Lo scettro del re Salomone e della regina di Saba: i racconti di Emma Perodi

 

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Tutte le campane di Poppi e della valle suonavano a festa in quella notte chiamando i fedeli alla messa di Natale, e pareva che a quell’invito rispondessero le campane di Soci, di Bibbiena, di Maggiona e di tutti i paesi e i castelli eretti sui monti brulli, che s’inalzavano fino all’Eremo di Camaldoli e al Picco della Verna, tanto era lo scampanìo che si udiva da ogni lato.

In una casa di Farneta, piccolo borgo sulla via di Camaldoli, la famiglia del contadino Marcucci era tutta riunita sotto l’ampia cappa del camino basso, che sporgeva fin quasi a metà della stanza. Il camino, nel quale crepitava un bel ceppo di faggio, era grande davvero, altrimenti non avrebbe potuto contener tanta gente, perché i Marcucci erano un subisso! Il vecchio capoccia era morto, la moglie gli sopravviveva, e intorno a lei erano aggruppati i cinque figliuoli maschi, i quali avevano tutti moglie, meno l’ultimo, Cecco, che era tornato da poco dal reggimento, e aveva sempre addosso la tunica d’artiglieria. I quattro fratelli maggiori si ritrovavano di già la bella caterva di quindici figliuoli, fra grandi e piccini, così che fra la vecchia Regina, le nuore, i figliuoli e quei quindici nipoti, facevano venticinque persone. È vero che il podere era grande, ma se i ragazzi maggiori non si fossero ingegnati ad accompagnare col trapelo le carrozze che andavano a Camaldoli, facendo in su e in giù l’erta via tre o quattro volte il giorno, la famiglia Marcucci non avrebbe attecchito il desinare con la cena. Quella sera la vecchia Regina stava seduta sopra una panca molto vicina al fuoco crepitante, e le sue mani operose, che intrecciavano di consueto i fili di paglia per farne cappelli, restavano inerti in grembo. I più piccoli fra i nipotini le sedevano accanto guardando un grandissimo paiuolo appeso sopra il fuoco, nel quale bollivano le castagne. Lo scampanìo continuava, e tutti quei bambini, che solevano andare a letto come i polli per alzarsi a giorno, non chiedevano di coricarsi, né le mamme davano loro il solito imperioso comando: “A letto!” poiché in quella notte era consuetudine dei Marcucci che i giovani andassero alla messa notturna alla abbazia di San Fedele, sul monte dove s’erge gigante il castello di Poppi, con la sua immensa torre che si vede quasi da ogni punto del Casentino, e i piccini rimanessero a casa a far compagnia alla nonna, la quale li teneva desti narrando loro fiabe meravigliose, che ella aveva udito a sua volta dalla propria nonna e dalle vecchie del vicinato.

Il maggiore dei figli della Regina, l’austero Maso, che faceva da capoccia dopo la morte del padre, li comandava tutti a bacchetta; egli si alzò e, aprendo la porta della cucina che guardava sulla aia, disse, rivolto alla moglie e alle altre donne: “La nottata è brutta e la neve è tutta ghiacciata, che vogliamo fare?” Mentre Maso teneva ancora l’uscio aperto strologando le nubi, che correvano da tramontana, un soffio di vento gelato penetrò nella cascina e fece rabbrividire grandi e piccini. Ma la Carola era stata pronta a dire: “E da quando in qua il freddo e la neve ci mettono paura? Alla messa di Natale ci siamo sempre andati e ci andremo anche stanotte, se Dio vuole.” La Carola, come moglie del capoccia, godeva in famiglia di una certa autorità; così le altre donne annuirono con la testa, e mentre ella si alzava per vedere se le ballotte eran cotte nel paiuolo, le cognate salirono al piano superiore a prendere lo scialle, il rosario e i cappotti di panno pesante foderati di flanella verde dei rispettivi mariti. Quando esse riscesero, la Carola aveva già posato il paiuolo in tavola, dopo averne scolato l’acqua, e con una mestola di legno distribuiva ai bambini le castagne. Anche le cognate se ne empirono le tasche dei grembiulini di rigatino, e quando Maso disse: “Dunque, vogliamo andare?» tutti si strinsero bene sotto il mento il fazzoletto di lana a colori vivaci, e su quello si misero lo scialle di flanellone.” “E tu non vieni?”domandò Maso a Cecco vedendo che s’era seduto di nuovo sulla panca nel canto del fuoco. “Sentirò tre messe domani, per ora resto qui; è tanto che non ho più fatto il Natale a casa, e mi struggo di sentir raccontare dalla mamma la novella dello scettro di re Salomone e la corona della regina Saba.”

