SULLA FELICITA’

Non fidatevi di chi vi distrae dalla vera ricchezza, che siete voi, dicendovi che la vita è bella solo se si hanno molte cose; diffidate di chi vuol farvi credere che valete quando vi mascherate da forti, come gli eroi dei film, o quando portate abiti all’ultima moda. La vostra felicità non ha prezzo e non si commercia; non è una “app” che si scarica sul telefonino: nemmeno la versione più aggiornata potrà aiutarvi a diventare liberi e grandi nell’amore.

Papa Francesco

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Lettera di un adolescente al genitore

Caro Genitore,

Questa è la lettera che vorrei poterti scrivere.

Di questa battaglia in cui siamo, ora. Ne ho bisogno. Io ho bisogno di questa lotta. Non te lo posso dire perché non ho le parole per farlo e in ogni caso non avrebbe senso quello che direi. Ma, sappi, che ho bisogno di questa lotta. Ne ho bisogno disperatamente.

Ora ho bisogno di odiarti, e ho bisogno che tu sopravviva a questo odio. Ho bisogno che tu sopravviva al mio odiarti, e al tuo odiare me. Ho bisogno di questo conflitto, anche se, nello stemmo momento, pure io lo detesto. Non importa nemmeno su cosa stiamo a litigare: sull’ora di rientro a casa, sui compiti, i panni sporchi, sulla mia stanza incasinata, sull’uscire, sul restare a casa, sull’andare via di casa, vivere in famiglia, fidanzato, fidanzata, sul non avere amici, o sull’avere cattivi amici. Non ha importanza. Ho bisogno di litigare con te su queste cose e ho bisogno che tu lo faccia con me.

Ho disperatamente bisogno che tu mantenga l’altro capo della corda. Che lo mantieni forte mentre io strattono l’altro capo dalla mia parte, mentre cerco di trovare appigli e punti d’appoggio per vivere questo mondo nuovo in cui mi sento dentro. Prima sapevo chi io fossi, chi fossi tu, chi fossimo noi. Ma ora, non lo so più. In questo momento sono alla ricerca dei miei confini e a volte riesco a trovarli solo quando tiro questa fune con te. Quando spingo tutto quello che conoscevo al suo limite. In quel momento io mi sento di esistere, e per un minuto riesco a respirare. E lo so che ti manca quel dolcissimo bambino che ero. Lo so, perché manca quel bambino manca anche a me e a volte questa nostalgia è quello che rende tutto così doloroso in questo momento.

Io ho bisogno di questa lotta e ho bisogno di vedere che i miei sentimenti, non importa quanto tremendi o esagerati siano, non distruggeranno nè me e né te. Ho bisogno che tu mi ami anche quando sono il peggiore, anche quando può sembrare che io non ti ami. In questo momento ho bisogno che tu ami te stesso e me, che tu ci ami entrambi e per conto di tutti e due. Lo so che fa schifo essere antipatici e avere l’etichette di “ragazzo cattivo”. Anche io provo la stessa cosa dentro, ma ho bisogno che tu la tolleri, e che ti faccia aiutare da altri adulti a farlo. Perché io non posso farlo in questo momento. Se vuoi stare insieme ai tuoi amici adulti e fare un “gruppo di auto-mutuo-aiuto-per-sopravvivere-al-tuo-adolescente”, fa’ pure. O parlare di me alle mie spalle, non mi importa. Solo ti chiedo di non rinunciare a me, di non rinunciare a questo conflitto. Io ne ho bisogno.

E questa battaglia particolare, finirà. Come ogni tempesta, sarà spazzata via. E io dimenticherò, e tu dimenticherai. E poi tornerà di nuovo. E allora io avrò bisogno che tu regga la corda ancora. Avrò bisogno di questo ancora per anni.

Lo so che non c’è nulla di intrinsecamente soddisfacente in questa situazione per te. Lo so che probabilmente non ti ringrazierò mai per questo, o neanche riconoscertelo. Anzi probabilmente ti criticherò per tutto questo duro lavoro. Sembrerà come se niente che tu faccia sia mai abbastanza per me. Eppure, mi affido interamente alla tua capacità di restare in questa battaglia. Non importa quanto io polemizzi, non importa quanto io mi lamenti. Non importa quanto io mi chiuda in silenzio.

Per favore, resta dall’altro capo della fune. Sappi che stai facendo il lavoro più importante che qualcuno possa mai fare per me in questo momento.

Con amore, il tuo teenager.

 

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A cura di V. Capuano, psicoterapeuta

 

Quilling che passione!

