19 luglio

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C’è tanto da fare. Noi tutti dobbiamo cambiare!

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spätzle

Questa sera condivido con voi un’altra buonissima ricetta della cucina tedesca. Si tratta dello  spätzle, un tipo di pasta che ho mangiato a Baden Baden con formaggio e cipolle tostate. Ecco qui la ricetta:

Ingredienti:

  • 500 g. di farina 00
  • 250 ml. di acqua frizzante
  • 4 cucchiai di sale
  • 6 uova
  • 2 cipolle bianca
  • 300 g. di formaggio Emmental (o groviera) grattugiato
  • 150 g. di burro

Preparazione:

Mescoliamo la farina, le uova, il sale e l’acqua fino ad ottenere un impasto omogeneo. Portiamo l’acqua ad ebollizione e aggiungiamo il sale. Nel frattempo prendiamo una padella e poniamo cipolle e burro. Le cipolle devono diventare marroni.

Se non possedete uno Spätzlepresse, prendete uno schiacciapatate e versatevi l’impasto. Tagliate i rotolini di pasta che vengono fuori. A questo punto, fate cuocere per 3-4 minuti. Con l’ausilio di un mestolo scolapasta, prendete gli spätzle e lasciateli riposare in una pirofila insieme ad un primo strato di formaggio.  A questo punto coprite con un coperchio. Ripetete la stessa operazione ed aggiungete uno strato di formaggio fino a quando non avrete cotto tutta la pasta. Lasciate che il formaggio si scivola completamente e ponetevi sopra le cipolle.

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La stella marina

Una tempesta terribile si abbatté sul mare.
Lame affilate di vento gelido trafiggevano l’acqua e la sollevavano in ondate gigantesche che si abbattevano sulla spiaggia come colpi di martello o come vomeri d’acciaio. Aravano il fondo marino scaraventando le piccole bestiole del fondo, crostacei e piccoli molluschi, a decine di metri dal bordo del mare.

Quando la tempesta passò, rapida come era arrivata, l’acqua si placò e si ritirò.

Ora la spiaggia era una distesa di fango in cui si contorcevano nell’agonia migliaia e migliaia di stelle marine rimaste intrappolate. Erano tante che la spiaggia sembrava colorata di rosa.
Il fenomeno richiamò molta gente da tutte le parti della costa. Arrivarono anche varie troupe televisive per filmare quanto accaduto.

Le stelle marine erano quasi immobili. Stavano morendo.
Tra le numerose persone che affollavano la spiaggia c’era anche un bambino che, stringendo forte la mano del padre, fissava con gli occhi pieni di tristezza le piccole stelle di mare.

Tutti stavano a guardare e nessuno faceva niente.

All’improvviso il bambino lasciò la mano del padre, si tolse le scarpe e le calze e corse sulla spiaggia. Si chinò, raccolse con le piccole mani tre piccole stelle di mare e, sempre correndo, le portò nell’acqua. Poi tornò indietro e ripeté l’operazione.
Dalla balaustra di cemento, un uomo lo chiamò: “Ma che fai ragazzino?”

“Ributto in mare le stelle marine. Altrimenti muoiono tutte sulla spiaggia.” – rispose il bambino senza smettere di correre.

“Ma ci sono migliaia di stelle marine su questa spiaggia: non puoi certo salvarle tutte. Sono troppe!” – gridò l’uomo. “E pensa che questo succede su centinaia di altre spiagge lungo tutta la costa! Non puoi cambiare le cose!”

Il bambino rimase un attimo immobile a quelle parole. Subito dopo sorrise, si chinò a raccogliere un’altra stella di mare e gettandola in acqua rispose: “Ho cambiato le cose per questa qui”.

L’uomo rimase un attimo in silenzio, poi si chinò, si tolse scarpe e calze e scese in spiaggia. Cominciò a raccogliere stelle marine e a buttarle in acqua. Un istante dopo scesero due ragazze ed erano in quattro a buttare stelle marine nell’acqua.

Qualche minuto dopo erano in cinquanta, poi cento, duecento, migliaia di persone lungo la costa che buttavano stelle di mare nell’acqua.

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Maultaschen bavaresi

Una delle pietanze che ho apprezzato maggiormente in Germania sono i Maultaschen. Li ho visti e comprati al mercato di Biberach. Sono riuscita a trovare la ricetta che vi propongo oggi.

