltare è stato loro affidato da Colui il quale è l’uditore per eccellenza, alla cui opera essi sono chiamati a collaborare. Dobbiamo ascoltare con l’orecchio di Dio, affinché ci sia dato di parlare con la Parola di Dio.

D. Bonhoeffer

La leggenda dei gelsi rossi. Tisbe e Piramo

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Piramo e Tisbe erano due bellissimi ragazzi che vivevano in case vicine. Figli di famiglie antagoniste, quando i loro genitori si accorsero che i ragazzi amoreggiavano, li fecero rinchiudere, ciascuno nello sgabuzzino del proprio palazzo.
Nessuno però si era mai accorto che i due sgabuzzini erano divisi solamente da un muro e che attraverso una piccola fessura sul muro i due innamorati, Piramo e Tisbe, riuscivano a scambiarsi baci e sussurrarsi frasi d’amore.

Innamorati e feriti dalla loro separazione, un giorno decisero di escogitare un piano per fuggire: Tisbe avrebbe raggirato la sua ingenua nutrice, mentre Piramo si sarebbe accordato con il suo guardiano che avrebbe finto di essere stato aggredito e gli avrebbe consegnato le chiavi.
Così riuscirono a scappare e girovagarono a lungo per le campagne, secondo alcuni nell’agrigentino, fino a quando decisero di mettersi al riparo di un antico albero di gelso bianco, dove trascorsero un’appassionata notte d’amore. Secondo la leggenda, alle prime luci del giorno Tisbe si avvicinò ad una fonte d’acqua ma, alla vista di una leonessa che stava bevendo alla stessa fontana, presa dalla paura fuggì e nella corsa le cadde il velo che le era servito a nascondere il viso durante la fuga dal palazzo.
La leonessa, indispettita dalla presenza estranea, prese il velo e lo lacerò sporcandolo con il sangue dell’ultima sua vittima. Giunto poco dopo, Piramo, vedendo il velo della sua amata Tisbe lacero e sporco di sangue, e non trovandola nei paraggi, credette che fosse stata divorata dalla leonessa, così, dopo aver baciato il mantello tante volte, preso dalla disperazione, estrasse il pugnale e con quello si uccise.
Superata la paura per la tigre, Tisbe uscì dal suo nascondiglio per raggiungere il suo amato, ma con sua grande disperazione lo trovò senza vita ai piedi del gelso e disperata gridò all’albero: “Per sempre i tuoi frutti si tingeranno di rosso scuro, nel ricordo di noi due, innamorati, che ti bagnammo con il nostro sangue“. E dopo aver pronunciato queste parole, estrasse il pugnale dal corpo dello sfortunato Piramo, lo rivolse verso di lei cadendo morta sul corpo dell’amato.

Secondo la leggenda, il sangue degli innamorati, che assorbito dalla terra fino a raggiungere le radici, salì attraverso la linfa fino ai frutti, tingendo i gelsi di rosso, trasformandoli nelle dolcissime more che ancora oggi risplendono nelle vallate siciliane.

Ovidio, Metamorfosi

Il gesto in un mondo di parole logore

 

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Il gesto è innanzitutto un atto fisico. Corporeo. Chiaro ed evidente.
Questo avviene nella dinamica del movimento umano, che si delinea in infiniti gesti, ognuno dei quali ha diversi significati e possibilità interpretative.

Il gesto, all’interno di un suo specifico silenzio, (al di la di quanto “rumore” e parole possa avere attorno) è sempre elemento primo di comunicazione. Infatti, esso, è sistematicamente antecedente al discorso verbale.
Con il gesto è già possibile capire se l’interlocutore ha compreso quel che gli abbiamo detto, e il suo essere o meno d’accordo.
Il gesto ha sempre una velocità maggiore della parola, essendo praticamente “parola dentro la carne”. Dialogo inscritto sotto la pelle umana.

Questo è particolarmente emblematico nell’amore, quando l’amante esprime nei gesti la propria passione, mentre non trova parole adatte ad esprimere il suo sentimento. In tal modo gesto e parola possono essere infinitamente asimmetrici.
Nel gesto, prima che nelle parole, si esprime l’amore.
E tutto questo vale per molti altri sentimenti, come la tristezza, l’allegria…

Il volto, a volte, è già abbastanza comunicativo, da non aver alcun bisogno di oralità.

Ma tutto questo non significa che vi sia sempre armonia tra gesto e parola, perché possono infatti anche esprimere significati molto diversi. Totalmente in contraddizione tra di loro.
Possono generarsi ambiguità, e questo perché il gesto include sempre una notevole complessità e ricchezza, essendo per sua natura carico di sfumature. Mentre la parola, nel suo essere spesso abusata, diventa facilmente “logora” e quindi priva di un reale carico di significato.
Il gesto invece apre al mistero, alla possibilità. Nella sua grande profondità e spessore è sempre autentico.

All’interno dei rapporti umani, a volte è la parola che può farsi “menzogna”, perché mentre diciamo qualcosa, mostriamo tutt’altro e questo è evidente in chi racconta di star bene ma mostra in volto un’evidente tristezza.
Può capitare, e questo deve sempre essere preso in considerazione, che le convenzioni sociali, un certo analfabetismo emotivo, ed altre condizioni possano impedire il fluire comunicativo dei sentimenti. Le parole confondono più che chiarire, ma dalla parte del cuore troveremo sempre i gesti. Come il “silenzio”, essi chiariscono, sorprendono, e richiedono accoglienza totale.

C’è uno stretto rapporto tra “gesto” e “silenzio”. Entrambi sono il prima e il dopo della parola. La generano, la abitano e la riportano nei luoghi dell’autenticità emotiva.
I gesti sono carichi di emozioni, perché sono sempre avvolti di affetti, e non possono in tal senso mai ingannare.

I gesti, che nelle conversazioni sono involontari, nella loro naturalezza, non solo rendono la punteggiatura e il ritmo delle parole, ma essendone sfondo “musicale”, restituiscono colore, forma e tonalità emotiva. Senza i gesti le parole sarebbero null’altro che lettere in libertà, sterili di significato.

Con i gesti ci avviciniamo, raccontiamo, ci esponiamo, oppure respingiamo e allontaniamo. Ma al di là dell’esprimere sentimenti negativi o positivi, o che richiamino vicinanza o impongano lontananza: i gesti sono sempre dialogo, e quindi sono sempre rapporto umano, con l’altro, con il mondo e con se stessi.

F. Urbani