Ho scoperto questa tecnica quasi per caso. Mi era capitato di vedere in giro qualche cartolina realizzata con la carta arrotolata ma non sapevo che potessero realizzarsi tante cose.  Così per Natale ho ricevuto un Kit completo che mi ha permesso di sperimentare e sfogarmi creativamente.

Il  termine quilling deriva dall’inglese “quill” che significa sia “penna d’oca” che “arrotolare” (to quill).
Il quilling  consiste nel tagliare e arrotolare  strisce di carta che  poi vengono incollate insieme per creare disegni decorativi, quadri, accessori.

Durante il Rinascimento, questa tecnica veniva impiegata dagli ordini religiosi per decorare le copertine dei libri o articoli di carattere religioso. Due secoli più tardi, questa tecnica veniva praticata, paradossalmente per lo più dalle cosiddette gentil donzelle.

Condivido con voi alcuni lavori.hdrdavdav

 

Biscotti alle mandorle e cioccolato

davQuesto pomeriggio, condivido con voi una ricetta molto semplice a base di farina di mandorle. Essendo molto golosa, ho aggiunto anche il cioccolato fondente.

Ingredienti per una decina di biscotti:

100 grammi di farina di mandorle

70 grammi di zucchero

1 uovo

20 grammi di burro fuso.

mandorle a scaglie q.b

cioccolato fondente q.b

Procedimento:

In una ciotola capiente mettete farina, zucchero, l’uovo. Mescolate il tutto. In seguito aggiungete i 20 grammi di burro, il cioccolato fondente e le mandorle a scaglie.

Formate un panetto che avvolgerete in pellicola e lascerete a riposare in frigo per un’ora. Non preoccupatevi se l’impasto e molto morbido ed appiccicoso, e’ assolutamente normale.

Trascorso il tempo necessario, fate delle palline ed infornate a 200 gradi per 10 minuti.

Buon appetito!

Sii vigile e prega

Dovresti capire che non appena intendi vivere in pace, subito il male arriva e appesantisce la tua anima attraverso accidie (sconforto, depressione, svogliatezza, avversione per la vita senza una ragione specifica) pusillanimità e cattivi pensieri. Attacca anche il tuo corpo attraverso la malattia, la debolezza, l’indebolimento delle ginocchia e tutti i membri. Dissipa la forza dell’anima e del corpo, così che uno crede che uno sia malato e non sia più in grado di pregare. Ma se siamo vigili e preghiamo tutte queste tentazioni svaniscono.

santa Teodora (madre ortodossa e professoressa del deserto – IV° sec.)

Frittella

Non  lasciatevi ingannare dal nome, non si tratta di una ricetta fritta ma di una pietanza a base di fave, piselli e carciofi. A pietanza ultimata, mia nonna aveva l’abitudine di aggiungere zucchero e aceto così da fare l’agrodolce.

Ingredienti:

  • 1 chilo di fave
  • 500 gr. di piselli
  • 6 carciofi
  • 1 cipolla
  • 1/2 bicchiere di aceto
  • 1/2 cucchiaio di zucchero
  • olio extravergine d’oliva q.b.
  • sale e pepe

Pulite i carciofi, togliete le punte e le foglie più dure ed eliminate il fieno all’interno. Prendete una zuppiera, riempitela di acqua e limone. Tagliate i carciofi a spicchi e poneteli all’interno della zuppiera. Sgusciate 1 kg di fave e 500 g di piselli freschi. In alternativa potete utilizzare i piselli surgelati, le fave invece devono essere fresche.

Prendete un tegame e ponetevi olio e una cipolla tagliata a fette sottili. Aggiungete al soffritto i carciofi scolati, i piselli, le fave e ricoprite con acqua. Aggiungete sale, pepe e lasciate cuocere a fiamma moderata e con il tegame coperto per circa 20 minuti.  Di tanto in tanto, mescolate. Se volete provare l’alternativa di mia nonna, aggiungete mezzo bicchiere di aceto e mezzo cucchiaio di zucchero che va sciolto e mescolato con la fiamma accesa.

Se invece, preferite non aggiungere lo zucchero e l’aceto, potete utilizzare la frittella come contorno oppure come condimento per la pasta!

Buon appetito!

