Preghiera

Non ti lascio cadere e non ti abbandono.
Resto presso di te con il mio amore,
ti accompagno dovunque andrai.

Il mio amore sia la tua forza, la mia fedeltà la tua difesa.
Ti avvolga la mia tenerezza,
e ti venga incontro la mia brama.

Se sei triste, ti consolerò,
nella tua inquietudine stendo la mia mano su di te,
nel tuo dolore bacio le tue ferite,
nel tumulto mi metto al tuo fianco
come angelo delle difficoltà.

Se gli uomini ti deridono ti irrobustirò le spalle,
nella tua mutezza ti offrirò la mia voce
e quando sarai ricurvo per il dolore ti solleverò
con uno sguardo d’amore.

Quando tutto inaridirà in te, ti regalerò il mio calore,
e quando le preoccupazioni ti opprimeranno,
ti sussurrerò parole di fiducia.

Se l’affanno colmerà la tua anima, lo caccerò,
e la mia presenza sarà per te luce in tutto quello che farai.

Al mattino ti risveglia il mio desiderio
e alla sera ti ricopre il mio amore;
addormentati nelle mie braccia
faccia a faccia, cuore a cuore…
tendi l’orecchio, batte per te… nella lunga notte,
a ogni nuovo giorno…

A. Grun

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Buona Pasqua!

 

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Cristo è risorto!
Oh! risorga Cristo anche in noi:
viva in noi con la sua grazia,
e noi viviamo in lui e di lui,
ché fuori di lui
non c’è vita né consolazione che valga.

Cristo è risorto!
Ma è ancora in mezzo a noi, è sempre con noi,
per asciugare ogni lagrima,
e trasformare tutti i dolori in amore.

Cristo viene portando sul suo cuore la Chiesa,
e, nella sua mano, le lacrime e il sangue dei poveri:
la causa degli afflitti, degli oppressi, delle vedove,
degli orfani, degli umili, dei reietti.

E dietro a Cristo si aprono nuovi cieli:
è come l’aurora del trionfo di Dio.
Sono genti nuove, nuove conquiste,
è tutto un trionfo non più visto di grande,
di universale carità,
poiché l’ultimo a vincere è lui, Cristo,
e Cristo vince nella carità e nella misericordia.
L’avvenire appartiene a lui, a Cristo.

San Luigi Orione

Sabato santo, il giorno più lungo

Carissimi, condivido con voi questo articolo di E. Bianchi sul sabato santo. Trovo sia illuminante…buona lettura!

Il sabato santo, o grande sabato, è il giorno “frammezzo”, perché sta tra il giorno della morte di Gesù e quello della sua resurrezione. È un giorno unico nel ritmo liturgico, un giorno di silenzio e di attesa, che non sta solo nella settimana santa ma diventa un’ora, un tempo, a volte una stagione nella vita del cristiano. Dobbiamo anche confessare che è un giorno scomodo, che appare vuoto, e non è un caso che fino a qualche decennio fa fosse stato, per così dire, “rubato”, “sottratto”, perché in qualche modo era stato quasi espulso dalla liturgia stessa.

Ho buona memoria di come si viveva il sabato santo prima della riforma liturgica voluta da Pio XII con la restaurazione della veglia pasquale, nel 1951. Il venerdì santo era celebrato in un clima severo, penitenziale e di lutto. Al pomeriggio vi era la liturgia della croce nella quale, scalzi, si andava a inginocchiarsi davanti al grande crocifisso e si innalzavano intercessioni veramente universali: per la chiesa, i giudei, gli eretici, gli scismatici, i peccatori e i malati nel corpo e nell’anima. Venuta la notte, la processione con il Cristo morto solcava le vie del paese, mentre canti funebri e dolorosi, davvero struggenti, ricordavano che la madre dolorosa stava presso la croce piangente accanto al corpo del Figlio. Il venerdì santo era un giorno di tenebra, e anche l’Ufficio delle tenebre, con le Lamentazioni di Geremia cantate su toni cupi, accompagnava i sentimenti di oscurità e tristezza presenti nei cuori.

