Itinerario di Quaresima: IV° tappa

Quest’oggi condivido una parte di un articolo di Enzo Bianchi, priore di Bose dal titolo Dire il Dio di Gesù Cristo. Penso aiuti molto a riflettere sull’identità dell’essere cristiani, un’ identità di cui a volte non si riesce a rendere ragione.

Buona lettura, Dada

 Deserto

Alla fine del prologo del quarto vangelo si legge un’affermazione che costituisce una vera e propria sintesi della fede cristiana: «Dio nessuno l’ha mai visto, ma il Figlio unigenito … ce lo ha raccontato (exeghésato)» (Gv 1,18). Exeghésato:
verbo che può essere tradotto con «raccontare», «fare l’esegesi», «narrare», «spiegare», «rivelare»; parola che racchiude in sé tutto il cristianesimo…
Giovanni afferma innanzitutto una verità semplicissima, che appartiene all’esperienza comune di ogni essere umano: «Dio nessuno l’ha mai visto», oppure, come dirà lo stesso autore nella sua Prima lettera, «Dio nessuno l’ha mai contemplato ( tethéatai)» (1Gv 4,12). Finché noi uomini siamo in vita Dio resta invisibile, inaccessibile (cf. 1Tm 6,16), poiché «chi vede
Dio muore» (cf. Es 33,20), come recita l’adagio biblico. Da sempre «gli uomini hanno cercato Dio, come a tentoni, se mai potessero giungere a trovarlo» (At 17,27): nel cuore dell’uomo vi è un’incessante ricerca di Dio, un quaerere Deum condotto in culture e tempi diversi, approdato a risultati multiformi. Anzi, Dio è stato cercato anche in cammini che non è corretto definire religioni, ma che occorrerebbe chiamare «spiritualità»: mi riferisco al buddhismo, al confucianesimo, «vie» indifferenti all’esistenza di Dio. Già qui emerge un problema di non poco conto: bisogna fare molta attenzione ogni volta che si pronuncia la parola «Dio», perché è connaturale all’uomo un’ansia che lo spinge a ricercare qualcosa che nelle religioni è definito Dio, mentre all’interno di altre vie spirituali è tensione verso una liberazione, verso una meta capace di dare un senso alla vita…

Ebbene, l’uomo cercava Dio a tentoni, ma non poteva conoscerlo pienamente, restava nell’ignoranza (cf. At 17,30); proprio per questo Dio ha alzato il velo su di sé, ha scelto di rivelarsi agli uomini da Abramo (cf. Gen 12) in poi, ponendosi in alleanza con Israele, il popolo disceso da quest’uomo, e impegnandosi con esso mediante delle promesse. E così «Dio ha parlato per mezzo dei profeti», da Abramo fino a Giovanni il Battista; infine lo ha fatto attraverso Gesù, che non solo è stato «profeta potente in azioni e in parole» (Lc 24,19), non solo è stato riconosciuto quale Cristo, Messia, ma si è rivelato l’ultima e definitiva Parola di Dio agli uomini, il compimento di «tutte le promesse fatte ad Abramo e alla sua discendenza per sempre» (cf. Lc 1,55): è Gesù che ci ha raccontato e spiegato compiutamente Dio. In altri termini, dal momento in cui Dio si è umanizzato in Gesù, quest’uomo ha aperto un sentiero unico per andare a Dio, al punto che egli stesso ha potuto affermare nel quarto vangelo: «Nessuno può andare al Padre se non attraverso di me» (Gv 14,6).

Con Gesù si è operato di fatto un mutamento, sul quale non si riflette a sufficienza: prima di lui occorreva credere in Dio, nel «Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe» (Es 3,6; Mc 12,27), e questa fede poteva anche condurre a credere al Messia, fino a riconoscerlo in un uomo venuto sulla terra; dal giorno della glorificazione di Gesù, della sua morte e resurrezione, tale cammino non è più primario. Da quel giorno occorre innanzitutto credere in Gesù, conoscerlo, amarlo e seguirlo: ed è in questo cammino che può rivelarsi anche Dio, un Dio ben diverso da come gli uomini lo avevano cercato e immaginato. La fede in Dio non è dunque condizione di accesso al Vangelo – questo almeno per i gojim, per le genti, mentre resta un preliminare necessario per gli ebrei –, ma è conoscendo l’esistenza umana di Gesù che noi possiamo essere condotti al Dio vivente e vero. Si tratta di un capovolgimento importantissimo, che in questi due millenni di cristianesimo non abbiamo ancora realmente assunto: basti pensare al fatto che, all’interno della nostra catechesi, si continua a incominciare il discorso da Dio per giungere a Gesù solo in un secondo momento. È invece necessario percorrere esattamente l’itinerario opposto! Possiamo trovare sintetizzato questo cammino nella testimonianza fornita dal centurione romano che, sotto la croce, «vedendo Gesù morire in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”» (Mc 15,39). È un pagano che, vedendo tutta la vita di Gesù sintetizzata nell’atto della sua morte, ha avuto la rivelazione del Dio vivente professato da Israele e cercato dalle genti…

Dio: parola decisiva e tuttavia parola che ha ricoperto significati molto diversi, che si è prestata e si presta a utilizzazioni religiose, sociali, politiche e morali disparate. Sì, per noi cristiani Dio è una parola insufficiente! Scriveva significativamente già Giustino, un padre della chiesa del II secolo: «La parola “Dio” non è un nome, ma un’approssimazione naturale all’uomo per descrivere ciò che non è esprimibile» (II Apologia 6). Dio è una parola che può contenere tante proiezioni umane, che può essere il frutto di una riflessione intellettuale, che può essere l’esito di una ricerca di senso fatta dall’uomo; Dio è affermato dai credenti, è negato dagli a-tei – etimologicamente i «senza Dio»… Ebbene, ciò che è decisivo per la fede cristiana non sta in Dio quale premessa, ma si rivela quale meta di un percorso compiuto dietro a Gesù Cristo e con lui, «l’iniziatore della nostra fede»t(ês písteos archegós: Eb 12,2).

E qui va detto che occorrerebbe prendere maggiormente sul serio il fenomeno dell’ateismo, per chiederci: quando un uomo nega Dio, che cosa realmente nega di Dio? Quale Dio nega? O meglio, quali immagini di Dio, forgiate da noi credenti e dalle chiese, un ateo contrasta? In questo senso, paradossalmente, la parola Dio è pericolosa: si pensi solo alle guerre che si sono fatte e si fanno in nome di Dio… Senza dimenticare che gli uomini, soprattutto gli uomini «religiosi», sono sempre pronti a plasmarsi un vitello d’oro (cf. Es 32,1-6), un Dio manufatto secondo i loro bisogni e desideri… No, noi cristiani andiamo a Dio attraverso Gesù, «l’immagine del Dio invisibile» (Col 1,15): narrando Dio con la sua vita, Gesù ha giudicato tutte le immagini e i volti di Dio che gli uomini si fabbricano con le proprie mani: ormai ciò che di Dio può essere conosciuto e predicato è ciò che è stato vissuto e predicato da Gesù.

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