Fiaba indiana

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C’era una volta un Raja che aveva un unico figlio, il quale andava a caccia tutti i giorni. Un giorno la Rani, sua madre, gli disse: “Attorno a queste tre zone puoi vagare liberamente, mentre da quella parte ti è proibito andare.” Ella disse così al figlio poiché sapeva che là avrebbe trovato la bella principessa Labam, e non voleva rischiare che suo figlio lasciasse i suoi genitori per andare via con lei. Il giovane principe ascoltò le parole di sua madre e per un po’ di tempo ubbidì, ma un giorno, mentre si trovava a caccia nelle zone consentite, si ricordò di quanto la Rani gli aveva detto, e fu preso dalla curiosità di andare a vedere cosa c’era nei luoghi vietati. E quando fu lì, si ritrovò in una selva fitta e piena di pappagalli. Il giovane principe sparò un colpo, ma il mucchio si disperse. Erano volati tutti via, eccetto uno: il pappagallo Raja Hiraman, il quale, ritrovatosi da solo, emise un suono di richiamo ed esclamò a gran voce ai suoi compagni: “Non lasciatemi qui da solo con il figlio del Raja! Potrebbe uccidermi! Tornate subito o lo dirò alla principessa Labam.” Allora gli altri pappagalli tornarono indietro fischiettando; tale scena suscitò una gran sorpresa agli occhi del giovane Raja che disse: “Questa poi! Uccelli parlanti!” E subito chiese loro: “Chi è la principessa Labam? Dov’è che vive?” Quelli però non risposero e dissero semplicemente: “Tu non puoi entrare nelle terre della principessa Labam.” Il principe si rattristò moltissimo alla notizia; gettò via il fucile e tornò a casa, e da quel giorno smise di mangiare e di parlare: si rinchiuse nella sua stanza per diversi giorni e non volle vedere più nessuno. Di punto in bianco, sembrò terribilmente ammalato, finché un giorno disse a chiare lettere ai suoi genitori che era deciso a partire per la volta della principessa Labam. “Lasciatemi partire, devo assolutamente vederla! Vi prego, ditemi dove vive.” Supplicò. “Noi non lo sappiamo” risposero i genitori. “In tal caso lo scoprirò da solo.” Proferì. “No, no, non lasciarci, sei il nostro unico figlio” supplicarono i genitori, “resta con noi. Non riuscirai mai e poi mai a trovare la principessa Labam.” “Ma io devo trovarla ad ogni costo,” replicò il giovane, “forse Dio mi insegnerà la strada. Vi prometto che se la troverò, poi tornerò da voi, ma probabilmente morirò e noi non ci rivedremo mai più.” Alla fine essi dovettero lasciarlo andare, perché nemmeno le lacrime di disperazione servirono a trattenerlo. Suo padre gli donò degli splendidi abiti e lo equipaggiò del migliore dei suoi cavalli. Il giovane principe volle dotarsi di arco e frecce e varie altre armi; infine, il Raja gli diede in dote un gran numero di rupie; e quando il suo cavallo fu pronto, egli si congedò dai suoi genitori. La Rani prese il fazzoletto e v’incartò dei dolcetti; li diede al figlio e gli disse: “Tieni, figlio mio. Quando avrai fame, mangia uno di questi.” Finalmente il giovane partì.

