Itinerario di Quaresima: I° tappa

Durante la messa delle Ceneri, il sacerdote mi ha fatto riflettere sull’importanza della Quaresima: ” bisogna cambiare la propria vita in questo tempo che ci viene concesso…è un tempo di grazia! Dobbiamo imparare a prendere degli impegni. Se viviamo la Quaresima come un normale tempo ordinario, non ha senso”.

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Partendo da queste parole, ho deciso di condividere con voi il mio itinerario di Quaresima. Ogni settimana, pubblicherò un articolo che possa aiutare a riflettere su noi stessi, sulla nostra “vocazione”, sulla nostra vita. Oggi vi propongo una bellissima pagina di Carlo Caretto, autore del Deserto nella città. E’ un libro che amo molto, che ho letto e riletto almeno una trentina di volte perché, incredibilmente, mi spinge sempre alla riflessione.

Buona lettura e buon week end!

Dada

Ed eccomi qui a rispondere a chi mi ha chiesto di aiutarlo a cercare in città l’unione con Dio, l’intimità con l’Assoluto, la pace e la gioia del cuore, l’Invisibile presente, la realtà divina, l’Eterno.
Intendiamoci subito: non è cosa facile!
Noi viviamo in un secolo tragico in cui gli uomini, anche i più forti, sono tentati nella fede.
È un’epoca di idolatria, di angosce, di paura; un’epoca in cui la potenza e la ricchezza hanno oscurato nello spirito dell’uomo la richiesta fondamentale del primo comandamento della Legge: “Amerai Dio con tutto il tuo cuore…”.
Come fare a vincere queste tenebre che opprimono l’uomo moderno? Come affrontare questo demone del mezzogiorno che attacca il credente nella maturità della sua esistenza?
Non dubito nel dare una risposta che ho provato sulla mia pelle in un momento difficile della mia vita:
Deserto… deserto… deserto!
Quando pronuncio questa parola sento dentro di me che tutto il mio essere si scuote e si mette in cammino, anche restando materialmente immobile là dove si trova.
È la presa di coscienza che è Dio che salva, che senza di Lui sono “nell’ombra di morte” e che per uscire dalle tenebre devo mettermi sul cammino che Lui stesso mi indicherà.
È il cammino dell’Esodo, è la marcia del popolo di Dio dalla schiavitù degli idoli alla libertà della Terra promessa, alla luminosità e alla gioia del Regno. E questo attraverso il deserto.
Questa parola” deserto” è ben di più che una espressione geografica che ci richiama alla fantasia un pezzo di terra disabitato, assetato, arido e vuoto di presenze.
Per chi si lascia cogliere dallo Spirito che anima la Parola di Dio, “deserto” è la ricerca di Dio nel silenzio, è un “ponte sospeso” gettato dall’anima innamorata di Dio sull’abisso tenebroso del proprio spirito, sugli strani e profondi crepacci della tentazione, sui precipizi insondabili delle proprie paure che fanno ostacolo al cammino verso Dio.
“Sì, un tale deserto silenzioso è santo ed è una preghiera al di là di ogni preghiera che conduce alla Presenza continua di Dio e alle altezze della contemplazione, dove l’anima, infine pacificata, vive della volontà di Colui che essa ama totalmente, assolutamente, continuamente”.
Vi dicevo che la parola deserto significa ben di più di un semplice luogo geografico.
I russi che se ne intendono e che su questo ci sono maestri lo chiamano “pustinia”.
“Pustinia” può significare deserto geografico, ma nello stesso tempo può significare luogo dove si sono ritirati i padri del deserto, può significare eremo, luogo tranquillo dove ci si ritira per trovare Dio nel silenzio e nella preghiera, dove – come dice una mistica russa che vive in America, Caterina de Hueck Doherty – “si può elevare verso Dio le braccia della preghiera e della penitenza in espiazione, in intercessione, in riparazione dei propri peccati e per quelli dei fratelli. Il deserto è il luogo dove possiamo riprendere coraggio, dove pronunciare le parole della verità ricordando ci che Dio è verità. Il deserto è il luogo dove ci purifichiamo e ci prepariamo ad agire come toccati dal carbone ardente che l’angelo pose sulle labbra del Profeta”.