Ma al mattino, quando avremmo dovuto vivere il sabato santo con il suo silenzio e il suo vuoto, in realtà c’era un darsi da fare quasi convulso. In chiesa si drappeggiavano con panni le finestre, in modo che non entrasse la luce e il buio permettesse di celebrare la vittoria del fuoco, con la sua luce. Vi era poca gente in chiesa in quel mattino: il prete, le suore, qualche donna e noi chierichetti… Pochi lo ricordano, ma la resurrezione si celebrava il sabato mattina, verso le dieci, in uno stile non certo di festa: si eseguiva un rito con fede ma senza un vero coinvolgimento delle emozioni e dei sentimenti di gioia pasquale. Poi, al suono delle campane (si diceva che “si slegavano le campane”), si correva al ruscello vicino e, segnandosi con il segno della croce, ci si lavava la faccia nell’acqua fredda ma pulita che scorreva tra le pietre e i ciuffi dell’erba nuova. E così il sabato santo di fatto non si viveva, mentre alla domenica, allora sì, si andava tutti alla liturgia eucaristica (la messa) della resurrezione, poi si faceva festa in famiglia e a volte c’era il pranzo nei prati.

Ma dopo la riforma liturgica di Pio XII ecco riapparire il sabato santo, ecco la meditazione su di esso da parte dei grandi teologi, ecco la ripresa della continuità con la liturgia della chiesa dei padri: era tornato il sabato santo! E così a poco a poco si riscoprivano i suoi significati. Innanzitutto, in ascolto delle sante Scritture, il sabato santo appare come il giorno nel quale nulla è stato detto di Gesù, morto e sepolto il giorno prima, e poco è stato detto riguardo agli altri, i discepoli e i protagonisti della sua passione e morte. Sembra un giorno che deve passare in fretta, perché le donne attendono il giorno successivo per fare ritorno alla tomba, i sommi sacerdoti pensano che nulla possa succedere, visto che la tomba è vigilata dai soldati di Pilato, i discepoli presi dalla paura stanno in casa, a porte chiuse.

Sabato santo, giorno in cui non accade nulla, giorno del riposo di Dio, secondo la vita di fede giudaica, giorno in cui il corpo morto di Gesù è nella tomba a riposare. Morto il giorno prima, il venerdì 7 aprile dell’anno 30, Gesù appare morto per sempre: non c’è ormai più nulla da vedere e da ascoltare da lui… La sua storia appare un fallimento e la sua comunità è smarrita e impaurita. Si impone un’evidenza: un corpo esanime, chiuso con una grande pietra dentro una tomba, inaccessibile. Un giorno così vuoto, segnato da aporia, appare il giorno più lungo! Si vorrebbe che finisse presto, perché mette alla prova la nostra adesione alle parole in cui abbiamo creduto, la nostra speranza in un esito di salvezza e di trionfo del bene sul male.

E invece siamo posti di fronte alla morte: quella di Gesù ma anche la nostra morte e la morte degli altri che amiamo. Vorremmo accorciare quel giorno, vorremmo cancellarlo, eppure, nel triduo salvifico, è un necessario giorno frammezzo: si tratta di capire ciò che è successo, di guardare in faccia la realtà della morte come fine che si impone inesorabile, di esercitarci nell’attesa, vincendo costantemente i dubbi attraverso l’adesione alle parole di Gesù. Nel sabato santo la fede è costretta a combattere, a conoscere la propria debolezza, per essere vittoriosa sulla nientità, sul nulla, sul vuoto. Se il sabato santo testimonia che Gesù “è andato a fondo”, esso ci richiede di andare in profondità, di accogliere il buio che avvolge l’enigma, che a poco a poco, grazie alla forza dello Spirito di Dio operante in noi, può trasformarsi in mistero. Sì, dall’enigma disperante al mistero che rivela il senso di tutte le cose e di tutti gli eventi! Non si può vivere il sabato santo senza accettare la “crisi della parola”, l’esperienza che le parole non sono sufficienti e a volte devono lasciare il posto al silenzio, al “non saper dire”. Lo scandalo della croce getta un’ombra, e in quest’ombra dobbiamo imparare a stare. “È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore” canta il profeta nelle Lamentazioni per la morte del Messia (3,26).

Ma se è vero che questo silenzio e questa attesa ci stringono il cuore, nelle profondità del cuore stesso continuiamo però a credere che Gesù Cristo è sempre operante e che proprio quando non vediamo nulla e constatiamo solo che “recessit Pastor noster” – “se n’è andato il nostro Pastore” –, proprio allora lui, il Signore dei vivi e dei morti, è sceso negli inferi, nelle profondità irredente dell’uomo, a portare quella salvezza che noi non possiamo darci. In quel sabato santo è sceso per incontrare tutti gli umani già morti, ma ancora oggi scende nelle nostre profondità non evangelizzate, abitate dalle nostre ombre e dalla morte, per operare ciò che noi non possiamo operare. Sì, nella vita spirituale prima o poi si va a fondo, ma andando a fondo troviamo Gesù che ci ha preceduti e ci attende a braccia aperte. Allora la nostra attesa finisce, il nostro lamento si cambia in cantico nuovo, il nostro giacere su terre di morte in una danza di gioia: lui, Gesù risorto, asciugherà le lacrime dai nostri occhi e con la sua mano nella nostra ci condurrà al Padre nel Regno eterno.