Cavalcò per lungo tempo, fino a quando giunse in una fitta giungla immersa nell’oscurità. S’immerse in un corso d’acqua e poi fece lo stesso col cavallo, poi si mise a sedere sotto un albero e pensò di sgranocchiare qualche dolce della madre prima di proseguire il viaggio. Aprì il fazzoletto e ne scartò uno, ma dentro c’era una formica. Ne scartò un altro, ma dentro trovò un’altra formica; mise da parte i primi due e scartò via via tutti gli altri che restavano, ma in ognuno di quelli c’era sempre una formica. Eh, pazienza, pensò, vorrà dire che i miei biscottini li papperanno tutti le formiche. Allora la Formica Regina venne da lui e gli disse: “Ti ringrazio per essere stato benevolo nei nostri riguardi. D’ora in poi, ogni qual volta in cui ti trovassi in difficoltà, pensa a me e tutte noi ti verremo in soccorso.” Il principe ringraziò la Formica Regina, rimontò in sella e riprese il suo cammino, finché giunse presso un’altra selva oscura, e lì vide una tigre con una spina nella zampa che ruggiva dal dolore. “Che hai? Perché urli tanto?” disse il giovane Raja. “Grido dal dolore”, rispose la belva, “ho una spina nella zampa da dodici anni che mi fa tanto male”. “Non preoccuparti, ci penso io” disse il principe. “Se prometti di non farmi del male, la spina te la estrarrò io.” “Oh no, non ti farò niente”, rassicurò la tigre, “ma tu aiutami, ti prego.” Allora il principe prese un coltellino che teneva sempre in tasca ed estrasse la scheggia dalla zampa della bestia; ma dovette farle un piccolo taglio, e quella ruggì ferocemente e così forte da attirare la moglie che si trovava dall’altra parte della giungla e farla accorrere spaventata. Il maschio vide che arrivava e allora fece nascondere il figlio del Raja, così essa non poté vederlo. “Chi è stato a farti del male?” chiese la femmina. “Nessuno, non preoccuparti”, rispose il maschio, “per fortuna il figlio di un Raja è passato di qui per caso ed è stato così gentile da togliermi quella maledetta spina dalla zampa.” “Dov’è? Dov’è andato? Fammelo vedere!” disse la moglie. “Te lo chiamo, ma promettimi di stare buona e di non fargli niente.” “Lo prometto.” Rispose. Allora la tigre maschio fece tornare il principe, e tutti e due s’inchinarono a lui in rispettoso ringraziamento. Poi gli prepararono una lauta cena, e il giovane rimase con loro per i tre giorni seguenti, visitando la zampa della tigre, e il terzo giorno vide che era praticamente guarita. Salutò i suoi nuovi amici ed essi gli dissero: “Se mai ti trovassi in difficoltà, ti basterà pensare a noi e noi vorremo ad aiutarti.”

Poi il figlio del Raja riprese il suo viaggio e cavalcò per altro tempo, fino a che giunse presso un’altra giungla. Là conobbe quattro fachiri che erano appena rimasti privi della guida, che era morta. Essi erano venuti in possesso di quattro oggetti fatati: un letto, che aveva il potere di trasportare ovunque e chiunque vi si coricasse sopra; una borsa, che aveva il potere di riempirsi continuamente di gioielli, cibo, e vestiti. Una borraccia che aveva il potere di dissetare all’infinito il suo possessore, ed infine, una corda ed un bastone: bastava che chi li possedeva dicesse: “Bastone, picchia come se fossi un esercito di uomini” e quello lo avrebbe fatto, e la corda li avrebbe legati stretti come salami. Sicché, i quattro fachiri si stavano disputando quegli oggetti magici, e nessuno di essi voleva lasciare niente agli altri tre. Intervenne allora il figlio del Raja e disse: “Smettetela di litigare. Faremo così: tirerò quattro frecce in quattro diverse direzioni; chi si impossesserà per primo della prima freccia diventerà padrone del letto. Chi prenderà la seconda conquisterà la borsa. Poi lancerò la terza, e chi l’afferrerà per primo avrà diritto alla borraccia, e chi prenderà la quarta freccia potrà tenersi il bastone e la corda.” I quattro acconsentirono e il principe scagliò le quattro frecce, e mentre quelli erano presi a dar la caccia alle quttro frecce, il principe lasciò andare il suo cavallo e salì sul letto; afferrò gli altre tre oggetti ed esclamò: “Letto, portami subito al paese della principessa Labam!” Il letto si alzò in volo, e volò a lungo, finché arrivò nei territori della principessa Labam, e finalmente atterrò. Il principe chiese informazioni ad alcuni uomini che passavano di lì e chiese: “In che luogo mi trovo?” “Nella terra della principessa Labam” risposero, e da lì proseguì a piedi. Camminò per un po’, finché giunse davanti a una casa dove stava una vecchietta. “Chi siete? Da dove venite?” chiese. “Vengo da un paese lontano” rispose il principe, “per favore, concedetemi ospitalità per questa notte.” “Non è possibile” rispose la vecchia, “non posso farvi restare, il nostro Re ha proibito il soggiorno nel nostro paese ai forestieri. Quindi non posso ospitarvi in casa mia. “Per piacere, zietta,” disse il principe, “fatemi rimanere solo per questa notte, vi supplico! Ormai è buio, e se torno nella giungla adesso, le belve feroci mi divoreranno.” “E va bene, ma solo per questa notte. Domattina dovrete andarvene, perché se il re venisse a sapere che vi ho nascosto in casa mia, mi farà imprigionare.” Aprì la porta, e lo fece entrare, e il principe fu molto contento. La vecchia si mise a cucinargli qualcosa, ma egli disse: “Zietta, sarò io a dare del cibo a voi.” Così dicendo, mise le mani nella borsa e disse: “Borsa, dammi delle pietanze” ed ecco fuoriuscire un magnifico pasto, servito su due piatti d’oro. Il principe e la vecchia cenarono insieme.