In ogni caso, e qui è la caratteristica che voglio sottolineare, “pustinia” per i russi, e per noi che siamo sulla stessa linea spirituale dell’esperienza mistica, segue l’uomo là dove si trova e non lo abbandona quando di deserto ne ha più bisogno. Se l’uomo non può più raggiungere il deserto, il deserto può raggiungere l’uomo.
Ecco perché si dice: “fare il deserto nella città”.
Fatti una piccola “pustinia” nella tua casa, nel tuo giardino, nella tua soffitta. Non staccare il concetto di deserto dai luoghi frequentati dagli uomini, prova a pensare, e soprattutto a vivere, questa espressione veramente esaltante “il deserto nel cuore della città”.
Il Padre de Foucauld, che fu uno dei più vivaci ricercatori della spiritualità moderna, pose il suo eremitaggio a Beni-Abbes in un contesto tale da rendersi con facilità presente a Dio e presente agli uomini nello stesso momento.
E quando volle costruirvi attorno un alto muro, giunto a mezzo metro lo interruppe per facilitare agli abitanti dell’oasi di oltrepassarlo per venirlo a trovare.
Il muro rimase… come “segno” del suo monastico isolamento. Il deserto occupò più profondamente la sua vita.
Sì, dobbiamo fare il deserto nel cuore dei luoghi abitati.
È un modo concreto per aiutare l’uomo di oggi.
È un problema attuale. Se ne parla con insistenza.
È nell’aria.
Un mio amico, Pierre Delfieux, che fu con me per due anni nel Sahara, ha iniziato a Parigi una forma di vita religiosa basata proprio sull’impegno di vivere nella grande città l’ideale monastico di lavoro, preghiera, silenzio, liturgia, carità.
Non dubito quando affermo che in pochi decenni ogni città vedrà il miracolo di queste fondazioni “di urto” e lo splendore di uomini e di donne che sanno trasformare “babele” in Gerusalemme e la “deportazione” in luogo di preghiera.
Per intanto incominciamo dal poco, e veniamo al progetto iniziale. Questo libro è stato concepito come un aiuto a trascorrere una settimana di preghiera più intensa, di ricerca approfondita di Dio nel cuore dei tuoi impegni.
Scegli una settimana qualunque, non fantasticare sulle possibilità ma accetta la realtà com’è.
Tienti vicina la Bibbia come strumento indispensabile e punta sull’amore che è in te.
Come luogo non preoccuparti, perché tutto è “luogo” di Dio e “ambiente” della Sua presenza.
Per incoraggiarti, ti dirò che quando mi sono convertito avevo fatto del treno il “luogo” della mia preghiera.
Facevo il “pendolare” per motivi di lavoro e tu sai cos’ è un vagone ferroviario che parte e arriva in città al mattino e alla sera, stracarico di operai e studenti. Chiasso, risate, fumo, trambusto, pigiapigia.
Io mi sedevo in un angolo e non sentivo nulla. Leggevo il Vangelo.
Chiudevo gli occhi.
Parlavo e ascoltavo Dio. Che dolcezza, che pace, che silenzio!
La potenza dell’amore superava la dispersione che cercava di penetrare nella mia fortezza.
Ero veramente uno con me stesso e nulla mi poteva distrarre.
Sotto la presa dell’amore ero in pace.
Sì, doveva essere proprio l’amore a creare l’unità in me.
Difatti gli innamorati che si trovavano sul treno bisbigliavano tra di loro in perfetta armonia senza preoccuparsi di ciò che capitava attorno.
Io bisbigliavo col mio Dio che avevo ritrovato. “Pustinia” .
Fare il deserto nei luoghi abitati.
Fare di un vagone ferroviario un luogo di meditazione e delle strade della mia città i corridoi del mio ideale convento.
