Un bellissimo racconto di Haifez Haidar

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Conservo un ricordo nitido di quel giorno: era il 13 aprile e il sole stava ormai planando sulla linea dell’orizzonte, distribuendo la propria luminosità sulla superficie increspata del mare di Beirut. Mi piaceva appoggiarmi alla balaustra del terrazzo per osservare il passaggio del testimonio in questa staffetta perenne tra il giorno e la notte. Ero talmente catturata dal quotidiano spettacolo della natura da riuscire ad estraniarmi dal caos che mi circondava: i clacson insistenti delle macchine che affollavano le vie della città, il via vai di donne, uomini e bambini, le urla dei venditori ambulanti, i litigi scherzosi degli uomini che giocavano a carte o a tawila nella caffetteria dell’angolo, ammorbando l’aria con il denso profumo di tabacco persiano fumato con il narghillé e mischiato con l’aroma del café turque.

Come tutti i giorni, rinvigorita da quell’incredibile spettacolo, ho raggiunto mia madre e le mie bambine ed ho proposto loro di proseguire la lettura ad alta voce di alcuni racconti de “Le Mille e una notte”.

Mentre eravamo intente a seguire le storie narrate dall’affascinante Sharazàd, mia sorella Alia ci ha raggiunte, offrendoci un tè alla menta e dando avvio ad una conversazione imperniata sui ricordi del passato che ogni tanto faceva capolino nelle nostre discussioni.

Fino a non molti anni prima mia madre era la donna più affascinante della famiglia, con la sua carnagione chiara, gli splendidi occhi scuri, la capigliatura rossa tenuta sempre in perfetto ordine e il portamento fiero ed elegante.

L’inattesa perdita di mio padre, avvenuta quando lei aveva quarant’anni, l’aveva ridotta alla povertà e alla solitudine. Nonostante le nostre tragiche condizioni economiche, aveva sempre rifiutato sdegnosamente i pretendenti che le proponevano il matrimonio. E dire che mio padre era talmente geloso e viveva con il terrore che mia madre potesse tradirlo! A volte, prima di uscire di casa, la chiudeva in camera oppure ordinava a mio zio di sorvegliarla a vista. E le mie zie paterne, piene d’invidia nei suoi confronti, dicevano ad alta voce e senza alcun ritegno: “Nostro fratello doveva proprio sposare questa donna? Avrebbe potuto aspirare alla più ricca e alla più bella del paese e invece ha scelto lei! Non sa cucinare, né stirare, né tenere un discorso nell’alta società, eppure crede di essere una principessa!”

Mia madre, che incassava tutto senza riuscire ad alzare le braccia per ripararsi il viso dai colpi sinistri, col tempo si è convinta sempre più di essere piena di difetti. E nessuno, nemmeno mio padre, si é accorto che ormai si trovava sull’orlo del precipizio. Soffriva terribilmente e in silenzio, in un periodo in cui nessuno conosceva che cosa significasse essere depressi. Tutti le dicevano:” Sei arrabbiata e stanca. Prendi un’aspirina e vedrai che il mal di testa ti passerà.”

Col passare dei giorni mia madre mi è sembrata sempre più distante ed assente, inavvicinabile ed irraggiungibile. Avevo dieci anni quando l’ho sentita gridare nel cuore della notte:” Aiutatemi, uccidete i ragni e i serpenti che si trovano sul muro!”

La donna che mi era sembrata sempre così giovane ed esplosiva come un uragano era diventata impassibile, isolata, come se abitasse su un’isola lontana dal resto del mondo. La osservavamo, ma non riuscivamo a capire cosa gli frullasse nella testa. I suoi unici passatempi consistevano nel fumare una sigaretta, sorseggiare il caffè con lentezza e leggere le carte; devo ammettere che era molto abile nell’indovinare il destino degli altri, ma ahimè, non il suo. E quando prediceva il futuro di qualche parente, ti sembrava di assistere ad un film Hollywoodiano.