Quando finirono di mangiare la vecchia stava per andare a prendere dell’acqua, ma il principe disse: “Lascia, ci penso io: tra poco avrai acqua in abbondanza.” Ordinò dell’acqua alla borraccia, e quella si riempì fino all’orlo e continuò a riempirsi fino a quando il principe disse: “Stop!” “Vedete, zietta? Grazie a questa borraccia non patirò mai la sete e potrò sempre avere tutta l’acqua del mondo.” Calò il buio e il principe disse: “Zietta, perché non accendete un lume?” “Ma non si può” rispose, “il nostro Re ce lo ha proibito: egli vuole che il nostro paese rimanga al buio, cosicché, la principessa Labam, sua figlia, possa uscire dai suoi appartamenti e salire sui tetti. Ella brilla di luce propria, e con la sua luce illumina tutti noi. Così, quando sta lassù, il nostro regno è illuminato a giorno.” Le cose andarono esattamente come la vecchia aveva descritto: a notte fonda la principessa si alzò; s’agghindò dei suoi maestosi e ricchi abiti, indossò i suoi gioelli, si tirò su i capelli e intorno al collo mise una collana di perle e diamanti, e risplendette in tutta la sua grandiosa bellezza. Così luminosa come la luna trasformava la notte in giorno. Uscì infine dalle sue stanze e salì sul tetto del palazzo reale. Da creatura nottura che era, non si mostrava mai in pubblico durante il giorno, ma solo durante la notte. Grazie ad ella la notte, trasformatasi in giorno, illuminava tutto il regno di suo padre, e nessuno più rimaneva indietro con il proprio lavoro. Il figlio del Raja la vide e ne rimase incantato: oh, quant’è bella! Pensò. A mezzanotte, quando tutti gli abitanti andavano finalmente a dormire, la principessa poteva ritirarsi di nuovo nel suo appartamento, e mentre dormiva nel suo letto, il giovane Raja sedette sul letto fatato e la raggiunse nella sua camera; disse poi alla borsa: “Dammi un anello bellissimo.” E ne uscì fuori un anello meraviglioso; prese la mano della principessa per infilarle l’anello al dito, ma ella sussultò. “Chi siete? Da dove venite? Come siete entrato nella mia stanza?” “Sono il figlio di un grande Raja, e ho lasciato le terre dei miei genitori per cercarvi.” “Ebbene” proferì la principessa, “se davvero siete chi dite di essere non vi farò giustiziare, ma dirò ai miei genitori che intendo sposarvi.”