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Ogni stagione della vita ha un suo paradiso

Ogni cristiano che recita il “Credo”, la professione di fede, dice: “Credo la resurrezione della carne, la vita eterna. Amen”, e questo credere non è periferico, ma fondamentale nella fede cristiana. Il cristiano, dunque, crede che ci sia un dopo la morte, una vita piena per sempre, nella quale non vi saranno più pianto, né dolore, né malattia, né morte, ma la gioia eterna della comunione, attraverso Gesù Cristo, con Dio e con gli uomini e le donne da lui salvati. Anch’io, in quanto cristiano e monaco, aderisco a questa speranza, ma confesso che il mio immaginario è molto personale ed è mutato nelle diverse stagioni della mia vita. La domanda che mi viene posta: “Come immagini il paradiso?”, mi spinge dunque a dare diverse risposte.

Innanzitutto, il paradiso è un’immagine che ci viene trasmessa quando siamo piccoli, e così è stato anche per me. Quando morì mia mamma avevo solo otto anni. Chiedevo dov’era andata, perché non riuscivo ancora a comprendere la morte, e mi veniva risposto: è in paradiso, in un bel giardino, e là passeggia tra gli asfodeli, fiori molto profumati. Così immaginavo dunque il paradiso e speravo di andarci presto, per ritrovare mia mamma e vedere questi fiori profumati che nessuno sapeva descrivermi, perché nel Monferrato nessuno li aveva mai visti.

Con la giovinezza e gli studi biblici, elaborai altre immagini, sovente in contrapposizione al possibile esito opposto: gli inferi, luogo di perdizione, lontano da Dio e da tutti gli altri. Il paradiso assumeva le immagini della Bibbia che leggevo e studiavo: un luogo pieno di luce, in cui non era mai notte; un luogo di pace, senza litigi, dispute, violenze, guerre; un banchetto con abbondanza di cibi squisiti e di vini raffinati; tanta musica e la possibilità di stare insieme, in una festa continua… Belle immagini, ma che svanivano velocemente, perché la ragionevole fede mi spingeva a comprendere che il paradiso non era un luogo, bensì una condizione di comunione con il Signore. Mi piaceva però l’immagine del pranzo con piatti sempre nuovi e dal gusto straordinario, dell’ascolto di musiche che rendevano l’eternità sopportabile…

Poi le immagini del paradiso sono cambiate ancora, tra dubbi, rinnovamenti della speranza, a volte anche stanchezza delle immagini stesse e desiderio di rinnovarle. Ora che sono vecchio, il paradiso o l’esito contrario dell’inferno sono sempre più prossimi: non nascondo una certa paura che mi abita al pensiero della morte, perché credo nel giudizio di Dio sulle mie responsabilità, sul mio operare che è stato buono o cattivo.

Spero soprattutto che nessuno vada all’inferno; ma se qualcuno ci va, allora – mi dico – rischio di andarci anch’io, che non mi sento tanto diverso dagli altri nell’acconsentire all’egoismo che mi abita.

E le immagini del paradiso, da vecchio? Sono svanite. Oggi non so dire, non so immaginare, non oso neppure pensare di dire qualcosa che lo descriva. Nella mia fede è solo una cosa: una grande comunione in Gesù Cristo, in cui regnerà l’amore. Sono convinto che chi ho amato qui sulla terra, lo ritroverò anche di là, e così continueranno il nostro amore e la nostra amicizia. Se pensassi di andare di là e di non trovare più i miei amici, preferirei allora non andarci!

Spero di ritrovare questa terra che tanto ho amato, certamente da Dio trasfigurata, ma ancora questa terra con le sue colline, le sue vigne, i suoi boschi… Sì, vorrei che continuassero le “storie d’amore” vissute qui; anzi, che riprendessero quelle che si sono interrotte e, senza gelosie né concorrenze, potessimo tutti insieme bere alle coppe del vino dell’amore.

Per farvi sorridere, cari lettori, vi confesso che ho un’altra paura: di finire sì in paradiso, ma vicino a persone che non mi piacevano, sebbene fratelli o sorelle nella fede e magari anche di rinomata santità. No, questo proprio no! Ma forse, se Dio mi salverà, sarò cambiato tanto da sopportare anche questo. Purché il Signore non mi faccia perdere gli amici, quelli che ho amato bene e quelli che ho amato male: li vorrei con me.

