Giovani attori: intervista ad Elisa Orilio

Cari lettori,qualche settimana fa, avevo dedicato un articolo ad uno spettacolo teatrale, ispitato liberamente alla fiaba del “Gatto con gli stivali”.  Quest’oggi, ho il piacere di proporvi l’intervista alla giovanissima e talentuosa attrice Elisa Orilio.

 

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Elisa, quando hai scoperto il teatro e deciso di voler fare l’attrice?
Il teatro l’ho scoperto quando ancora non ero nata. E’ sempre stata una passione dei miei genitori, in particolare di mio padre. Credo sarebbe stato un attore fantastico, ma gli è sempre piaciuto (o ha sempre preferito) stare dietro le quinte, ilmio direttore di scena preferito, sarò di parte, ma l’ho sempre visto in questo modo. La mia famiglia ha sempre avuto un amore per questa arte, non solo i miei genitori. Insieme ad amici di vecchia data, mettevano in scena commedie, musical, nel teatro della parrocchia della zona. Io mi ritrovavo seduta nelle poltrone a seguire, spesso, anche le prove, li ammiravo e speravo un giorno di potermi ritrovare al loro posto e/o accanto a loro. Sognavo di stare sul palco. Ho sempre sentito le farfalle nello stomaco entrando in un teatro. Non ho deciso di fare l’attrice, semplicemente lo sentivo, ci speravo e, soprattutto, sognavo. Non mi sono mai ritenuta all’altezza, neanche adesso mi sento all’altezza di rispondere a queste domande, ma ne sono grata e felice. I miei mi hanno sempre spinto a fare un corso di recitazione, ma qualcosa mi bloccava. Non ho mai creduto in me. Quest’anno qualcosa è cambiato. Ho imparato che la vita è una. Va vissuta al massimo. Bisogna credere in se stessi, le opportunità non ti cadono dal cielo. Ho iniziato a farlo, a credere in me stessa. E adesso eccomi qui. Piano piano, inseguo il mio sogno.
Quali sono le tue aspirazioni più profonde?
Credo che come tutti quelli che vogliono fare questo mestiere, arrivare a Broadway sia l’aspirazione più profonda. E’ il sogno di ogni attore o aspirante tale, credo. Possibilmente mi sbaglio. Ma è il mio.
Quando reciti, cosa vorresti che arrivasse al pubblico?
Vorrei semplicemente che arrivasse la verità del personaggio che interpreto. Spero di essere credibile, vera, per quanto sia possibile. Vorrei che arrivassero le emozioni, le sensazioni, che in quel momento provo io. Se riesco a provarle io stessa, allora arriverà anche a chi mi guarda o a chi mi è accanto (i miei colleghi). Sì, vorrei che arrivasse la verità.
Negli ultimi spettacoli, hai interpretato figure femminili dalle sfumature differenti. In quale ti ritrovi di più?
Il personaggio a cui mi sento più vicina è quello della sposa abbandonata. Rappresenta la follia. Questa povera donna abbandonata dal marito, uscita fuori di senno. Almeno una volta nella vita capita a tutte le donne di perdersi a causa di una sofferenza, per amore. Nel caso della sposa è un amore coniugale, un amore di coppia, ma si può soffrire per qualsiasi tipo di amore. A me è capitato. Ho sofferto per delusione di un amore, fraterno. Mi sono sentita abbandonata, vuota e mi sono persa. Non ero più io. Uomini e donne hanno dentro un pizzico di follia. A tutti capita di essere feriti, di rimanere delusi. Per fortuna non sempre si arriva a quei livelli di follia, altrimenti faremmo tutti la fine del Cappellaio Matto.
Pensi che il teatro abbia ancora tanto da dare oppure è in declino?
Penso che il teatro abbia tantissimo da dare. E’ in declino? Sì, ma qui, in Italia. Qui, in Sicilia, a Palermo. Viviamo più per le cose pratiche, per l’economia. Come dice la mia insegnante “qui far l’attore, non viene considerato un mestiere, ma un hobby! Non puoi vivere solo di quello!” E in effetti qui è così. Non sappiamo valorizzare l’arte, non siamo riusciti a mandare avanti, come negli altri paesi, la cultura del teatro. Per questo molti se ne vanno.
Parliamo del tuo personaggio, la baronessa di Monreale. Come ti sei preparata?
L’ho vista nascere, dalla mente di Alessia Spatoliatore. Una delle esperienze più belle di quest’anno e della mia vita. Spero di poterne vivere altre simili. Due mesi di lavoro, praticamente ogni giorno. Ha preso vita lentamente. Una donna costretta a sposare un uomo dal padre, un matrimonio combinato (come si usava fare). Vivere il personaggio, quello che ci insegna Alessia Spatoliatore. Devi viverlo e devi crederci perché la gente veda e creda.

Elisa, se fossi un personaggio in cerca d’autore, il tuo quale sarebbe?
Credo di sentirmi vicina al personaggio della “madre”, definita natura, perché è l’unica che non sa di essere “personaggio”, lei vive quel ruolo. Appunto, vivere il personaggio, esserlo, quello a cui dovrebbe puntare qualsiasi attore.
Che consiglio daresti ai tuoi coetanei che, in questo periodo, si trovano a scegliere cosa fare nella vita?
Seguire il proprio istinto, seguire la propria strada. Il consiglio lo do soprattutto ai genitori. Devono aiutare i propri figli a trovare la loro strada, facendogli anche commettere degli errori. Devono guidarli, sì, ma mai obbligarli. Io sono stata fortunata, ho due genitori che credono in me, mio padre ha la mia stessa passione, mi hanno sempre aiutato, sempre lasciato fare e sbagliare. Così si impara. Così si può essere felici. Non si deve far niente forzatamente. Si può essere felici anche con poco, basta che quel poco ti soddisfi. Non accontentarsi, ma arrivare fin dove si può arrivare. Il consiglio che do’ è non perdere le speranze, lottare fino alla fine per i propri sogni. La vita è una, è bella. Dobbiamo essere felici.

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