All’improvviso, mentre stavo viaggiando nel passato, una voce squillante mi ha risvegliata e mi ha fatto tornare alla realtà.

Mia madre si è alzata precipitosamente, ha abbracciato la nuova arrivata e le ha detto con ossequio: “Benvenuta Um* Rami! È da un po’ che non ti vediamo. È successo qualcosa?”

“ No.”

I suoi occhi, però, erano ansiosi di rivelare un’altra verità, che di lì a poco, senza molte insistenze, veniva svelata: “ Mio figlio non mi manda più il mensile.”

“ E ora cosa farai?”
“ Chiederò a Dio di aiutarmi.”

Ho posato lo sguardo sulla mia vecchia zia che, inaspettatamente, aveva il capo chinato.

Proprio lei che si era sempre pavoneggiata di essere l’intellettuale della famiglia, la più saggia delle sorelle di mio padre, la Parisienne, chinava il capo come una regina che ha appena abdicato! Mi è sembrato per un istante che il mondo barcollasse attorno a me. Anche i grandi crollano? Non è meraviglioso?

La tensione era alle stelle e il silenzio irreale: sembrava la calma che precede la tempesta!

Mia madre, che pure odiava mia zia a morte, ha detto:” Puoi venire qui a vivere con me. Ti offrirò tutto ciò che ho. Sai bene che non sono ricca come una volta, ma possiamo dividere ciò che possiedo.”

“ Ti ringrazio, ma so bene che ricevi il mensile da tua figlia Assiba; non è giusto accollarle un altro peso.”

Chiamata in causa, ho deciso di rompere il ghiaccio che negli anni si era stratificato tra noi:”Zia, anche se non scorre fra noi buon sangue, ti chiedo di rimanere qui. Che tu voglia oppure no, sei benvenuta nella nostra casa!”

“Sono sicura che i miei figli all’estero mi aiuteranno!”
“Te lo auguriamo, zia Safia, ma finché avrai bisogno di noi, la nostra porta sarà spalancata.”

“Se devo essere franca, essi mi hanno abbandonata, anzi mi hanno cacciata da Parigi per essermi intromessa nella vita loro e delle loro mogli. Non mi resta altra scelta: sono costretta ad accettare la vostra proposta. Perdonami, Sara! In passato mi sono comportata da imbecille.”

“ È arrivato il momento di dimenticare il passato. Sei d’accordo, Assiba?” “ Sì, madre, è acqua passata.”

In realtà pensavo:” Mia madre è troppo buona ed è ingenua. Chissà quanti bocconi amari le farà ingoiare ancora questa strega? E io dovrei mantenere anche una simile vipera?”

Come se non bastasse, hanno suonato alla porta mio cugino e la moglie, che non perdevano mai l’occasione di far notare agli altri quanto fossero ricchi e superiori a noi. La consorte era altezzosa e superba e non dava confidenza a nessuno; parlava solo con me, forse perché avevo viaggiato molto in America e in Inghilterra o forse perché sono la moglie di un pilota. Chissà! Si esprimeva solo in francese e fingeva di aver dimenticato l’arabo, nonostante l’avesse studiato per anni interi in una scuola pubblica per poveri. Indossava solo abiti firmati da Chanel o da Saint Laurent e cercava in tutti i modi di attirare l’attenzione di chi la circondava, come se avesse avuto bisogno di avere sempre a disposizione un pubblico che l’applaudisse. Con gesti nervosi fumava continuamente sigarette Kent o Marlboro, rendendo irrespirabile l’aria circostante.

Mio cugino, non masticando bene né il francese né l’inglese, si sentiva inferiore a sua moglie, che trattava come una regina. Quando parlava lei, il poveretto doveva chiudere il becco.

Mia sorella minore Alia la venerava come se fosse una dea dell’antica Grecia caduta dal cielo sulla terra e la ascoltava con grande attenzione quando parlava di moda e di abiti firmati. Quando erano insieme, misuravano con il contagocce i gesti di ogni essere umano e raggiungevano la perfezione nell’arte del pettegolezzo.