E. Bianchi

Pettegolezzi

Le chiacchiere oziose sugli altri possono provocare grandi danni
Una delle categorie di peccato più sottovalutate è quella dei peccati della parola.
Pecchiamo in molti modi, ma forse quello più comune è attraverso le parole.
Troppo facilmente, quasi senza pensarci, ci dedichiamo a pettegolezzo, chiacchiere vane, bugie, esagerazioni, attacchi duri, osservazioni e riflessioni poco caritatevoli.
Con la nostra lingua possiamo diffondere odio, promuovere paura e malizia, dare informazioni sbagliate, provocare tentazione, scoraggiare, insegnare l’errore e rovinare reputazioni. Possiamo provocare sicuramente gravi danni con un dono che è capace di fare tanto bene!
E non pecchiamo solo per “commissione”, ma anche per omissione, perché spesso rimaniamo in silenzio quando dovremmo parlare.
Non correggiamo gli errori del prossimo quando dovremmo affrontarli con discrezione e gentilezza.
Nella nostra epoca, il trionfo del male è ampiamente sostenuto dal silenzio delle persone buone – anche dal nostro silenzio come popolo cristiano. I profeti devono annunciare la parola di Dio, ma noi spesso incarniamo ciò che dice Isaia (56, 10): “I suoi guardiani (di Israele) sono tutti ciechi, non si accorgono di nulla. Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare; sonnecchiano accovacciati, amano appisolarsi”.
Ha detto bene San Giacomo: “Se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto” (Gc 3, 2).
È vero che non tutti i peccati della parola sono gravi o mortali, ma è anche vero che con le nostre parole possiamo infliggere grandi mali.
Per questo, i peccati della lingua possono diventare gravi e mortali. Gesù ci mette in guardia: nel giorno del giudizio, gli uomini dovranno dar conto di ogni parola inutile proferita (cfr. Mt 12,36).
Tenendo conto di tutto ciò, oggi ci concentreremo su un aspetto dei peccati della parola che in genere chiamiamo “pettegolezzo”.
In una definizione generale, questo termine si può applicare a commenti triviali sulla vita altrui, ma quando considerato specificatamente come peccato, il pettegolezzo consiste nel parlare di qualcuno in modo ingiusto, con la menzogna o la divulgazione di questioni personali o private che non riguardano nessun altro se non la vittima del pettegolezzo.
In genere il pettegolezzo implica conversazioni inappropriate e senza carità su persone che non sono presenti. Quasi sempre, inoltre, aggiunge errori e cambiamenti all’informazione che viene trasmessa.
San Tommaso d’Aquino include il pettegolezzo nella sua trattazione sulla giustizia (II, IIae 72-76) nella Summa Theologica, visto che attraverso il pettegolezzo intacchiamo la reputazione altrui. Il Catechismo della Chiesa Cattolica include il pettegolezzo come materia dell’ottavo comandamento, “Non dire falsa testimonianza”.
Basandoci sulle varie forma di ingiustiza nel parlare identificate da San Tommaso d’Aquino, possiamo menzionare varie modalità di peccati della lingua:
1. L’offesa o ingiuria – Consiste nel disonorare una persona, in genere alla sua presenza, e spesso anche davanti a terzi. L’offesa o ingiuria è commessa in modo aperto, udibile, ed è generalmente motivata da impulsi di rabbia e da mancanza di rispetto personale. Può includere parole sgradevoli, insulti, parolacce e perfino imprecazioni. Nella quotidianità, non sempre ci rendiamo conto del fatto che l’ingiuria è una forma di attacco alla reputazione della persona offesa, perché contrariamente al pettegolezzo, che in genere è fatto alle spalle, l’ingiuria o offesa è “gettata in faccia” alla persona, che quindi avrebbe la possibilità di difendersi. L’ingiuria deve essere comunque menzionata quando citiamo i peccati della parola perché va di pari passo con il disonore, pregiudicando la buona reputazione della vittima. La sua essenza è molto vicina a quella del pettegolezzo. Ingiuriare è un peccato che ha l’intenzione di provocare imbarazzo o disonore personale. Ci sono modi più adulti e più cristiani di risolvere i disaccordi.
2. La diffamazione – Consiste nel parlar male del prossimo in modo ingiusto e alle spalle. È ledere il buon nome di qualcuno davanti a terzi, ma senza che la vittima lo sappia. Questo tipo codardo di pettegolezzo impedisce che la persona di cui si parla riesca a difendersi o a chiarire ciò che viene detto su di lei. Possiamo menzionare due modalità di diffamazione:
a. La calunnia – Consiste nel dire bugie su qualcuno alle sue spalle.
b. La detrazione o maldicenza – Consiste nel dire verità su qualcuno alle sue spalle, ma verità che sono dannose per la persona e che gli altri non hanno alcun bisogno di conoscere. Si tratta di informazioni che, per quanto vere, hanno il potenziale di danneggiare in modo superfluo la reputazione o di pregiudicare il buon nome della vittima davanti agli altri. Ad esempio, può essere vero che Tizio ha alcuni problemi di dipendenza da sostanze, ma è un’informazione che non ha bisogno di essere condivisa con chiunque. Ci sono momenti, è chiaro, in cui è importante condividere certe verità con altri, ma solo se si parla con persone che, per giusta causa, devono conoscere queste informazioni. Oltre a ciò, le informazioni devono essere verificate e non solo basate su voci. Si possono condividere legittimamente, infine, solo le informazioni strettamente necessarie, evitando di scendere eccessivamente nei dettagli per curiosità futili e meschinità.