Cecco non diceva tutto il suo pensiero. Tornato a casa dopo tre anni passati al reggimento, parte ad Alessandria, parte a Palermo, aveva trovata la sua vecchietta molto deperita, e il timore di perderla da un momento all’altro lo aveva assalito tanto da inchiodarlo a fianco della mamma in tutte le ore che non lavorava. E anche quando era nel campo, pensava sempre: ‘ La troverò viva quando torno a casa? ‘ Quel pensiero angoscioso e continuo gl’impediva d’imbrancarsi con gli amici e di andarsene a veglia nei casolari vicini, dove il bell’artigliere sarebbe stato festosamente accolto dalle ragazze, curiose di sentir parlare della vita di città e delle avventure militari. Maso aprì l’uscio e s’incamminò alla testa della comitiva, composta delle cognate, dei fratelli e dei tre ragazzi maggiori, ormai giovinotti anch’essi. Appena tutta quella gente fu uscita, Cecco andò a sedersi accanto alla Regina, e mettendole una mano sulla spalla, le disse scherzando: “Badate, mamma, la novella la so quasi a mente, e se non la raccontate bene, vi tolgo la parola e la narro io! Vi rammentate quante volte sono stato a occhi spalancati, con le gomita sulle ginocchia, a sentirla?” “Quelli erano bei tempi!” sospirò la vecchia. “Allora era vivo il babbo tuo, tutte le figliuole erano in casa e io non ero così grinzosa.” “Nonna, la novella!” dissero i piccini, che erano tutti ansiosi di udire per la centesima volta il meraviglioso racconto, che aveva sempre la virtù di commuoverli. La vecchietta finì di sbucciare una castagna, e dopo che l’ebbe data alla minore delle nipotine, prese a dire con la voce dolce e il purissimo accento, proprio degli abitanti delle montagne toscane:

“Dovete sapere che al tempo dei tempi arrivò un giorno a Montecornioli un vecchio con la barba bianca, i capelli lunghi che gli scendevano fin quasi alla cintola, vestito di una cappamagna di seta e con un turbante in testa. Questo vecchio cavalcava una mula bianca e dietro a lui veniva un carro tutto coperto trascinato da un paio di bovi, e guidato da un altro vecchio, pure con la barba lunga e i capelli lunghi, ma vestito più miseramente. Attorno al carro cavalcavano cinque uomini armati di lancia, e tenevano a distanza chiunque si volesse accostare. Né l’uomo dalla cappamagna, né il carro, né i soldati erano stati veduti passare per il Casentino. Essi erano arrivati a Montecornioli senza valicare l’Appennino, senza battere le strade maestre. La gente li aveva veduti soltanto sul Pian del Prete, quando salivano la vetta di Montecornioli. Poi erano spariti col carro dentro un vano, che mette a una grande caverna. Soltanto l’uomo dalla cappamagna era rimasto a guardia di quel vano, e la mattina, quando i montecorniolesi si alzarono, rimasero a bocc’aperta nel vedere che, proprio in quel punto, dove prima non crescevano nemmeno le cicerbite e i cardi, era sorta, come per incanto, una casetta con le finestre chiuse e la porta sbarrata. La mia parola sarebbe insufficiente se volessi dirvi la meraviglia che destò in tutti la comparsa in paese di quella comitiva, e poi il veder sorgere quella casetta dalla sera alla mattina. Prima accorsero a Montecornioli, per sincerarsi del fatto, gli abitanti di Poppi e di Bibbiena; poi quelli di Certamondo, di Romena, di Pratovecchio, di Stia; e finalmente vennero anche da lontano. Ma guarda e riguarda, non vedevano nulla, e la casa rimaneva chiusa come se dentro non ci stesse nessuno. Però i più curiosi, mettendo l’orecchio contro il buco della chiave, sentivano un rimuginìo di monete e certe parole che nessuno capiva.