Il principe ritornò a casa della vecchia, e il mattino dopo la principessa disse alla regina: “Il figlio di un grande Raja è venuto nel nostro regno, e io intendo diventare sua moglie.” La regina riferì tutto questo al re, il quale disse: “Bene. Se questo principe vuole mia figlia in sposa, dovrà prima rendermi un servizio, e se fallirà, lo farò giustiziare. Gli darò ottanta libre di semi di mostarda che dovrà trasformare in olio in un solo giorno. Se non ci riuscirà, sarà giustiziato. Il mattino dopo il principe raccontò alla vecchia i suoi progetti di matrimonio con la principessa, ed ella disse: “Oh, no, andatevene via da qui, lasciate perdere tutto. Voi non potete sapere quanti aspiranti alla mano della principessa il nostro re ha fatto giustiziare! A tutti i pretendenti della principessa egli assegnava un compito difficile, e chi non riusciva ad eseguirlo era condannato a morte. Nessuno di quei principi è riuscito a soddisfare il nostro re, e alla fine sono morti tutti, e accadrà anche a voi, se tenterete. Vi prego, fuggite!” Ma il principe non ne volle sapere. Il re mandò a prelevarlo a casa della vecchia e fu condotto dinanzi al re, poi il re gli mise in mano le ottanta libre di semi di mostarda e gli ordinò di ricavarne dell’olio entro il mattino seguente. “Chiunque aspiri alla mano di mia figlia deve prima ubbidire ai miei ordini, pena la morte. Sta a voi portare a termine il compito che vi ho assegnato, altrimenti morirete.” A quelle parole il principe ebbe un tuffo al cuore e fu preso dall’ansia. E adesso come faccio? Pensò. Come posso fare tutto quell’olio in un giorno soltanto? D’altra parte, devo riuscirci, o il re mi ucciderà. Portò i semi a casa della vecchia ma non sapeva proprio come fare. Alla fine si ricordò della formica regina, ed eccola comparirgli davanti. “Perché sei così triste?” gli chiese. Il principe le mostrò le ottanta libbre e spiegò: “Vedete questi semi di mostarda? Se non li trasformerò tutti in olio entro domani mattina, il re di questo paese mi manderà al patibolo.” “Non preoccuparti” rispose la formica, “ci penseranno le mie operaie. Lavoreranno tutta la notte, e domattina sarà pronto per essere portato al palazzo del re. Tu rilassati e dormi. Al resto pensiamo noi.” Il figlio del Raja, sollevato, si sdraiò a letto e dormì, mentre le formiche operaie facevano l’olio al posto suo. Il mattino dopo fu felicissimo di constatare che la formica regina aveva mantenuto la promessa.