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Ingredienti per 4 persone per la pasta
400 gr di farina

125 ml di acqua tiepita

1/2 cucchiaino di sale

3 cucchiai di olio (non extra vergine quello di semi)

1 cucchiaio di aceto (sostituisce il lievito)

 Ps: la pasta la trovate già pronta nelle catene della grande distribuzione

per il ripieno

400 gr di spinaci

1 cipolla

2 panini raffermi senza crosta

200 gr di carne macinata

200 gr di salsiccia

1 cucchiaio di prezzemolo tritato

2 uova

una presa di sale

1 litro e mezzo di brodo (usualmente di carne ma lo potete fare anche di verdura)

1 cucchiaio di erba cipollina (se la trovate)

Preparazione per la pasta

In un piano adatto ad impastare, inserite tutti gli ingredienti ed impastate per bene in modo che non vi siano grumi. Lasciate poi riposare il panetto per almeno 20 minuti.

Trascorso il tempo, impastate nuovamente e poi tirate la sfoglia sottilmente.

Preparazione del ripiano

Cuocetegli spinaci e lasciate scolare. Non deve esservi acqua tra gli spinaci. Prendete una ciotola, mettetevi gli spinaci, la carne macinata, la salsiccia sminuzzata, il pane fatto ammorbidire con acqua, uova e sale.  Strizzate bene il pane. Stendete la pasta, fate dei rettangoli e ponetevi dentro un pò d’impasto. Ponetevi sopra un altro rettangolo di pasta, sigillate e spennellate con uovo.

A questo punto potete decidere come cuocerli. Potete prepararli in brodo oppure, ricetta che preferisco, saltati in padella con burro, erba cipollina, uova e formaggio.

Buon appetito!

Le due mele

Seduta in ginocchio sulla sedia si allungò ulteriormente sul tavolo per afferrare la frutta all’interno del contenitore.

Con in mano due lucide mele rosse si rimise composta a sedere.

Mentre la bambina si stava già pregustando il dolce sapore dei frutti entrò in cucina la mamma che volgendole un sorriso le chiese: “Amore mio, potresti darmene una? Così mi siedo di fianco a te e facciamo merenda insieme.”

La piccola guardò sua madre per qualche secondo per poi mordere inaspettatamente prima una mela e poi rapidamente l’altra.

La mamma sentì il sorriso sincero congelarsi e tramutarsi in dispiacere, delusione.

La bambina scese dalla sedia e consegnandole una delle due mele morse le disse: “Mamma, questa è per te. E’ quella più dolce!”.666C4082-F37D-4C10-8B69-8CFAC0343D61

La storia della cicogna

 

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Una delle scoperte più incredibili che ho fatto in Germania è stata osservare le cicogne. Vi confesso con grande imbarazzo che non ne avevo mai vista una dal vivo. Sono rimasta piacevolmente colpita dalla quantità di nidi presenti sui tetti delle imponenti cattedrali.

Per caso sono venuta a conoscenza di una antica leggenda.

Si narra che il buon Dio, quando finì di creare l’universo, si divertiva a passeggiare beatamente tra i giardini dell’Eden per poter ammirare le opere a cui aveva dato vita.  Spesso, Egli si affacciava da un “balcone” da cui poteva osservare l’universo sottostante…gli astri del cielo, le foreste, i deserti, le montagne innevate ed i trasparenti laghi, le migliaia di specie di animali…

 

Un giorno, il suo sguardo si soffermò su una regione particolarmente vivace, simpatica e pittoresca dove il buon vino, la buona cucina e la dolcezza di vivere regnavano sovrani. Castelli e villaggi colorati, valli fiorite e chiesette dal campanile che punta verso l’alto erano i protagonisti. Fiero di ciò che vedeva, al suo bel quadro mancava quel tocco finale. Fu così che decise di prendere i petali dei fiori di ciliegio e lanciarli nell’aria mite della stagione “Che esistano, da oggi, dei magnifici uccelli dal colore bianco come la neve e simbolo della primavera”.

Al terminare di queste parole spuntarono le cicogne, luminose, candide e bellissime. Becco e le zampe presero il colore arancio del sole al tramonto. Dio, chiamandole a sé, dice “Avvicinatevi amiche annunciatrici e messaggere di questa stagione piena di speranza. In autunno, lascerete l’Alsazia ed i paesi del Nord per recarvi in verso terre più miti. Poi, finito l’inverno, tornerete qui a rallegrare bambini e villaggi della vostra presenza costruendo nidi sulle loro case.” Così le cicogne, sin dalla notte dei tempi, fecero avanti e indietro portando speranza, pace e fortuna.