Venne l’inverno, e la casa, che era bassa, rimase quasi nascosta nella neve. Quel mistero dei sette uomini seppelliti in quella caverna, metteva in moto tutti i cervelli e faceva dimenare tutte le lingue. Ci fu un montecorniolese più curioso dei suoi paesani, un certo Turno, che, senza dire nulla a nessuno, si mise in testa di scoprir quel mistero, e, aspettata una notte che non ci fosse luna, s’infilò un coltellaccio alla cintura, prese un’asta più lunga di lui, e si avviò alla casetta. Era buio come in gola al lupo e il vento mugolava nelle insenature dei monti e spazzava giù una neve fine fine e gelata, che tagliava la faccia a Turno; ed era giusto che fosse freddo, perché era appunto la notte del Natale. I rami degli alberi, sfrondati, battevano fra loro facendo un rumore di ossa cozzate insieme, e, un po’ il buio, un po’ quel mugolìo del vento, e più di tutto quel rumore, gelarono il sangue a Turno; ma la curiosità fu più forte della paura ed egli si accostò alla casetta misteriosa. Quando fu lì, avvicinò l’occhio al buco della serratura, ma non vide nulla; allora vi pose l’orecchio, e sentì un tintinnìo d’oro e di argento e un parlare strano, che egli non capiva. Stette così un pezzo, incerto se doveva bussare o no, ma finalmente, vedendo il fumaiolo del camino, dal quale non usciva punto fumo, salì sul tetto per tentar di penetrar con l’occhio nella stanza. La neve alta attutiva i suoi passi, e siccome il tetto era basso, con poca fatica vi salì; ma capì subito che non era riuscito a nulla, perché dal fumaiolo si vedeva il focolare spento e basta. Turno però, che aveva le scarpe grosse e il cervello fine, pensò: «È tardi, e prima o poi questi uomini misteriosi andranno a letto. Anche a contare i quattrini finiranno per stancarsi, e allora io, che sono secco come un fuscello, mi calo giù per la cappa del camino e mi levo da dosso questa curiosità, che non mi dà pace». Infatti si accoccolò come meglio poté da un lato del fumaiolo, a riparo dalla neve e dal vento, e aspettò. Ma aveva un bell’aspettare! Quelli di giù, conta che ti conto, non finivan mai di maneggiar monete e di ciarlare. A un tratto cessò il rumore, i lumi furono spenti giù nella stanza, e tacquero tutti i discorsi. In quello stesso momento, al castello di Soci scoccò la mezzanotte. «Ho capito,» pensò Turno, «sono stregoni, e a quest’ora se ne vanno in giro; tanto meglio, così vedrò senz’essere disturbato; aspettiamo.» Ma non ebbe molto da attendere perché di lì a poco fu colpito da un gran chiarore e si vide passar davanti agli occhi una figura tutta bianca e lucente, e dopo questa una seconda, una terza, e poi tante e tante. Avevano i capelli biondi e inanellati, due ali bianchissime attaccate alle spalle, e portavano in mano una cesta coperta. Appena sbucavan fuori dal fumaiolo, si dirigevano verso un casolare o un villaggio. Le più volavano alto alto e poi sparivano fra le macchie di faggi o d’abeti verso l’Eremo di Camaldoli, nei punti dove sono le case dei carbonai o dei mulattieri. «Sono angioli!…» diceva fra sé Turno. «E io che li avevo creduti stregoni!» E quando ne ebbe veduti uscire un centinaio, e che gli parve che non ne dovessero venir più su per la cappa del camino, Turno si legò una corda alla cintola, fermò quella fune intorno al fumaiolo e si calò giù. La cucina era grande e, a giudicarne dalla sua vastità, doveva essere l’unica stanza della casa; ma sulle due lunghe tavole e sulle panche non c’erano né monete né altro. Dirimpetto all’uscio che metteva sulla campagna, v’era una specie di volta chiusa da un sasso. Turno staccò un lumicino di ferro dal muro, e dopo aver girata la pietra, entrò in un corridoio buio. Egli camminò per un pezzo, sempre in discesa, e finalmente sboccò in una caverna bellissima che pareva una sala.