3. La mormorazione-sabotaggio – Si può individuare un tipo specifico di pettegolezzo che assomiglia molto alla diffamazione ma che ha sfumature particolarmente gravi. Mentre chi diffama parla alle spalle per danneggiare la reputazione di una persona assente, il mormoratore-sabotatore oltre a parlare alle spalle cerca di creare problemi concreti alla sua vittima, portando le persone ad agire contro di lei. Forse vuole pregiudicarla a livello professionale, o forse il suo obiettivo è promuovere reazioni d’ira o perfino di violenza contro la vittima delle sue chiacchiere. Il fatto è che la persona che pratica la mormorazione-sabotaggio vuole incitare qualcuno contro la persona della quale sta parlando. Questo va al di là del pregiudizio alla reputazione: in questo caso, il mormoratore vuole pregiudicare, ad esempio, le relazioni, le finanze, la situazione legale della sua vittima, ecc.
4. La ridicolizzazione – Consiste nel far sì che le persone ridano di qualcuno, di qualche caratteristica fisica o comportamentale della persona, del suo modo di essere, ecc. Può sembrare una cosa di poco conto, ma spesso è un tipo di chiacchiera che si trasforma in gesti di burla o in parole umilianti e offensive, che sminuiscono la persona o la disonorano nella comunità. In non pochi casi, la ridicolizzazione si trasforma in quello che oggi è conosciuto come “bullismo”.
5. La maledizione – È il desiderio espresso pubblicamente che una persona sia vittima di qualche male o subisca un danno. Può non essere effettuata davanti alla vittima e si tratta di un peccato della lingua che provoca e disonora la vittima davanti a terzi. L’obiettivo di maledire qualcuno spesso incita gli altri a provare rabbia contro questa persona.
La serietà di questi peccati della parola o della lingua dipende da una serie di fattori, tra i quali la portata del danno commesso contro la reputazione della vittima, le circostanze di luogo, tempo e linguaggio e quante e quali sono le persone che hanno ascoltato i commenti velenosi.
Se non c’è intenzione di danneggiare la vittima, la colpa del peccatore può diminuire, ma non si elimina il fatto che parlar male degli altri è un peccato in sé. Disonorare una persona, soprattutto con l’intenzione consapevole di pregiudicare la sua reputazione e la sua posizione davanti agli altri, è un peccato che può diventare molto grave. Uno dei tesori più preziosi di qualsiasi persona è la sua reputazione, visto che in essa risiede la sua possibilità di relazionarsi con gli altri e di coinvolgersi in quasi tutte le forme di interazione umana. Pregiudicare la reputazione di qualcuno è quindi una cosa seria. Per quanto questo danno possa spesso sembrare di poco conto, non possiamo disconoscere che quella che riteniamo una piccola cosa possa provocare danni molto più grandi di quelli che immaginiamo. Sui peccati di pettegolezzo, San Giacomo ci dice: “Vedete un piccolo fuoco quale grande foresta può incendiare! Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità, vive inserita nelle nostre membra e contamina tutto il corpo e incendia il corso della vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna” (Gc 3,6).
È vero che a volte abbiamo bisogno di avere conversazioni necessarie su persone che non sono presenti. Forse cerchiamo consigli per far fronte a una situazione delicata; forse abbiamo bisogno di qualche incentivo per rapportarci a una persona difficile o dobbiamo effettuare una legittima verifica dei fatti. Forse, soprattutto nei contesti professionali, siamo invitati a compiere qualche valutazione su colleghi, funzionari o situazioni. In casi di questo tipo, dobbiamo limitare l’obiettivo delle nostre conversazioni a ciò che è strettamente necessario, parlando solo delle persone e dei fatti che devono davvero essere affrontati.
Cercando consigli o incentivi, dobbiamo parlare solo con persone che siano di fiducia e possano ragionevolmente aiutarci. Ogni volta che è possibile, dobbiamo omettere dettagli superflui, tra i quali il nome della persona della quale stiamo parlando. “Discrezione” è la parola chiave anche nelle conversazioni necessarie sul prossimo.
Dall’altro lato, è importante sapere che il sigillo estremo può essere inutile e perfino dannoso. Ci sono momenti in cui le situazioni devono essere affrontate in modo diretto e chiaro. In questi casi, dobbiamo seguire le norme stabilite da Gesù nel Vangelo di Matteo (18, 15-17): “Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano”.
In altre parole, la discrezione deve lasciare spazio anche alla trasparenza in determinate circostanze, come quelle in cui una comunità deve trattare certe questioni in modo pubblico e chiaro.
Come regola generale, dobbiamo avere sempre grande cura nei confronti dei peccati della lingua o della parola. Con grande facilità corriamo il rischio di rovinare la reputazione e la dignità degli altri a causa dei nostri pettegolezzi. Parlare degli altri può provocare gravi danni, oltre a portare al peccato tutte le persone che prendono parte a quel tipo di conversazione. Il Salmo 141, 3 eleva a Dio questa preghiera: “Poni, Signore, una custodia alla mia bocca, sorveglia la porta delle mie labbra”.
Anche noi possiamo recitare preghiere come questa, ad esempio: “Aiutami, Signore! Tieni il tuo braccio sulla mia spalla e la tua mano sulla mia bocca! Metti la tua parola nel mio cuore, di modo che quando parlo sia Tu in realtà a parlare attraverso di me. Amen”.
Monsignor Charles Pope
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Riassettare le reti