Così, il principe poté portare l’olio di mostarda alla corte del re, ma quegli disse: “Non posso ancora concederti la mano di mia figlia. Prima ti sottoporrò ad una nuova prova. Prima di sposarla, dovrai combattere contro due demoni, e distruggerli.” Si trattava di due giganti che il re aveva fatto venire a suo servizio diverso tempo prima, ma che non aveva più utilizzato; in seguito li aveva fatti rinchiudere dietro le sbarre, per paura che gli distruggessero il regno e divorassero i suoi sudditi. Ma si vide obbligato a tenerli rinchiusi, perché non sapeva come liberarsene. Perciò aveva ordinato a tutti i pretendenti alla mano della principessa di compiere l’impresa di di ucciderli, con la speranza di liberarsene definitivamente. All’idea di dover combattere contro due mostri giganteschi il principe fu preso dal terrore; e adesso cosa farò? Come ne uscirò vivo? Si disse. Poi gli tornò in mente l’amica tigre, e all’improvviso la tigre e sua moglie comparvero davanti a lui e dissero: “Che ti succede? Perché sei così triste?” Il principe spiegò l’accaduto e la tigre disse: “Non preoccuparti, li sistemeremo io e mia moglie.” Poi il principe tirò fuori dalla borsa fatata due splendidi cappotti fatti d’oro e d’argento e ricoperti di perle e diamanti. Con questi coprì il dorso delle due tigri così esse risplendettero, e poi le condusse al cospetto del re. Il principe chiese: “Maestà, col vostro permesso farò combattere queste due tigri, ed esse annienteranno i vostri demoni.” Il re, che aveva come unico pensiero di liberarsi per sempre dei due giganti, accordò il permesso al principe. “Bene” rispose il principe, “fate venire i demoni: le mie tigri sono pronte a combattere.” E le tigri uccisero i due giganti. Il re, non ancora del tutto soddisfatto, disse al principe: “Molto bene. Ho ancora un compito da affidarvi prima che sposiate mia figlia. Lassù in cielo ho un timpano. Voi dovete andare lassù a suonarlo; se non riuscirete, perderete la vita.” Il figlio del Raja tornò a casa della vecchia e si sdraiò sul letto fatato e disse: “Oh, lettino mio! Lassù in cielo c’è il timpano del re, portami lassù.” Il letto s’innalzò e volò in alto nel cielo e raggiunse il timpano: il principe lo suonò e il re udì il suono. Ma quando il principe fu di ritorno, non volle ancora concedergli la mano della figlia, ma disse invece: “Avete compiuto per me tre imprese; ma non è finita: c’è ancora una cosa che desidero da voi.” “Farò del mio meglio per accontentarvi, Maestà.” Rispose il principe. Uscirono dal palazzo e il re gli mostrò un albero dall’alto fusto che si trovava nel suo giardino. Era un albero molto alto e molto possente; il re consegnò al giovane un’accetta di cera e gli disse: “Domani mattina tornerete qui con quest’accetta e abbatterete quest’albero, tagliando il tronco in due.” Demoralizzato, il povero principe rientrò a casa della vecchia, con una faccia da funerale, convinto che questa volta fosse finita per lui. Disse a se stesso, le formiche mi hanno procurato l’olio di mostarda, le tigri hanno ucciso per me i due demoni giganti, infine, il mio letto fatato mi ha aiutato a raggiungere il timpano in cielo affinché potessi suonarlo, ma adesso che farò? Come potrò tagliare in due un tronco del genere con un’accetta di cera?”

Quella notte si recò nella stanza da letto della fidanzata e le disse: “Domani vostro padre mi farà senz’altro giustiziare.” “E perché mai?” chiese ella. “Perché vuole che abbatta un albero, tagliandone il tronco in due parti, e tutto questo dovrei farlo con un’accetta di cera. Com’è mai possibile riuscirci?” “Non preoccupatevi” rispose la principessa, “fate come vi dico io, e ci riuscirete senza problemi.” Detto questo, si strappò un capello dalla testa e lo consegnò al principe e disse: “Domani, senza farvi sentire da nessuno, dovrete dire al tronco dell’albero, ‘La principessa Labam ti ordina di farti tagliare in due da un suo capello.’ Poi prendete il capello e stringetelo forte alla lama dell’accetta.” Il giorno dopo, il principe fece esattamente come la principessa gli aveva raccomandato, e nello stesso momento in cui il capello di lei legato all’accetta sfiorò il tronco, l’albero si spezzò in due parti e cadde al suolo. Finalmente, il re disse al principe: “Ora sì che avete il permesso di sposare mia figlia”, e le nozze furono celebrate immediatamente. Al matrimonio furono invitati tutti i Raja e le Rani dei paesi vicino, e i festeggiamenti furono meravigliosi. Dopo qualche giorno il principe disse alla sua sposa: “Vieni con me nel regno di mio padre.” Il re concesse alla principessa una ricchissima dote, composta da una gran quantità di rupie, cammelli, cavalli e servitù. Si presentarono nel regno del Raja e furono accolti con tutti gli onori, dove si fermarono a vivere per tutta la vita felicemente. Il principe non si separò mai dai suoi oggetti fatati, ossia, la borsa, il letto, e il bastone. E siccome nessuno mai minacciò di fargli guerra, non ebbe mai più bisogno di usarlo.

J.Jacobs

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