Mamma, intanto, si era spostata in cucina per preparare una ricca cena.

Quando ha sentito suonare nuovamente il campanello, ha gridato:” Alia, cosa aspetti? Va’ ad aprire la porta!”

Mia sorella, nonostante le proteste, ha spalancato l’uscio ed ha urlato incredula:” Mamma, corri! Youssef e sua moglie Mireille sono tornati da Parigi!”

Che festa!

Quando mamma rivede uno dei suoi figli, che si sia allontanato per un giorno o per un anno, il suo viso cambia espressione e riacquista l’originario splendore.

Piena di vigore, è rientrata in cucina per gli ultimi ritocchi alla cena, poi ha chiamato mia sorella, che ha brontolato con sufficienza: “Un’altra volta! Non esisto solo io per aiutarti!”

Come al solito, mi sono alzata io e ho cominciato a portare i piatti contenenti le svariate pietanze colorate sul tavolo di ferro battuto pieghevole che si trovava sulla terrazza.

Frattanto, mia madre ci ha raggiunti ed ha esclamato: “Grazie a Dio ho fatto in tempo a prepararvi il cibo! Cosa aspettate? Iniziate a mangiare e ditemi se è di vostro gradimento.”

“Mamma, come al solito hai cucinato benissimo!”

All’improvviso, sconvolgente ed assordante, il fragoroso boato di un’esplosione, seguito da una raffica di mitragliatrice.

Terrorizzati, abbiamo lasciato il cibo e ci siamo affacciati ad osservare la strada invasa da una moltitudine di gente che correva impazzita in ogni direzione, bloccando completamente il traffico delle macchine strombazzanti.

Il passato, con tutte le sue ferite e crudeltà, sembrava sparito nel nulla, seppellito da un presente tragico e incomprensibile.

Ho cercato di riacquistare almeno un briciolo di lucidità, pensando disperatamente all’incolumità delle mie bimbe e dei miei cari. Cosa poteva aver scatenato tutto quel fragore? Era esploso un aereo oppure si era verificato l’ attacco micidiale di un folle Kamikaze?

Mia madre, che doveva essere la più spaventata di tutti, ha trovato per prima la forza di parlare e ci ha ordinato:” Entrate in casa, non perdete tempo! Assiba, porta le bambine nella mia camera; lì saranno al sicuro.”

Mia sorella, tremando come una foglia autunnale in mezzo ad una violenta tempesta, ha esclamato:

“E come faremo con i piatti? Devo riportarli in cucina?” Mia madre ha tuonato:” Presto, entra, non fare la pazza!”

Mio cugino Mahmoud e la sua regale consorte Lamia si sono precipitati verso la porta d’ingresso, ma mia madre, ancora una volta più lucida di noi, li ha pregati di non uscire finché la situazione non fosse migliorata.

La “regina” incalzava: “Dai, andiamo! Cosa stiamo aspettando? Non avrai paura dell’esplosione di qualche bombola a gas? Sono cose che succedono qui e altrove.”

“No, ascolta la zia che è più anziana di te e ha tanta esperienza! Io non mi muovo fino a domani. La casa di mia zia è grande e può contenerci tutti. Non è vero, cara zia?”

“Mahmoud, sei cresciuto in questa casa insieme a mio figlio Farouk. Cerca di convincere tua moglie a fermarsi qui.”

Poi ha mormorato fra sé: “Povero nipote, è così buono, ma è proprio finito male!”

Lamia, intanto, protestava: “Non ci penso neanche a fermarmi in questa casa! Sono abituata a dormire nel mio comodo letto.”

Mia madre, allora, ha esclamato: “Se tieni molto alle tue comodità, lascia qui mio nipote; domani ti raggiungerà.”

“No, non se ne parla neppure! Marito, sei sveglio?” “Andiamo. Addio, zia; a presto, cugini.”