Quand’ero al mare, a me piacevano le lunghe passeggiate lungo la spiaggia, particolarmente se in autunno o in primavera.

Spesso incontravo Olindo, detto “il pescatore”. Lo ricordo seduto sulla sponda della sua barca, nell’atteggiamento di chi conversa con gli amici, mentre riassetta la sua rete da pesca. Raramente lo vedevo nell’atto di buttare la rete in mare, né in quello di ritirarla in barca. Eppure, nel suo mercatino che teneva in piazza, non mancava mai il pesce che era sempre fresco e abbondante.

Un giorno lo vidi come sempre in atto di cucire le reti. Mi decisi di fargli quella domanda che altre volte passando volevo rivolgergli: “Come mai ti vedo sempre a riassettare le reti? Quando vai a pescare? Quanto tempo dedichi alla pesca e quanto al riassetto della rete?”.

“Ovviamente pesco qualche ora e di notte – mi rispose con la pacatezza propria del pescatore – Anni fa’, inesperto com’ero, passavo lunghe ore in barca per la pesca… che non mi rendeva come ora. Avevo troppa fretta di prendere il pesce e non mi curavo della rete, né mi concedevo il tempo di aggiustarla. Il pesce era abbondante, entrava in rete, ma mi scappava quasi tutto attraverso le smagliature. Ora l’esperienza mi ha insegnato che ogni giorno, prima di uscire per la pesca, è importante e prezioso il tempo che dedico a cucire gli strappi. Esco in mare con una rete buona e corredata con l’attrazione di una lampara. Bastano poche ore per prendere il pesce che ti è necessario. Ecco perché vedi che la maggior parte del mio tempo la dedico a cucire e a vendere. Proprio questa mattina ho incontrato l’amico Giulio, responsabile d’una comunità. Vedendomi intento a cucire con pazienza, mi disse: Bravo Olindo, il tuo è un lavoro molto prezioso. Sei un bravo pescatore, perché sei un pescatore «sarto»”.

 

Lettera sulla preghiera

Mi chiedi: perché pregare? Ti rispondo: per vivere.

Sì: per vivere veramente, bisogna pregare. Perché? Perché vivere è amare: una vita senza amore non è vita. È solitudine vuota, è prigione e tristezza. Vive veramente solo chi ama: e ama solo chi si sente amato, raggiunto e trasformato dall’amore. Come la pianta che non fa sbocciare il suo frutto se non è raggiunta dai raggi del sole, così il cuore umano non si schiude alla vita vera e piena se non è toccato dall’amore. Ora, l’amore nasce dall’incontro e vive dell’incontro con l’amore di Dio, il più grande e vero di tutti gli amori possibili, anzi l’amore al di là di ogni nostra definizione e di ogni nostra possibilità. Pregando, ci si lascia amare da Dio e si nasce all’amore, sempre di nuovo. Perciò, chi prega vive, nel tempo e per l’eternità. E chi non prega? Chi non prega è a rischio di morire dentro, perché gli mancherà prima o poi l’aria per respirare, il calore per vivere, la luce pervedere, il nutrimento per crescere e la gioia per dare un senso alla vita.