Un giorno, Ritornando dai paesi caldi, le cicogne ritrovarono un paese martoriato dalle guerre ed in un bagno di sangue. Uno scenario terrificante si distribuiva sotto di loro fatto di guerre e morte. Fu così che andarono indignate da Dio chiedendo di portare il lutto. Dio, indignato quanto loro, spiega che gli uomini possiedono il libero arbitrio e purtroppo sono condotti a fare cose anche spiacevoli e orribili. Ma soprattutto, il volere di nostro Signore era quello di lasciare le cicogne come simbolo di pace e speranza quindi rifiutò di tingerle di nero. Allo stesso tempo, pieno di compassione e comprensione del loro dolore, permise loro di immergere la punta delle ali nel nero della tristezza e disperazione.

 

 

La regina della casa

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L’anno scorso, nell’afa di fine luglio, al bar non si parlava che del destino di Palazzo Martinelli: le solite chiacchiere dei vecchi! Fra un calice di bianco e un “pirlo”, a noi abitanti storici del quartiere piace sempre spettegolare, e la storia di Augusto Martinelli era troppo succosa per non farne un romanzo: a sessant’anni suonati aveva deciso di vendere il palazzo avito per raggiungere il suo amore in Ucraina.

Non convinceva la destinazione, però: Bepi, il vecchio proprietario del bar ora gestito dall’intraprendente Chang, insisteva che sarebbe stato meglio il Brasile.

Comunque la faccenda era molto più interessante della campagna acquisti del Brescia. In seno alla famiglia Martinelli si era scatenato l’inferno: la madre e la zia dello scapolone non volevano saperne di vendere casa. Per colpa di una malafemmena, poi!

Quella sera i miei compagni di bevute evocarono ancora una volta Beatrice (sai, la sorella della vecchia), rea di aver scacciato Olga, prosperosa badante ucraina (guai a dire che era la badante, però: per loro si trattava della cameriera). Il motivo? Augusto era stato beccato dalla zia Beatrice con le mani nella marmellata, intento, cioè, a ravanare sotto la gonna della ragazza.

Era quasi l’ora di cena e si celebrava il rito dell’aperitivo. Sarà stato il ventisette di luglio o giù di lì. Ce ne stavamo, bicchiere alla mano, all’esterno del bar, precariamente appoggiati a uno di quei tavoli alti che paiono trespoli.

«Un uomo avrà pur diritto di fare i propri comodi!», aveva proclamato a un certo punto il libertario Sandrino, ex operaio dell’OM, ex attivista sindacale e comunista mai pentito, anche se deluso. «Si sarà detto: ora o mai più!».

Mi permisi a quel punto di intervenire in qualità di persona ben informata e di decano del gruppo: sono o non sono Piero Franceschini, ex farmacista del quartiere? «È impossibile fare i propri comodi con quelle due», dichiarai perentorio. «La Beatrice è rimasta vedova nel sessantacinque e, non avendo figli, da Napoli è venuta qui a Brescia dalla sorella maggiore, sposata con Amedeo. S’è chiusa in casa come una suora di clausura, e non credo che ne sia più uscita. Apriva di tanto così la porta quando portavo le medicine, e mai un grazie! Lei mica si scomodava a scendere in farmacia. Guai se le mandavo il commesso, però. Io in persona dovevo andare. Detto fra noi, quella, anche da giovane, non ci stava molto con la testa. Sua sorella Lucia l’ha sempre assecondata. Queste napoletane sono melodrammatiche, possessive, e soprattutto si danno tante di quelle arie! Ma Augusto, il figlio maggiore di donna Lucia, l’ho visto crescere: stava sempre in parte a suo padre, in bottega. Un bravo ragazzo, gran lavoratore, anche se troppo remissivo».

Donna Lucia, cioè la vecchia vedova di Amedeo Martinelli (pazienza che abbia solo un paio d’anni più di me che ne ho ottantatré), ha sempre detto che il palazzo è una dimora nobiliare, ma non ci crede nessuno. Grattata via l’apparenza pretenziosa, è la tipica casona bresciana, d’un brutto color ocra spento, piantata in un vicolo attiguo a Contrada Santa Chiara. Il nonno di Amedeo la comprò per due soldi nel 1870 da un industriale fallito, installandovi al piano terreno il proprio laboratorio di falegnameria di lusso. La ditta “Roma” – così chiamata in onore della nuova capitale del Regno – divenne a partire dal secondo dopoguerra una fiorente bottega d’antiquariato, portata al successo da Amedeo, che aveva il pallino per le cose antiche e un certo gusto per il mondo classico. Il laboratorio era stato mandato avanti poi, sempre più mestamente, dal di lui figlio maggiore, quell’Augusto pietra dello scandalo.