Più tardi abbiamo sentito alcuni razzi colpire il quartiere vicino al nostro e subito dopo diverse bombe si sono abbattute sul nostro quartiere. Le sirene delle ambulanze si rincorrevano affannosamente, facendoci piombare nel terrore.

L’evidenza ci spingeva verso un‘unica conclusione: eravamo in piena guerra.

Sì, ma contro chi?

Israele non aveva mai dichiarato guerra al nostro Paese. Chi ci stava bombardando?

I brividi scuotevano il mio corpo: la paura è più calda della lava di un vulcano e al contempo più fredda del ghiaccio polare.

Con un filo di voce, ho mormorato: “Bambine, questa notte dormiremo sotto il tavolo.”

La mia piccola Bado ha protestato: “Perché dobbiamo stare sotto il tavolo?”

“Perché il nostro appartamento si trova all’ultimo piano. Sotto il tavolo saremo al sicuro.”

Mia sorella ha esclamato tremando: “Chissà se ci vedremo domani? Mamma, ho tanta paura!”

“Non ti preoccupare, Dio veglierà su di noi. Ora, figlia mia, cerca di addormentarti.”

Non sono riuscita a chiudere occhio per tutta la notte: continuavo a sudare e cercavo in tutti i modi di far addormentare le bambine che piagnucolavano: “Mamma, dovevamo restare con papà in Iraq. Lì non sparano.”

“È vero. Vi prometto che domani torneremo a Baghdad.”

A questo punto, mia madre ha commentato: “È tutta colpa mia! Vorrei tanto non avervi invitate qui a trascorrere la festa della grande Pasqua insieme.”

“No, mamma, non ti rimproverare inutilmente; nessuno può conoscere i segreti del destino.”

Anche se solo in parte convinta dalle mie parole, finalmente mia madre è caduta nelle braccia consolatrici di Morfeo, ma io non sono riuscita a fare lo stesso. Ogni volta che cadeva una bomba, pregavo nel silenzio dell’anima di riuscire a vedere la nuova alba.

I vecchi ricordi sono tornati come un esercito conquistatore nella mia mente: mi sembrava di rivivere il passato con tutte le sue gioie e i suoi dolori.

Tutti mi chiamavano principessa perché ero nata in una famiglia agiata dopo mio fratello Farouk che con il passare del tempo era diventato un genio della matematica.

Mio padre era un uomo nobile, un beyk, cioè un conte, e si era laureato in economia e commercio all’Università americana di Beirut. Da giovane si era innamorato follemente di mia zia che era stata costretta dai suoi genitori ad abbandonare mio padre per raggiungere un fidanzato imposto da loro e che abitava a Buenos Aires. Mio padre, da quel momento, non è riuscito più a trovare pace finché, spinto dalla sete di vendetta, ha chiesto la mano di mia madre, che non amava, nonostante fosse più bella di sua sorella. E così mia madre è diventata oggetto di ornamento nei salotti addobbati di mio padre. E il giorno in cui ella ha osato alzare il tono della voce per dire a mio padre che era giunto il momento di smettere di pensare a sua sorella, lui ha risposto sprezzante:” Cosa credi? Ti ho sposata perché le assomigli. Non ti lascerò mai, perché tu mi appartieni.”

“Se non mi ami perché mi hai sposata? Abbiamo due figli e aspetto l’arrivo del terzo. Quando mi amerai? Lei abita lontano, oltre l’Oceano, non te ne rendi conto?”

“Lei sarà sempre la prima nel mio cuore.”

Mia madre, ancor oggi, appena parliamo di mia zia, afferra una sigaretta ed inizia a fumare con voluttà, senza proferir parola, con l’illusione di gettare il passato alle spalle.

Mi sarebbe piaciuto conoscere zia Ranim! Chissà quanto assomiglia a mia madre e come sono i suoi figli? L’Argentina è lontana, ma a volte è bello sognare ad occhi socchiusi.