Mi dici: ma io non so pregare! Mi chiedi: come pregare? Ti rispondo: comincia a dare un po’ del tuo tempo a Dio. All’inizio, l’importante non sarà che questo tempo sia tanto, ma che Tu glielo dia fedelmente. Fissa tu stesso un tempo da dare ogni giorno al Signore, e daglielo fedelmente, ogni giorno, quando senti di farlo e quando non lo senti. Cerca un luogo tranquillo, dove se possibile ci sia qualche segno che richiami la presenza di Dio (una croce, un’icona, la Bibbia, il Tabernacolo con la Presenza eucaristica…). Raccogliti in silenzio: invoca lo Spirito Santo, perché sia Lui a gridare in te “Abbà, Padre!”. Porta a Dio il tuo cuore, anche se è in tumulto: non aver paura di dirGli tutto, non solo le tue difficoltà e il tuo dolore, il tuo peccato e la tua incredulità, ma anche la tua ribellione e la tua protesta, se le senti dentro.

Tutto questo, mettilo nelle mani di Dio: ricorda che Dio è Padre – Madre nell’amore, che tutto accoglie, tutto perdona, tutto illumina, tutto salva. Ascolta il Suo Silenzio: non pretendere di avere subito le risposte. Persevera. Come il profeta Elia, cammina nel deserto verso il monte di Dio: e quando ti sarai avvicinato a Lui, non cercarlo nel vento, nel terremoto o nel fuoco, in segni di forza o di grandezza, ma nella voce del silenzio sottile (cf. 1 Re 19,12). Non pretendere di afferrare Dio, ma lascia che Lui passi nella tua vita e nel tuo cuore, ti tocchi l’anima, e si faccia contemplare da te anche solo di spalle.

Ascolta la voce del Suo Silenzio. Ascolta la Sua Parola di vita: apri la Bibbia, meditala con amore, lascia che la parola di Gesù parli al cuore del tuo cuore; leggi i Salmi, dove troverai espresso tutto ciò che vorresti dire a Dio; ascolta gli apostoli e i profeti; innamorati delle storie dei Patriarchi e del popolo eletto e della chiesa nascente, dove incontrerai l’esperienza della vita vissuta nell’orizzonte dell’alleanza con Dio. E quando avrai ascoltato la Parola di Dio, cammina ancora a lungo nei sentieri del silenzio, lasciando che sia lo Spirito a unirti a Cristo, Parola eterna del Padre. Lascia che sia Dio Padre a plasmarti con tutte e due le Sue mani, il Verbo e lo Spirito Santo.

All’inizio, potrà sembrarti che il tempo per tutto questo sia troppo lungo, che non passi mai: persevera con umiltà, dando a Dio tutto il tempo che riesci a darGli, mai meno, però, di quanto hai stabilito di poterGli dare ogni giorno. Vedrai che di appuntamento in appuntamento la tua fedeltà sarà premiata, e ti accorgerai che piano piano il gusto della preghiera crescerà in te, e quello che all’inizio ti sembrava irraggiungibile, diventerà sempre più facile e bello. Capirai allora che ciò che conta non è avere risposte, ma mettersi a disposizione di Dio: e vedrai che quanto porterai nella preghiera sarà poco a poco trasfigurato.

Così, quando verrai a pregare col cuore in tumulto, se persevererai, ti accorgerai che dopo aver a lungo pregato non avrai trovato risposte alle tue domande, ma le stesse domande si saranno sciolte come neve al sole e nel tuo cuore entrerà una grande pace: la pace di essere nelle mani di Dio e di lasciarti condurre docilmente da Lui, dove Lui ha preparato per te. Allora, il tuo cuore fatto nuovo potrà cantare il cantico nuovo, e il “Magnificat” di Maria uscirà spontaneamente dalla tue labbra e sarà cantato dall’eloquenza silenziosa delle tue opere.

Sappi, tuttavia, che non mancheranno in tutto questo le difficoltà: a volte, non riuscirai a far tacere il chiasso che è intorno a te e in te; a volte sentirai la fatica o perfino il disgusto di metterti a pregare; a volte, la tua sensibilità scalpiterà, e qualunque atto ti sembrerà preferibile allo stare in preghiera davanti a Dio, a tempo “perso”. Sentirai, infine, le tentazioni del Maligno, che cercherà in tutti i modi di separarti dal Signore, allontanandoti dalla preghiera. Non temere: le stesse prove che tu vivi le hanno vissute i santi prima di te, e spesso molto più pesanti delle tue. Tu continua solo ad avere fede. Persevera, resisti e ricorda che l’unica cosa che possiamo veramente dare a Dio è la prova della nostra fedeltà. Con la perseveranza salverai la tua preghiera, e la tua vita.

