Il burqa e la farfalla

In questi giorni si è molto discusso sull’ uso del burqini in spiaggia e, come spesso accade, in maniera inappropriata,  si sono verificati i soliti schieramenti.

Il mio intento non è quello di fare polemica ma di riflettere su una questione che non può certo ridursi soltanto al costume delle donne musulmane ma necessita di approfondimento. Per questa ragione, condivido con voi un racconto molto interessante e profondo della giornalista Elena Gaiardoni.

Buona lettura!

 

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Come in un alveare pieno di miele, la luce nelle bottiglie dei profumi infondeva nell’ambiente un riflesso d’acquario pieno di pesci d’oro. Dalle scarpe saliva un odore di concia, amara e linda come un prato, dagli abiti quel suadente filo della seta, come la presenza di una roca fumatrice dietro una tenda. Come fai a dirti ogni giorno <diabolico shopping>, e poi entrare alla Rinascente alla sera e trovarti in una Atlantide galleggiante sul padre Oceano, dispensatore di meraviglie subacque? Cercavo… Ricerco quel profumo che non troverò mai, una mistura di mandorle, sandalo e pepe, inarrivabile. Mancava mezz’ora alla chiusura dei cancelli. I buttafuori dalla pelle nera, lucida come una borsa di Celine, ti guardavano già con impazienza e rimprovero, quasi a dire: <Strane donne, sempre alla ricerca della madre tigre nella foresta e la pretendono imbalsamata>.
Era attraente quell’ora della sera; commesse e commessi lasciavano i loro posti, e tu potevi sentirti in un regno personale, nella stanza dei balocchi di un castello per fate concrete.
Mi diressi verso un angolo in cui si vendevano gli accessori per i capelli. Giorni prima avevo visto un fermaglio: una stella di cristalli Swarovski montati su metallo nero. Un gioiello per una chioma imperiale. Quando le vidi mi fermai un poco distante, per non turbare la loro intimità. La donna doveva essere giovane, qualità che il burqa non poteva nascondere. Si intuiva la sua giovinezza dal movimento delle mani, guantate, il modo di reclinare il capo, la linea diritta delle spalle. La bambina, incantevole. Sui suoi capelli scuri come un lago sotto la luna piena, la madre stava fermando una spilla con un fiore. Un’orchidea. Strano fiore per una bambina di dieci anni, una madre occidentale non lo avrebbe mai scelto: troppo sensuale e importante per capelli indomabili e innocenti. Si vedeva invece che piaceva, sia alla madre che alla figlia. Era come se entrambe volessero dire: <Non abbiamo molto tempo per mostrare al mondo la nostra femminilità, non possiamo e non siamo in grado di distinguere: le roselline sono da bambine, le orchidee da donna matura: la bambina e la donna devono esplodere subito, prima del velo>. Anche io non avevo molto tempo per decidere se comperare la stella, prima che la Rinascente chiudesse i cancelli.
La bimba corse allo specchio: era meravigliata, giuliva per la sua bellezza, dondolava nel sogno di se stessa. Quale miraggio e oasi sono le donne! Basta un fiore tra i loro capelli perché fra le cose voli una nuova dimensione, la surrealta’ del femminile che trasforma il mondo a ogni istante. E lo eleva all’imprendibile fantasia senza ordine terreno, come se tutti i fiori dell’Eden reclinassero il capo dall’alto e ci donassero il loro polline d’altra vita. La bambina non cercò lo sguardo della madre, sapeva già di essere sola nella scelta della sua beltà. La madre la guardava.
Ricordai le lotte con mia madre ogni volta che da bambina dovevo scegliere un abito, un fiocco, una camicetta. Ricordai che non eravamo mai d’accordo, che tornavo dalle compere sempre imbronciata. Però sapevo quello che volevo. E non avrei mai voluto un’orchidea a dieci anni: <E’ da vecchia avrei detto>, contraddicendomi con leggerezza donnesca, perché una volta a casa avrei indossato le scarpe di mia madre col tacco come una scalinata e provato il suo rossetto. Ma sotto quelle considerazioni di vita passata, c’era una nota lontana dentro il mio cuore, e lo opprimeva in una forza di gravità più spessa sotto una forza di spirito. Immaginai quella bimba fra dieci anni. La vidi interamente coperta dalla stoffa da teli da ospedale di cui i burqa sembrano fatti. <Se ritornerà col pensiero a questa sera, cosa proverà?>. Non volli immaginare una risposta, mi sarei data una ragione personale, percependo un’angoscia di farfalla costretta a rimanere dentro un bozzolo per tutta la vita. Ma anche in oriente le farfalle, secondo natura, escono al cielo, adornano le foglie, fanno saltare i gatti, si intonano a un fiore come un soffio di vento alla schiuma dell’onda. E il Paradiso terreno di tanta divinità è vergine e sessuale insieme, dando a me, creatura, il piacere di distinguere e armonizzare due forze, sesso e innocenza, a mia scelta, secondo la luce che io stessa voglio suscitare e evocare per trasformare in vita l’esistenza di questa terra. Dove, se posso la metamorfosi da bruco a farfalla, posso anche passare da farfalla a nuvola, senza che vi sia morte. Avrei voluto dirlo alla bambina: tu sei redenzione, ora, se lo vuoi, e la tua orchidea e’ troppo sessuale, futura Lolita col burqua, come lo sarà la rosellina bianca che un giorno porterai in casa, e non importa se la porterai solo per un uomo, impura lo sarà lo stesso.
Poi rivolsi lo sguardo alla donna. Stava prendendo in mano il fermaglio a forma di stella che piaceva a me. Sicuramente lei avrebbe potuto permetterselo, nonostante il costo. Lo girava e lo rigirava tra le mani. Le piaceva, si capiva. <Very, beautyful, madame> le fece notare la commessa, mesciando francese e inglese, forse confusa dal fantasma di una donna, che sembrava il Belfagor della nostra infanzia. Lo comperò insieme all’orchidea, era la stella dell’Imperatrice Sissi che tanto avevo sognato. Mi avvicinai alla cassa, la commessa mi riconobbe. Ero stata lì più volte a provare il fermaglio. Mentre la donna e la bimba guardavano altri oggetti, la commessa me lo porse per l’ultima volta. Sciolsi i capelli e lo appuntai come lo appuntava Sissi. Le due donne arabe mi osservarono, mentre la commessa diceva: <Che meraviglia> e il buttafuori: <E’ tardi, si chiude!>. La donna in burqa si avvicinò alla commessa e le disse poche parole. Poi prese per mano la bimba e se ne andò.
<La stella di Swarovsky è sua signora, quella donna gliela regala>. La rincorsi, cercando nella borsa qualcosa di mio da donarle. Non avevo nulla. Sul banco dei profumi di Guerlain c’era una farfalla di seta. La rubai. La rubai. Raggiunsi la donna e gliela porsi. Non so il perché, ma sotto il burqa vidi il suo sorriso.

 

 

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4 pensieri su “Il burqa e la farfalla

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