Improvvisamente sento un fragore che annuncia la ripresa dei combattimenti. Inevitabilmente, tornano a bussare alla mia mente mille immagini del passato e io ritorno a tuffarmi nei giorni trascorsi a Beirut, nella città dove sono nata e cresciuta.

Mi ricordo che mio padre mi portava nei migliori negozi per comprarmi ciò che desideravo senza contare i soldi che avrebbe dovuto spendere: gli bastava vedermi con l’abito rosa di pizzo e con i fiorellini tra i capelli per sentirsi appagato. E io lo abbracciavo mentre mi accarezzava il viso, senza essere neppure sfiorata dall’idea che un giorno avrei dovuto salvare lui e gli altri componenti della famiglia dalla povertà, sposando un uomo più vecchio di me di vent’anni. Sì, ho accettato di finire tra le braccia di un uomo sconosciuto che avrebbe potuto essere mio padre e che non avevo mai visto prima! E perché è toccato proprio a me sacrificarmi, all’età di tredici anni, per salvare i miei fratelli dalla fame?

Un giorno mio padre è stato colpito da un infarto, e i suoi contadini e parenti hanno divorato tutti i suoi averi. Mio fratello Alì, che aveva appena nove mesi, è morto tra le mie braccia perché eravamo costretti a dargli acqua e riso, invece del biberon di latte. È morto tra le mie braccia, mentre mia madre era all’ospedale ad assistere mio padre che stava lottando tra la vita e la morte. In poco tempo ho conosciuto l’Inferno!

Prima di varcare questa dolorosa soglia della mia esistenza, desidero dire che, nonostante le apparenze, mio padre, a differenza di numerosi uomini arabi, non ha mai considerato la donna una merce oppure una moneta di scambio, un oggetto senza opinioni né volontà. Quante donne hanno patito a causa della tirannia dell’uomo e hanno pianto nel silenzio della notte, abbandonate al loro amaro destino?

Io ho scelto volontariamente di sacrificarmi per liberare la mia famiglia dal fango; ancora bambina ho abbandonato le mie compagne di classe e gli studi per indossare il pesante fardello della responsabilità. A tredici anni tutti mi chiamavano madame! Non capivo più niente, trascinata in un mondo lontano dal mio. La mia adolescenza, peraltro appena iniziata, era ormai giunta al termine. Ero una donna sposata, dovevo vestirmi e truccarmi come un’adulta, cucinare e accogliere grandi personalità a casa mia. Non sempre ero all’altezza della situazione: sono riuscita, con la mia inesperienza, a mandare in fumo i pasti che dovevo preparare; inoltre ignoravo come dovesse comportarsi una vera lady nei salotti. Durante una cerimonia diplomatica al Consolato Americano, mi sono alzata in piedi per salutare i ministri e i consoli, senza accorgermi che alcune donne aristocratiche mi guardavano male e mormoravano: “È una montanara! Non sa che la donna deve rimanere seduta salutando gli uomini?”

Nonostante le difficoltà e le umiliazioni, ero contenta che i miei fratelli, grazie al mio matrimonio, avessero potuto tornare a scuola dopo un anno di interruzione.

Dio, cosa era successo di nuovo? Un’altra esplosione che rompeva i timpani, più forte delle precedenti. Un denso fumo si alzava dalla casa della nostra povera vicina, che levava al cielo urla straziate, comunicando al mondo la morte del figlio Nabil.

Povero Nabil! Aveva solo sedici anni, era bello e generoso, ma soprattutto era innamorato della vita!

Mio fratello, che era il suo migliore amico, si era precipitato a casa sua per vederlo per l’ultima volta. A nulla erano valse le proteste disperate della mamma, che lo metteva in guardia e che gli chiedeva di aspettare almeno finché fosse sopraggiunta la luce diurna. Eravamo di nuovo tutti svegli e in preda alla paura, incapaci di rispondere alle domande che si accalcavano nella nostra mente.