Incalzato dalle domande degli amici, dovetti dare seguito alle mie considerazioni: «Economicamente Augusto non è indipendente. Credo che la bottega gli renda oramai ben poco. Non ha mai avuto il fiuto per gli affari del padre. Gli piace stare in laboratorio a restaurare i mobili, e non vende niente. Paolo, il fratello minore, se n’è andato appena ha potuto: un bell’impiego in banca, una mogliettina e la villetta a San Polo. Di domenica però va sempre a pranzo dalla mamma, con tutta la famiglia».

«Dì un po’», intervenne allora uno della combriccola, «all’Augusto non bastano i soldi dell’affitto degli appartamenti?».

La suddivisione in appartamenti dell’ala sinistra del palazzo, meno ampia della porzione nobile, era stata voluta dal patriarca Amedeo, quando, negli anni settanta, gli era morto senza lasciare eredi il fratello, che occupava da solo quella parte del palazzo.

«Macché», rispose Sandrino, «lo sanno tutti che i soldi se li intasca la vecchia».

«Però la casa è dei figli».

«Certo, ma è solo una gabola per risparmiare la tassa di successione! Quando è morto l’Amedeo, la vecchia ha giurato: “Mai più soldi allo Stato!”. Ben le sta che adesso Augusto voglia vendere», concluse l’operaio vibrante di soddisfazione proletaria.

«E che gente si è presa in casa! Dico, negli appartamenti. Che sappia io ci sono almeno due spacciatori e un magnaccia», commentò Bepi che, negli anni, da dietro il bancone dell’osteria, ne aveva visti di tipi loschi.

«Bianchi, però: questo è il punto. Perché la vecchia non ne ha mai voluto sapere di negri, né di cinesi, né di pakistani. Così si è presa russi, ucraini, rumeni… Brutta gente, ma pagano in contanti!», commentò ilare il solito Sandrino che mi voleva scippare il ruolo della primadonna. Lo bloccai appena in tempo toccandogli il braccio. Tutti tacquero all’istante: Lupus in fabula, Augusto in persona, girato l’angolo, si trascinava lungo la via negli sprazzi di sole ancora cocente dell’ora che volge il disio.

Alto e curvo, con i capelli radi e la pelata imperlata di sudore, gli occhialoni spessi e certe assurde braghe di velluto – sgualcite e macchiate di vernice e di colla – il Martinelli mostrava una faccia triste, con le guance un po’ cascanti. Alzò gli occhi e si diresse proprio verso il nostro gruppetto. Rapidamente tutti distolsero lo sguardo e si finsero immersi in un’animata discussione. Io invece mi sentii in obbligo di andargli incontro. «Oh, chi si vede, Augusto! Vieni a farci compagnia per l’aperitivo».

Si fermò di colpo e ci fissò deglutendo più volte come per mandar giù un rospo. «Piero», mi disse infine, «sei in compagnia. Non volevo mica disturbarti».

«Che cosa c’è?», gli chiesi accostandomi. «Mi volevi parlare? Entriamo un momento allora. Con permesso, ragazzi». Quelli salutarono con un vago mugugno.

Chang, tutto occhi a mandorla e discrezione, dal banco aveva visto e sentito ogni cosa; con un rapido gesto del mento ci indicò la saletta interna, dove stazionavano solo un paio di tetri adepti del video poker. Gente che si fa i fatti propri, notoriamente.

«Stasera devi venire a cena da me», esordì il mio interlocutore con la disperata sfrontatezza dei timidi.

Mi stupii non poco e, di riflesso, gettai un’occhiata preoccupata all’orologio. Mia moglie, ligia all’orario bresciano, alle sette suonate doveva aver già apparecchiato la tavola.

«Ho proprio bisogno del tuo aiuto», ansimò.

Mi sentii mancare la terra da sotto i piedi: cosa avrei potuto mai fare in quella situazione? Protestai: chissà che cosa avrebbe pensato sua madre, che oltretutto non vedevo da anni, se fossi comparso a cena senza essere stato invitato!