E la tomba, che il terzo giorno risulta vuota, sarà eloquente: Non è qui, è risorto da morte, come aveva detto!. Così, dopo il sabato santo inizia quel giorno senza fine, senza tramonto: la Pasqua di Gesù e la nostra Pasqua, un’unica Pasqua!

E. Bianchi,sabato santo il giorno piu lungo, Avvenire

Venerdì santo

Venerdì santo: la morte di Gesù in croce è l’altissima, divina, eroica lezione di Gesù su cosa sia l’amore. Aveva dato tutto: una vita accanto a Maria nei disagi e nell’obbedienza.

Tre anni di predicazione rivelando la Verità, testimoniando il Padre, promettendo lo Spirito Santo e facendo ogni sorte di miracoli d’amore. Tre ore di croce, dalla quale dà il perdono ai carnefici, apre il Paradiso al ladrone, dona a noi la Madre e, finalmente, il suo Corpo e il suo Sangue, dopo averceli dati misticamente nell’Eucaristia.

Gli rimaneva la divinità.La sua unione col Padre, la dolcissima e ineffabile unione con Lui che l’aveva fatto tanto potente in terra, quale figlio di Dio, e tanto regale in croce, questo sentimento della presenza di Dio doveva scendere nel fondo della sua anima, non farsi più sentire, disunirlo in qualche modo da Colui che Egli aveva detto di essere uno con Lui: «Io e il Padre siamo uno» (Gv. 10,30). In Lui l’amore era annientato; la luce, spenta la sapienza, taceva. Si faceva dunque nulla per far noi partecipi al Tutto; verme (Salmo, 22,7) della terra, per far noi figli di Dio.Eravamo staccati dal Padre. Era necessario che il Figlio, nel quale noi tutti ci ritrovavamo, provasse il distacco dal Padre. Doveva sperimentare l’abbandono di Dio, perché noi non fossimo mai più abbandonati.

Egli aveva insegnato che nessuno ha maggior carità di colui che pone la vita per gli amici suoi. Egli, la Vita, poneva tutto di sé. Era il punto culmine, la più bella espressione dell’amore.Il suo volto è nascosto in tutti gli aspetti dolorosi della vita: non sono che Lui. Sì, perché Gesù che grida l’abbandono è la figura del muto: non sa più parlare. È la figura del cieco: non vede, del sordo: non sente.

È lo stanco che si lamenta. Rasenta la disperazione. È l’affamato… d’unione con Dio. È figura dell’illuso, del tradito, appare fallito. È pauroso, timido, disorientato. Gesù abbandonato è la tenebra, la malinconia, il contrasto, la figura di tutto ciò che è strano, indefinibile, che sa di mostruoso, perché un Dio che chiede aiuto!… È il solo, il derelitto… Appare inutile, scartato, scioccato… Lo si può scorgere perciò in ogni fratello sofferente.Avvicinando coloro che a Lui somigliano, possiamo parlare di Gesù abbandonato. A quanti si vedono simili a lui e accettano di condividere con Lui la sorte, ecco che egli risulta: per il muto la parola, a chi non sa, la risposta, al cieco la luce, al sordo la voce, allo stanco il riposo, al disperato la speranza, al separato l’unità, per l’inquieto, la pace. Con Lui l’uomo si trasforma e il non senso del dolore acquista senso.

Egli aveva gridato il perché al quale nessuno aveva risposto, perché noi avessimo la risposta ad ogni perché.Il problema della vita umana è il dolore. Qualsiasi forma abbia, per terribile che sia, sappiamo che Gesù l’ha preso su di sé e muta, per un’alchimia divina, il dolore in amore. Per esperienza posso dire che appena si gode di un qualsiasi dolore, per essere come Lui e poi si continua ad amare facendo la volontà di Dio, il dolore, se spirituale, sparisce; se fisico, diviene giogo leggero. Il nostro amore puro al contatto col dolore, lo tramuta in amore; in certo modo lo divinizza, quasi prosegue in noi – se lo possiamo dire – la divinizzazione che Gesù fece del dolore.