La volta era tutta tempestata di ghiaccioli di cristallo di forma curiosa, e nel mezzo c’era una grandissima colonna, tanto grande che quattro uomini non l’avrebbero abbracciata. Quando si fu fermato costì a guardare, Turno riprese la via, e scendi scendi, a un tratto fu colpito da una grandissima luce. Quel chiarore veniva da una sala, molto più bella della prima, che si trovava in fondo alla discesa, proprio nelle viscere del monte. Codesta sala era illuminata a giorno, e nel mezzo c’era una cassa d’oro col coperchio di cristallo, e intorno tante casse più piccole. Sulla parete di fondo v’era poi una specie di trono, tutto d’oro, e su quello dormiva il vecchio dalla cappamagna di seta. Turno tremò tutto nel vederlo e non osò accostarsi a lui. Si avvicinò peraltro alle casse d’oro col coperchio di cristallo, e rimase a bocca aperta a guardarle. In quella di mezzo, che era la più grande, v’era uno scettro d’oro tutto tempestato di perle grosse come nocciole. Sul fondo d’ebano nel quale era posato lo scettro, stava scritto in pietre preziose: «Salomone». In un’altra cassetta c’era una corona d’oro tutta ornata di brillanti, e su quella stava scritto: «Regina Saba». Nelle altre poi vi erano alla rinfusa braccialetti, collane, pugnali, spilloni, il tutto lavorato stupendamente e tutto scintillante di gemme lucenti come tanti soli. Turno, a veder tutta quella grazia di Dio, rimase di sasso, e il diavolo in quel momento lo tentò. Con una sola di quelle collane si sarebbe potuto comprare un podere, fabbricarsi una casa e cessare la vita di stenti che aveva fatto dacché era nato. Alzò gli occhi e vide che il vecchio dalla cappamagna dormiva come un ghiro, e il diavolo lo tentava sempre, facendogli pensare che nessuno si sarebbe accorto della mancanza di un gioiello. «Per chi possiede tanti tesori, un oggetto più o meno, non fa nulla», gli suggeriva lo spirito del male. Turno alzò il coperchio di una di quelle cassette, ficcò la mano dentro e la rilevò piena di gioie, che si nascose subito in seno; poi, tutto guardingo e tremante, riprese il lumicino che aveva posato in terra, e rifece la via percorsa prima per uscire dalla caverna. Giunto che fu alla seconda sala, grondava di sudore e le gambe gli si erano fatte pese come di piombo. Ogni momento si fermava, stava in ascolto perché gli pareva udir dietro a sé rumore di passi e voci. La salita che doveva fare lo sgomentava, e se non fosse stato il timore di trovare il vecchio desto, sarebbe tornato addietro per rimettere al posto i gioielli rubati, tanto se li sentiva pesare sul petto come ciottoli di torrente. In quella seconda sala si gettò un momento a sedere, ma subito si rialzò perché aveva sentito nitrire un cavallo a poca distanza, e si die’ a salire di corsa per il lungo corridoio. Egli giunse tutto trafelato in cucina, e senza concedersi un momento di riposo, si attaccò alla fune e in un momento fu sul tetto.

