Impigliati come mosche negli eventi quotidiani

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Ho letto questo passo casualmente e vi confesso che mi ha fatto riflettere molto sull’importanza del vivere leggeri che, contrariamente, a quanto si possa pensare, non è superficialità. Si tratta probabilmente di valutare ogni situazione per quella che realmente è, senza sovraccaricarla di sovrastrutture, congetture, paure irrazionali o ancor peggio angosce che altro non fanno se non accrescere quel rumore di fondo che ti costringe a stare curvo su te stesso, con le mani nelle orecchie aspettando che passi il prima possibile. Non so se possa dipendere dal carattere, dal modo in cui ciascuno di noi gestisce la propria quotidianità, ma siamo abituati in modo spasmodico a incasellare, programmare, gestire ogni cosa. Tutto deve poter essere controllato, ma ci sono delle situazioni che sfuggono al proprio controllo e per le quali, purtroppo, si può fare ben poco. 

Questa lettera pone la questione su un piano spirituale e penso che possa aiutarci riflettere.

Buona lettura!

Abbandonarsi a Dio, significa sollevarsi a volo sopra le misere cose terrene, e sfuggire allo strato procelloso della vita per riposare più alto nell’immensa tranquillità dell’amore. Quello che ci nuoce di più nella vita è l’agitazione dello spirito che si dibatte fra le contrarietà della vita, perché non ne vede la soluzione o la vede nei foschi colori del pessimismo. Ci sono delle nature minute, pittimòse, acute, che formano di ogni evento il più comune e il più stupido una tragedia: queste nature stanno sempre col compasso, la riga e il calcolo… infinitesimale per misurare perfino un sospiro, un rumore, uno scricchiolio, e pongono cattedra per decidere se si debba accendere una carbonetta in senso orizzontale o verticale. Sono queste logiche che rendono infelicissima la vita, perché per esse ogni atto è un guaio, ogni progetto è un problema della quadratura del circolo, e non riescono a nulla, anzi si dibattono tra le angustie più nere, che diventano con facilità disperazione. Che pena il considerare le pene di queste creature che per cuocere un chilogrammo di pasta debbono installare un parlamento, e che per misurare ogni azione con precisione non si muovono mai, e fanno tutto marcire, perché non hanno iniziative, e risucchiano lo spirito altrui in un affanno continuo e in una mormorazione perenne. Che pena! Che angoscia il vederle in continue lagrime e lamenti!

Eppure basterebbe in tutto, da bimbi affettuosi, abbandonarsi a Dio e far decidere a Lui ogni cosa nel desiderio di compiere la sua Volontà. O mio Dio, vita nostra, ordine placido di ogni creatura, libera queste anime dalle preoccupazioni della vita e rendile tue figliuole.

Da una lettera (inedita) di Dolindo RUotolo al Com. Pasquale Seccia Napoli, 26 Dicembre 1942.

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