E, dopo ogni incontro con Gesù abbandonato, amato, trovo Dio in modo nuovo, più faccia a faccia, più aperto, in un’unità più piena. Tornano la luce e la gioia e, con la gioia, la pace che è frutto dello spirito.Quella luce, quella gioia, quella pace fiorite dal dolore amato colpiscono e sciolgono anche le persone più difficili. Inchiodati in croce si è madri e padri di anime. Effetto è la massima fecondità. Come scrive Olivier Clément: «L’abisso, aperto per un istante da quel grido, si riempie del grande soffio della resurrezione». Si annulla ogni disunità, traumi e spacchi sono colmati, risplende la fraternità universale, fioriscono miracoli di risurrezione, nasce una nuova primavera nella Chiesa e nell’umanità.

Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, in occasione del Venerdì Santo del Grande Giubileo del 2000.

 

Giovedì Santo

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Se dovessi scegliere una reliquia della tua Passione
Prenderei proprio quel catino colmo d’acqua sporca.
Girare il mondo con quel recipiente
E ad ogni piede cingermi dell’asciugatoio
E curvarmi giù in basso,
Non alzando mai la testa oltre il polpaccio
Per non distinguere i nemici dagli amici
E lavare i piedi del vagabondo, dell’ateo, del drogato,
Del carcerato, dell’omicida, di chi non mi saluta più,
In silenzio,
Finché tutti abbiano capito nel mio
il tuo Amore.

M. Delbrel

Per la domenica delle palme

Ti chiediamo, Signore Gesù,
di guidarci in questo cammino
verso Gerusalemme e verso la Pasqua.
Ciascuno di noi intuisce che tu,
andando in questo modo a Gerusalemme,
porti in te un grande mistero,
che svela il senso della nostra vita,
delle nostre fatiche e della nostra morte,
ma insieme il senso della nostra gioia
e il significato del nostro cammino umano.
Donaci di verificare sui tuoi passi
i nostri passi di ogni giorno.
Concedici di capire, in questa settimana che stiamo iniziando,
come tu ci hai accolto con amore,
fino a morire per noi,
e come l’ulivo vuole ricordarci
che la redenzione e la pace da te donate
hanno un caro prezzo,
quello della tua morte.
Solo allora potremo vivere nel tuo mistero
di morte e di risurrezione,
mistero che ci consente di andare
per le strade del mondo
non più come viandanti
senza luce e senza speranza,
ma come uomini e donne
liberati della libertà dei figli di Dio.

C. M.Martini

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Io, le stelle

 

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Che farmene delle stelle,
di questo vento leggero che mi accarezza la sera;
che farmene di una finestra spalancata sul mondo,
sull’orizzonte, se tu non ci sei?
Tutto ha una luce diversa se sei qui con me.
Tutto ha senso solo se posso raccontartelo.

Y.Ritzos

La felicità

Non dove la cercavi, signore, nelle notti del deserto
quando le stelle d’oro brillano sul lapislazzuli
del cielo e la distesa di sabbia è bianca come un manto,
non nell’oasi azzurra e ruscellante,
nelle foglie delle palme mosse dalla brezza,
nell’acqua in cui affondi le braccia e le labbra,
non nel tramonto che incendia di porpora il golìo
quando il sole lacera le vele d”oro e batte sull’acqua:
quella non fu felicità, fu bellezza,
che rimandava a un regno atemporale
di elementi primordiali disegnati dalla luce
dove il fiotto della fontana rende insopportabile il silenzio
e sospetto il mio stesso respiro che s’inoltra nel sonno,
e loro, i vivi, i compresenti, mio Dio,
dove saranno, in quella paradisiaca bellezza?

NO, fu nel suo volto che si specchiava per bere,
nel lampo improvviso degli occhi in quella pozza,
in quell’interruzione del respiro che è il suo riso
e rende eterno il fiato che la anima,
ma non fu il cielo, non l’oasi, non fu il mare,
signore, furono le loro corrispondenze in lei,
i loro istanti di verità e di vita,
quella fu la felicità, la bellezza
quando un respiro umano la smaglia e fa propria
per un istante di compresenza cosmica,
il mare e il cielo nelle labbra e negli occhi,
non l’oasi, non l’incanto del miraggio,
ma la realtà nuda della sua presenza.

R. Mussapi