Appena Turno fu all’aria aperta vide venire volando da tutti i punti cardinali gli angioli bianchi e luminosi, che gli erano passati a poca distanza quando era nascosto dietro il fumaiolo. Tutta l’aria era imbiancata dalla luce che mandavano i loro corpi, e da ogni lato si sentiva cantare: «Osanna! Osanna!…» mentre le campane delle chiese sonavano il mattutino. Turno, impaurito da quella vista e da quei canti, senza pensar nemmeno a levar la corda, spiccò un salto dal tetto, e invece di correre in direzione del paese, si nascose in una buca in mezzo alla neve e costì rimase intirizzito fino a giorno, come un ladro che ha paura di essere scoperto. Soltanto all’alba tornò a casa, e quando la madre gli domandò dov’era stato tutta la notte, rispose arrossendo: «Sono stato alla messa.» E invece di aiutare la sua vecchia mamma nelle faccende di casa, salì in camera, nascose la roba rubata sotto un mattone dell’impiantito, e si coricò. Ma il sonno, che era il suo compagno fedele dopo le fatiche, quella mattina non andò a chiudergli le palpebre, e, dopo essersi rivoltato per diverse ore da una parte e dall’altra, dovette alzarsi. Appena scese in cucina e si affacciò sulla porta di casa, vide passare due contadini tutti lieti, che parlavano fra di loro gesticolando. Essi eran tanto infatuati a parlare, che neppur si accòrsero di Turno. «Sai,» diceva il più vecchio, «è proprio un miracolo. Stanotte alla mezzanotte s’è veduto sopra la casa mia un gran chiarore e poi s’è sentito un fruscìo d’ali sul tetto. Camillo, il mio bambino maggiore, che dorme in cucina, s’è destato e ha veduto scendere un angiolo dalla cappa del camino. Quell’angiolo si è chinato sul letto, lo ha baciato in fronte e gli ha detto: «Eccoti i doni che ti manda il Bambin Gesù perché sei stato buono. Ogni anno, se continuerai a essere onesto e timorato di Dio, verrò a visitarti». Poi l’angiolo è sparito cantando: «Osanna!» e Camillo racconta che tutta la stanza era piena di un odor acutissimo di gigli e di rose. Sul letto il ragazzo ha trovato inoltre un sacchetto di monete d’oro, vestiti caldi per ripararsi dal tramontano, e ghiottonerie di ogni specie. Io vengo a Montecornioli a raccontare il fatto al curato e a fargli vedere le monete. «In casa mia è avvenuto lo stesso,» disse l’altro contadino, «i regali sono toccati soltanto alla mia Maria, perché i maschi son tre forche, e l’angiolo, che lo sapeva, lo ha detto alla bambina mentre l’ha baciata.» Turno, tutto commosso, aveva seguito i due uomini fin davanti alla chiesa e li vide imbrancarsi con tanti altri, i quali aspettavano che il curato avesse detto «te missa est» per interrogarlo al pari dei due contadini. Ora capiva dov’erano volati gli angeli! ora si spiegava perché aveva sentito contare tante monete! E quello che egli aveva rubato era dunque il tesoro dei bimbi buoni, dei bimbi poveri! Ebbe vergogna del suo furto e gli pareva che tutti dovessero leggergli in fronte la sua mala azione. In quel giorno non poté entrare in chiesa, non lo poté davvero! Le gambe non ce lo volevano portare; si mise a fuggire, e corri corri giunse in un bosco di castagni, dove rimase come un bandito fino a notte. Quando tornò a casa, trovò la mamma che piangeva davanti alla tavola apparecchiata. La povera vecchia, non vedendolo tornare a mezzogiorno, s’era messa a smaniare e non aveva potuto ingollare neanche un boccone del pranzetto preparato per quel giorno di grande solennità. E ora che lo rivedeva e le pareva così stralunato, non si poteva consolare, perché era sicura che qualche cosa di grosso gli fosse accaduto. Ma a tutte le domande che gli rivolgeva, Turno rispondeva sempre che non aveva nulla, che si era imbrancato con i compagni e per questo aveva fatto tardi.

Madre e figlio mangiarono di malavoglia e, per la prima volta, andarono a letto senza neppure dirsi: «Felice notte», tanto Turno, arrabbiato con se stesso, se la ripigliava con la povera vecchia; e tanto lei era convinta, convintissima, che il figlio suo avesse commesso una cattiva azione. Né la vecchia afflitta, né Turno perseguitato dal rimorso, dormirono; anzi, il giovane a una cert’ora si levò, perché gli pareva di soffocare, alzò il mattone, si mise di nuovo in seno i gioielli rubati, e s’avviò verso la casetta all’imboccatura della caverna. Voleva vedere se gli riusciva di riscendere in cucina e rimettere al posto quelle gioie, perché gli pesavano sul petto come macigni, ed era pentito, arcipentito della sua birbanteria. Ma appena fu salito sul tetto della casetta, dovette di nuovo nascondersi, perché sentì giù nella cucina un gran tramestìo, e un momento dopo vide gli angioli comparire a uno a uno, e poi, quando furono tutti usciti dalla cappa del camino, prendere il volo come un branco di uccelli che vadano dal monte alla palude. Turno si accòrse che i volti degli angeli erano seri e accigliati. Volavano velocemente, e dalle loro bocche non usciva nessun suono melodioso. A un tratto uno di essi si voltò e fece, sul paese che abbandonavano, un gesto di maledizione. Turno si gettò di sotto impaurito e cadde sulla neve. In quello stesso momento udì un rumore tremendo, e la casetta crollò e scomparve giù nel le profondità della terra, per incanto com’era sorta. I montecorniolesi videro in quella notte, sull’apertura della grotta, due diavoli col piede di capro, che tramandavano un così acuto odore di zolfo, da soffocare quanti si accostavano. Quei due diavoli avevano in mano spade fiammeggianti. I montecorniolesi non solo, ma anche gli abitanti delle valli più basse e dei casolari di montagna s’impaurirono di questo succedersi d’incantesimi, e nessuno osava più passare, neppur di pieno giorno, davanti alla bocca della caverna. Di notte poi non se ne parla, perché stavano tutti rintanati in casa, e dopo la prima notte nessuno volle più esporsi a vedere quei brutti ceffi di diavoli con le spade di fuoco.