Verrà l’ora della “notte oscura”, in cui tutto ti sembrerà arido e perfino assurdo nelle cose di Dio: non temere. È quella l’ora in cui a lottare con te è Dio stesso: rimuovi da te ogni peccato, con la confessione umile e sincera delle tue colpe e il perdono sacramentale; dona a Dio ancor più del tuo tempo; e lascia che la notte dei sensi e dello spirito diventi per te l’ora della partecipazione alla passione del Signore. A quel punto, sarà Gesù stesso a portare la tua croce e a condurti con sé verso la gioia di Pasqua. Non ti stupirai, allora, di considerare perfino amabile quella notte, perché la vedrai trasformata per te in notte d’amore, inondata dalla gioia della presenza dell’Amato, ripiena del profumo di Cristo, luminosa della luce di Pasqua.

Non avere paura, dunque, delle prove e delle difficoltà nella preghiera: ricorda solo che Dio è fedele e non ti darà mai una prova senza darti la via d’uscita e non ti esporrà mai a una tentazione senza darti la forza persopportarla e vincerla. Lasciati amare da Dio: come una goccia d’acqua che evapora sotto i raggi del sole e sale in alto e ritorna alla terra come pioggia feconda o rugiada consolatrice, così lascia che tutto il tuo essere sia lavorato da Dio, plasmato dall’amore dei Tre, assorbito in Loro e restituito alla storia come dono fecondo. Lascia che la preghiera faccia crescere in te la libertà da ogni paura, il coraggio e l’audacia dell’amore, la fedeltà alle persone che Dio ti ha affidato e alle situazioni in cui ti ha messo, senza cercare evasioni o consolazioni a buon mercato. Impara, pregando, a vivere la pazienza di attendere i tempi di Dio, che non sono i nostri tempi, ed a seguire le vie di Dio, che tanto spesso non sono le nostre vie.

Un dono particolare che la fedeltà nella preghiera ti darà è l’amore agli altri e il senso della chiesa: più preghi, più sentirai misericordia per tutti, più vorrai aiutare chi soffre, più avrai fame e sete di giustizia per tutti, specie per i più poveri e deboli, più accetterai di farti carico del peccato altrui per completare in te ciò che manca alla passione di Cristo a vantaggio del Suo corpo, la chiesa. Pregando, sentirai come è bello essere nella barca di Pietro, solidale con tutti, docile alla guida dei pastori, sostenuto dalla preghiera di tutti, pronto a servire gli altri con gratuità, senza nulla chiedere in cambio. Pregando sentirai crescere in te la passione per l’unità del corpo di Cristo e di tutta la famiglia umana. La preghiera è la scuola dell’amore, perché è in essa che puoi riconoscerti infinitamente amato e nascere sempre di nuovo alla generosità che prende l’iniziativa del perdono e del dono senza calcolo, al di là di ogni misura di stanchezza.

Pregando, s’impara a pregare, e si gustano i frutti dello Spirito che fanno vera e bella la vita: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). Pregando, si diventa amore, e la vita acquista il senso e la bellezza per cui è stata voluta da Dio. Pregando, si avverte sempre più l’urgenza di portare il Vangelo a tutti, fino agli estremi confini della terra. Pregando, si scoprono gli infiniti doni dell’Amato e si impara sempre di più a rendere grazie a Lui in ogni cosa. Pregando, si vive. Pregando, si ama. Pregando, si loda. E la lode è la gioia e la pace più grande del nostro cuore inquieto, nel tempo e per l’eternità.

Se dovessi, allora, augurarti il dono più bello, se volessi chiederlo per te a Dio, non esiterei a domandarGli il dono della preghiera. Glielo chiedo: e tu non esitare a chiederlo a Dio per me. E per te. La pace del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con te. E tu in loro: perché pregando entrerai nel cuore di Dio, nascosto con Cristo in Lui, avvolto dal Loro amore eterno, fedele e sempre nuovo. Ormai lo sai: chi prega con Gesù e in Lui, chi prega Gesù o il Padre di Gesù o invoca il Suo Spirito, non prega un Dio generico e lontano, ma prega in Dio, nello Spirito, per il Figlio il Padre. E dal Padre, per mezzo di Gesù, nel soffio divino dello Spirito, riceverà ogni dono perfetto, a lui adatto e per lui da sempre preparato e desiderato. Il dono che ci aspetta. Che ti aspetta.

B. Forte