«Ti ho invitato io, non basta?», gridò allora esasperato. Poi, pentitosi per aver urlato come uno straccivendolo, sibilò, livido di collera: «Lei ha chiamato il prete “per farmi ragionare”. La sai la storia della vendita del palazzo, no? Mia madre, mia zia e il prete: non posso affrontarli da solo! Mio fratello è al mare. Ho pensato che tu…».

Ne ebbi compassione, e, non lo nascondo, a quel punto ero roso dalla curiosità. Bisogna portare pazienza con noi vecchi: siamo tutti delle comari. Telefonai allora a mia moglie e le sentii su di buon grado. Amen!

Augusto, dal canto suo, non smetteva di ringraziare, in un berciare continuo. «Perché guarda che io non le butterei mica in mezzo alla strada. L’impresario che vuole comprare il palazzo – sai, Paolo con la banca ha tanti contatti, gente che ristruttura per poi rivendere – lascerebbe l’appartamento in uso a mia madre e a mia zia; solo una parte poi, perché, diciamolo, per due vecchie è enorme. L’impresario sarebbe disposto perfino a mettere a disposizione un altro alloggio, nuovo e funzionale. Mio fratello è d’accordo con me. Ma loro due, niente! Non ne vogliono sapere: la casa non si vende!».

«Quando uno è anziano», azzardai, «fa fatica ad accettare dei cambiamenti così radicali. A noi ottantenni non resta più molto da vivere. Devi proprio farla adesso questa cosa?».

«Devo andarmene. Non ne posso più. Punto. Anche senza la Olga. Fra l’altro non so più dov’è, e non mi risponde al telefono. Ma non importa: via me ne devo andare! O non avrò più rispetto per me stesso. E poi c’è questa impresa…».

Ah, beata innocenza, è come un ragazzino, pensai mentre m’incamminavo titubante per Contrada Santa Chiara accompagnando il figliol prodigo alla resa dei conti.

Strada nobile, la Contrada: si snoda stretta e austera sotto lo sguardo vigile del Castello. Ci si potrebbe illudere che il Carmine disti chilometri; invece è lì, a un tiro di schioppo. Io lo so bene che cosa voleva dire un tempo fare il farmacista al Carmine. E m’immagino che cosa voglia dire farlo adesso. Va sempre peggio questo nostro mondo!

Giunti quasi all’altezza dello slargo dove svetta la chiesa di San Giorgio, piegammo per il vicolo, e davanti a noi si parò la mole del palazzotto, con le lugubri vetrine della bottega d’antiquariato. Il portone si aprì su un cortile quadrato, chiuso in fondo da un muro coperto d’edera; a destra, la scala di rappresentanza che conduceva all’ampia residenza della famiglia; a sinistra, quella che portava agli appartamenti – quattro angusti bilocali, due per piano – dati in affitto, come diceva il Bepi, a pigionanti dalle origini e professioni via via negli anni sempre più varie e incerte.

Augusto salì lo scalone con passo svelto e dischiuse la porta. Prepotente, l’odore del passato m’investì: cera per pavimenti, umidità e mobili vecchi tirati a lucido, come in sagrestia; il tutto accompagnato da un intenso sottofondo di ragù. Dai più profondi recessi della casa giungeva una voce briosa: donna Lucia, a sentirla soltanto, non dimostrava più di quarant’anni. «Eh, deve scusarlo, reverendo: Augusto è in ritardo. Sempre sbadato è in questi giorni!».

Intanto il mio anfitrione indugiava sulla soglia, molto meno spavaldo, con una mano bloccata a un palmo dall’interruttore e con l’altra a tenere la porta di casa socchiusa, finché non si affacciò, appena visibile nell’ampio e buio corridoio, la grassona nerovestita che evidentemente aveva preso il posto dell’avvenente ucraina.

Subito Augusto le si rivolse per chiedere di aggiungere un coperto a tavola. La donna lo squadrò dubbiosa alla luce fioca che filtrava dalle persiane, come per valutare se fosse il caso di prendere ordini da lui, poi, senza una parola, si strinse nelle spalle e fece dietro front in cucina.

Avevo già visto abbastanza e avrei voluto filarmela all’inglese. «Senti, Augusto, io non so proprio…».