La notizia di questo fatto giunse fino al beato Romualdo, abate di Camaldoli, il quale scese con una lunga processione di frati del suo Eremo, portando in mano la croce, e si recò a benedire la bocca della caverna di Montecornioli. Il santo abate però disse che sotto quel fatto ci doveva essere un mistero, quando gli fu assicurato da un suo frate che dopo poche notti che la caverna era stata benedetta, erano ricomparsi i demoni a farvi la guardia. L’abate Romualdo ordinò preci e digiuni a tutti gli abitanti del paese di Montecornioli, per impetrare da Dio la liberazione da quel tremendo flagello; ma neppur questi valsero, e i demoni continuavano a mostrarsi. In quel frattempo Turno era ridotto al lumicino. Nella notte stessa dalla scomparsa degli angioli e della casa, egli, sentendosi opprimere da quelle gemme rubate ai poveri, invece di portarsele a casa e nasconderle sotto il mattone del pavimento, aveva scavato una buca in cantina e ve le aveva rimpiattate, e poi era andato a letto. Ma non aveva potuto dormire in tutta la notte, e nell’uscire la mattina per andare nel bosco a segar le legna, come faceva ogni giorno, aveva sentito tutta la gente sgomenta dall’apparizione dei demoni e dalla scomparsa degli angeli, che avevano recato nella notte di Natale tanti doni ai bimbi buoni, ai bimbi poveri di tutta la contrada. Quelle lamentazioni che udiva gli arrivavano al cuore, perché sapeva che senza la sua curiosità e il suo furto, gli angeli avrebbero continuato a beneficare i poverelli del paese. Egli si sentiva un gran malessere dentro e le braccia cionche come se non potesse fare nessun lavoro. Tutto il giorno vagò per il bosco evitando d’imbattersi negli altri boscaiuoli, e non si avviò a casa altro che a ora tarda. Ma prima di oltrepassare gli ultimi alberi, sentì uno sbatter d’ali sulla sua testa, e a un tratto vide un pipistrello, grosso come un’aquila, con gli occhi e la lingua di fuoco. Il pipistrello rimase ad ali aperte davanti a lui, e gli disse: «Turno, tu hai reso al Diavolo un gran servigio, scacciando gli angioli dalla caverna. Devi sapere che essi vi avevano nascosto il tesoro della regina Saba e del re Salomone, salvato da Gerusalemme dopo la distruzione di quella città. Si erano ridotti qui dopo lunghe peregrinazioni e ad essi lo aveva confidato “Il Nazzareno”. Se occhio umano riusciva a mirarlo, essi ne perdevano la custodia, e il tesoro passava nelle mani del nostro signore, Belzebù. Egli ora ti vuole ricompensare e ti permette di penetrare nella caverna e di sceglier magari lo scettro di Salomone e la corona di Saba.» «Non voglio nulla!» diceva Turno tremando. «Non voglio nulla; è roba del Diavolo!» e si fece il segno della croce. Il pipistrello con gli occhi di fuoco cadde in terra come fulminato, e dove era caduto si aprì una buca fonda fonda, che ancora si chiama «Buca del Diavolo» e chi ci precipita non riesce a tornar più su.