Di chi era la responsabilità di quanto stava accadendo?

Che senso aveva tutto quello scempio?

Perché tante persone erano costrette a soffrire?

Alle prime luci dell’alba era tornato mio fratello, piangendo come un vitellino che sia stato allontanato dalla mamma.

Anche lui ci bersagliava di domande alle quali non sapevamo dare risposta. Singhiozzava: “Ho perso il mio migliore amico! Ora con chi giocherò a calcio? Perché è toccato proprio a lui, che era così buono e non ha mai fatto male a nessuno? Chi ha lanciato quella maledetta bomba? Chi? ”

Ho cercato di consolarlo, ma inutilmente, dal momento che non ero in grado di dargli neppure una spiegazione.

Nemmeno le mie figlie, verso le quali provava un affetto smisurato, sono riuscite a calmarlo.

Mia madre ha richiamato la nostra attenzione e ha detto: “La calma è tornata e hanno riattaccato anche l’elettricità. Alia, accendi la televisione.”

“Ieri, 13 aprile 1975, sette cristiani libanesi sono stati uccisi a sangue freddo da alcuni terroristi palestinesi. Mentre i cristiani maroniti stavano inaugurando l’apertura di una chiesa a Ain al- Remmaneh, alla periferia di Beirut, un autobus pieno di fedayn armati fino ai denti si è fermato di fronte al luogo sacro, con l’intento di sfidare la comunità cristiana. Alcuni falangisti cristiani hanno sparato sull’autobus, uccidendo i palestinesi. Successivamente si sono verificati numerosi scontri tra falangisti e palestinesi; questi ultimi sono stati appoggiati dalla sinistra e dai musulmani.

Il Presidente dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina ha dichiarato: “Ho tutti gli interessi a internazionalizzare il conflitto in Libano. Non vedo alcun impedimento al fatto che divenga un secondo Vietnam, né che tutto il Medio Oriente affoghi nella guerra…”

Dal canto suo, il capo dei Falangisti (al Kata’ib) ha replicato: “È giunto il momento di cacciare tutti gli estremisti palestinesi dal Paese dei cedri. Dobbiamo buttarli in mare e poi rispedirli nel mondo arabo.”

Mia madre, visibilmente preoccupata, ha esclamato: “Assiba, devi raggiungere immediatamente tuo marito!”

A queste parole, a dimostrazione delle strane leggi della telepatia, è squillato il telefono.

Quando ho sollevato la cornetta, ho udito la voce agitata di mio marito che mi chiedeva preoccupato nostre notizie.

“È stata una notte insonne: sembrava la fine del mondo!”

“Sì, purtroppo ho seguito i bombardamenti in diretta televisiva. Ho tanta paura per voi! Le mie bambine saranno spaventate a morte!”

“Sì, avremmo dovuto restare con te. Presto torneremo a Baghdad. Non appena possibile, ti farò sapere a che ora partirà il nostro aereo.”

“Mi dispiace, ma l’aeroporto di Beirut è chiuso.”
“Chiuso? Non è possibile! E ora cosa faccio con le bambine?”

“Purtroppo non sono in grado di darti altre notizie, ma ti prometto che appena cambieranno le cose ti farò sapere. Non vedo l’ora di abbracciarvi!”

“Anche noi.”
Mia madre si è avvicinata ed ha esclamato: “Allora partirete presto!”
“No, mamma, l’aeroporto è chiuso.”
“E perché?”
“Perché la pista è stata bombardata.”
“E ora cosa farete?”
Mi sono rivolta nuovamente a mio marito: “Puoi prenotarci i biglietti da Damasco?“

Ha replicato sconsolato: “Purtroppo tutte le vie che conducono da Beirut all’aeroporto di Damasco sono sotto il tiro dei cecchini. Tanti musulmani hanno abbandonato le loro case nella zona est di Beirut, che è a maggioranza cristiana, e sono fuggiti nella zona ovest di Beirut.”