In quell’istante la luce si accese nel corridoio, e comparve donna Lucia: piccola, rugosa come un guscio di noce, e ingioiellata. «Ah, sei qui. Al buio stai, figlio mio? Il dottore ti sei portato appresso? Che sorpresa, che bellezza!», esclamò con voce forzata. Non la vedevo da almeno vent’anni, ma, dal suo contegno, si sarebbe detto che ci fossimo incontrati la settimana prima.

«Donna Lucia», iniziai con un falsetto da undicenne che m’indispettì, «lei è sempre uguale!». Non potei reprimere un leggero inchino del capo porgendole il vassoio di pastarelle che mi ero sentito in dovere di comprare per via. «Non saranno come quelle di Napoli…». Un patetico vecchio damerino, ecco che cosa sono! Ma che volete, è lo stile dei miei tempi.

«Non vi dovevate disturbare, caro dottore. Ma accomodatevi, senza cerimonie che siamo in famiglia». Prese a fare strada per le stanze fittamente ammobiliate. Cordiale, civettuola, piena di tatto mondano: sapevo bene però che era tutta scena. «Dovete perdonare mia sorella. Donna Beatrice ha il mal di testa e cenerà in camera sua. Bisogna essere indulgenti con noi vecchi!». Camminava impettita, appoggiata al bastone, sui tacchi altissimi, i capelli, tinti di biondo, freschi di parrucchiere.

La seguimmo. Augusto chiudeva la fila a capo chino.

«Conoscete don Cosimo?», domandò retoricamente la padrona di casa, varcata la soglia del salotto.

Il prete si alzò dal divano e ci venne incontro. Sorrideva in modo disgustoso. «Pace e bene, figliuoli. Sono felice di condividere questo momento di gioia. È sempre una benedizione quando la famiglia si riunisce e …».

«Eh, reverendo, non si fa così! Voi mi rovinate la festa. Augusto caro, mamma tua a chi deve pensare se non a te?».

Finalmente il mio amico alzò lo sguardo dal pavimento di marmo consunto per fissarlo, interrogativo, ora sul volto della madre, ora su quello del sacerdote, che andava assentendo col capo, come davanti a un bambino ritardato.

Fu in quell’istante che avvertii un leggero fruscio alle mie spalle accompagnato da un profumo dolciastro.

«Sorpresa!». Donna Lucia, sapiente regista della commedia, batté le mani; il figlio si girò e rimase impietrito. Sulla soglia del salotto era comparsa una ragazzona bionda con le fossette sulle guance. «Olga!», rantolò lui.

«L’abbiamo trovata, Augusto mio! Era da certi parenti a Milano. Grazie all’aiuto del reverendo ci siamo finalmente capite. Beh, mi sono detta, in questa casa c’è posto per tutti. Lei ti vuole bene, ed è questo che conta».

Diavolo d’una vecchia! Sta’ a vedere che ha trovato il modo di avere anche la badante gratis.

«Una nuova famiglia cristiana! Auguri, figli miei!».

Augusto sbiancò e si girò verso di me. «Non me ne vado più, Piero. Mi hanno fregato ancora una volta!».

Un anno è passato. A palazzo Martinelli c’è una donna in più a fare la regina. Non in grande stile come la vecchia, si capisce. Ma sapete che vi dico? Ha il tempo dalla sua parte.

G. Boragini

 

Famiglia perfetta

Non esiste una famiglia perfetta. Non abbiamo genitori perfetti, non siamo perfetti, non sposiamo una persona perfetta, non abbiamo figli perfetti. Abbiamo lamentele da parte di altri. Ci siamo delusi l’un l’altro. Pertanto, non esiste un matrimonio sano o una famiglia sana senza l’esercizio del perdono. Il perdono è vitale per la nostra salute emotiva e per la nostra sopravvivenza spirituale. Senza perdono la famiglia diventa un’arena di conflitto e una ridotta di punizioni.
Senza perdono, la famiglia si ammala. Il perdono sterilizza l’anima, pulisce la mente, libera il cuore. Colui che non perdona non ha pace nell’anima o comunione con Dio. Il dolore è un veleno che intossica e uccide. Mantenere il dolore nel cuore è un gesto autodistruttivo. Colui che non perdona diventa fisicamente, emotivamente e spiritualmente malato.
Ed è per questo che la famiglia ha bisogno di essere un luogo di vita e non di morte, il territorio della cura e non della malattia, lo scenario del perdono e non della colpa.
Il perdono porta gioia dove il dolore produce tristezza e dove il dolore ha causato la malattia.