Turno, dopo questo fatto, tornò a casa come immelensito. La sua mamma non gli poté cavar di bocca neppur una parola assennata, perché vaneggiava come un matto. La sera gli venne la febbre, una febbre da cavalli, e nessuno sapeva da che derivasse. Così rimase un mese, fra la morte e la vita. Sua madre chiamò i medici a curarlo, ma essi non ci capivano nulla in quella malattia; chiamò le donne che sanno togliere il mal d’occhio, ma neppure quelle riuscirono a guarirlo; finalmente chiamò il curato a benedirlo, e allora Turno si sentì a un tratto sollevato, cessò di gridare e volle confessarsi. Dopo la confessione si comunicò, e appena si sentì in forze, scese in cantina, prese le gioie che vi aveva nascoste e se ne andò col bordone da pellegrino e col capo coperto di cenere, prima alla Verna, dove rimase in preghiera tre giorni, poi all’Eremo di Camaldoli, e finalmente alla Madonna di San Fedele a Poppi. Dinanzi a quella immagine egli depositò le gemme prese nel tesoro della caverna, e la collana e il diadema che nei giorni di festa ornano il collo e la testa della Madonna, sono ancora formate delle stesse perle e delle stesse gemme donate da Turno. Il quale, finché visse sua madre menò un’esistenza laboriosa, alternando il lavoro con le preghiere; ma alla morte della madre vendé la casetta, distribuendone il prezzo ai poveri, e poi andò a farsi frate a Camaldoli e per le sue virtù fu tenuto in concetto di santità. I montecorniolesi non hanno più veduto i diavoli con le spade fiammeggianti a guardia della caverna, ma nessuno ha osato mai di scavare il monte per impossessarsi delle ricchezze. Due ladri soltanto una volta vennero da lontano per rubare quello che sta nascosto nella caverna, ma sull’imboccatura furono tutti e due colpiti da una saetta, che li incenerì. Ma neppure i bimbi buoni, i bimbi poveri dei casolari sparsi sulla montagna hanno avuto più i ricchi doni, e questo fa supporre che in paese gli angeli non siano più tornati.”

La Regina tacque, e Cecco, il bell’artigliere, esclamò: “Mamma, la memoria vi regge, ma una cosa sola avete dimenticato di raccontare a questi bimbi, che vi stanno a sentire a bocca aperta. “Che cosa?” domandò la Regina. “La storia del turbante!” “Non l’ho dimenticata; gliela serbo a domani sera, e per ogni festa del Natale ne ho un’altra.” “Dunque, mamma, ne sapete tre solamente, perché tre son le feste di Ceppo?” esclamò l’Annina, una bimba vispa, che già aiutava in casa come una donnina. “No, no; intendo dire che ne ho in serbo anche per la sera di Capo d’anno, per quella di Befana e per le domeniche di gennaio.” “Siete una gran nonna!” disse, mettendo la testa in grembo alla vecchia, un maschietto di capello rosso, con una testina sempre arruffata e certi occhietti furbi, nei quali si leggeva tutto quel che gli passava nella mente. “Peraltro la novella di stasera non mi capacita.” “Perché?” domandò Cecco alzando Gigino e mettendoselo a cavalluccio sulle ginocchia. “Perché gli angioli non se la dovevano prendere con i bambini se Turno era sceso nella caverna. Mi pare che paghi il giusto per il peccatore, e a noi, a noi che ci si sforza di non far birichinate in tutto l’anno, quando vien la vigilia di Natale, non ci tocca nulla.” “Son novelle!” sentenziò l’Annina, “e si raccontano così per divertire. Se ci credessi, io non porterei mai le pecore a pascere dalla parte di Montecornioli: avrei paura.” “Però Gigino ha ragione, è un’ingiustizia!” dissero a mezza voce altri due piccinucci, che erano sempre del parere del Rossino.

In quel momento si sentì alzare il saliscendi dell’uscio e le mamme tornarono con lo scialle tutto tempestato di sottilissimi cristalli di ghiaccio. Esse vuotarono sulla tavola una fazzolettata di brigidini e di confetti, sui quali i bimbi si gettarono avidamente. “Eccoli i nostri angioli!” esclamò l’Annina. “Ecco il mio angiolo!” disse Cecco abbracciando la sua vecchina. Dopo poco, grandi e piccini, tutti riposavano al podere dei Marcucci, e i bei sogni rallegravano la mente dei bimbi dormenti.

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