“Siamo arrivati fino a questo punto?”

“Sì, purtroppo tutti i giornali parlano delle atrocità delle milizie. Il Libano, terra dei Profeti e culla di antiche civiltà, è diventato terra di nessuno. La paura serpeggia ovunque e la sete di vendetta è insaziabile.”

“Come faremo ad allontanarci da Beirut?”

“Per ora non uscite di casa e non circolate in città. Verrò io a prendervi appena sarà possibile.”

Bado: “Papà, ci manchi tanto! Vieni a portarci via, abbiamo paura. Qui sparano!”

“Sì, verrò a prendervi tra poco, ma per ora state con la mamma e la nonna e siate coraggiose. Ok?”

“Ok, papi.”

Iman:” Papi, ti voglio bene!”

“Anch’io.”

Poco dopo, qualcuno ha bussato alla porta gridando: “Sono la zia Shaza. Aprite, presto!”

Mia madre: “Perché sei venuta? È pericoloso!”

“Mio figlio Mahmoud è stato ferito da una pallottola vagante.”

“Come? Avevo detto a quella sciagurata di sua moglie di lasciarlo dormire qui.”

Mia zia ha ribattuto infuriata: “Maledetta quella donnaccia!”

E mia madre ha replicato: “È una grande presuntuosa, immatura ed egoista! E ora come sta mio nipote?”

“È stato operato ieri notte a lume di candela.”

“Speriamo che se la cavi! Povero Mahmoud, meritava un’altra donna.”

“Sua moglie non sembra nemmeno triste.”

“È assurdo! La pallottola non poteva colpire lei, invece del mio povero nipote?”

Dopo aver abbracciato mia zia a lungo, ho esclamato:” Basta, mamma! Non bisogna augurare il male a nessuno!”

“Perdonami, figlia mia, ma lei è la peggiore delle creature, è arrogante e crede di essere Miss Mondo!”

Nel frattempo sopraggiungevano altre brutte notizie: alcuni musulmani e cristiani erano spariti nel nulla e ogni comunità condannava l’altra, minacciandola di sterminio.

Inoltre avevamo un enorme problema da affrontare: dovevamo procurarci il cibo e l’acqua! Mio fratello si è avventurato nelle vie della città per procurarsi le provviste, rischiando la

pelle sotto i bombardamenti. Eravamo tutti preoccupati per la sua sorte, quando finalmente abbiamo sentito Omar gridare: “Venite ad aiutarmi! Non ce la faccio a portare tutto da solo sulle scale!”

“Omar è salvo, grazie al cielo, ma quanto durerà questo incubo?” ha ribattuto mia madre. Appena mio fratello è entrato in casa, ha esclamato: “ Dio mi ha salvato!”
Mia madre ha domandato tremante: “Qualcuno ha tentato di sparare contro di te?”

“No, affatto, ma mi sono salvato per un pelo! Dopo aver comprato il pane ed essermi allontanato dal panificio, una bomba è esplosa tra la folla in attesa nel negozio. Sono volate in aria mani, braccia e… Che scena orrenda! Se avessi tardato solo qualche minuto, ora mi troverei nel mondo dell’Aldilà!”

Mia madre ed io abbiamo urlato: “Ringraziamo Dio per averti salvato!”

Le mie figlie hanno esclamato: “Zio, zio, non ti preoccupare, ti porteremo con noi a Baghdad!”

Mia madre mi ha guardato e ha mormorato: “Insciallah!”
Intanto la notte era scesa e il buio aveva avvolto la città sotto un manto nero.

Mia madre ha acceso la candela e abbiamo mangiato insieme un frugale pasto a base di carne.

Quanta tristezza nei nostri sguardi e quanta paura nei nostri cuori!

In quell’ora ho giurato a me stessa che avrei salvato i miei familiari, liberandoli dalla fame e dalla disperazione, come già avevo fatto alcuni anni prima sposando un uomo che aveva la stessa età di mia madre, venticinque anni più di me.

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