Ti dirò subito un’altra cosa che è molto importante per chi, come te, è molto occupato e dice che non ha tempo per pregare.
Considera la realtà in cui vivi, l’impegno, il lavoro, le relazioni, le adunanze, le camminate, le spese da fare, il giornale da leggere, i figli da ascoltare, come un tutt’uno da cui non puoi staccarti, a cui devi pensare.
Dirò di più: un tutt’uno attraverso il quale Dio ti parla e ti conduce.
Non è fuggendo che tu troverai Dio più facilmente ma è cambiando il tuo cuore che tu vedrai le cose diversamente.
Il deserto nella città è solo possibile a questo patto: vedere le cose con occhio nuovo, toccarle con uno spirito nuovo, amarle con un cuore nuovo.
Teilhard de Chardin direbbe: abbracciarle con cuore casto.
È allora che non occorre più fuggire, alienarsi, chiudersi tra sogno e realtà, spaccarsi tra ciò che penso e ciò che faccio, andare a pregare e poi distruggersi nell’azione, fare i pendolari tra Marta e Maria, restare perennemente nel caos, avere il cuore diviso, non sapere dove sbattere la testa. Sì, la realtà ci educa e come!
La realtà è il vero veicolo sul quale Dio cammina verso di me.
Nel reale trovo Dio molto più vitalmente che nei bei pensieri che di Lui o su di Lui mi posso fare.
Specie se è una realtà dolorosa dove la volontà è messa a dura prova e dove riscopro con più evidenza la mia povertà.
Senti cos’è capitato a me in proposito. Quando partii per il deserto avevo veramente lasciato tutto com’è l’invito di Gesù: situazione, famiglia, denaro, casa. Tutto avevo lasciato meno… le mie idee che avevo su Dio e che tenevo ben strette riassunte in qualche grosso libro di teologia che avevo trascinato con me laggiù.
E là sulla sabbia continuavo a leggerle, a rileggerle, come se Dio fosse contenuto in una idea e che avendo belle idee su di Lui potessi comunicare con Lui.
Il mio maestro di noviziato mi continuava a dire: “Fratel Carlo, lascia stare quei libri. Mettiti povero e nudo davanti all’Eucaristia. Svuotati, disintellettualizzati, cerca di amare… contempla…”.
Ma io non capivo un bel nulla di ciò che volesse dirmi. Restavo ben ancorato alle mie idee.
Per farmi capire, per aiutarmi nello svuotamento mi mandava a lavorare.
Mamma mia!
Lavorare nell’oasi con un caldo infernale non è facile!
Mi sentivo distrutto. Quando tornavo in fraternità non ne potevo più.
Mi buttavo sulla stuoia nella cappella davanti al Sacramento con la schiena spezzata e la testa che mi faceva male. Le idee si volatilizzavano come uccelli fuggiti dalla gabbia aperta.
Non sapevo più come cominciare a pregare. Arido, vuoto, sfinito: dalla bocca mi usciva solo qualche lamento.
L’unica cosa positiva che provavo e che cominciavo a capire era la solidarietà coi poveri, i veri poveri. Mi sentivo con chi era alla catena di montaggio o schiacciato dal peso del giogo quotidiano. Pensavo alla preghiera di mia madre con cinque figli tra i piedi e ai contadini obbligati a lavorare dodici ore al giorno durante l’estate.
Se per pregare era necessario un po’ di riposo, quei poveri non avrebbero mai potuto pregare. La preghiera, quindi, quella preghiera che avevo con abbondanza praticato fino ad allora era la preghiera dei ricchi, della gente comoda, ben pasciuta, che è padrona del suo tempo, che può disporre del suo orano.
Non capivo più niente, meglio incominciavo a capire le cose vere.
Piangevo!
Le lacrime scendevano sulla “gandura” che copriva la mia fatica di povero.
E fu proprio in quello stato di autentica povertà che io dovevo fare la scoperta più importante della mia vita di preghiera.
Volete conoscerla?
La preghiera passa nel cuore, non nella testa.
Sentii come se una vena si aprisse nel cuore e per la prima volta “esperimentai” una dimensione nuova dell’unione con Dio.
Che avventura straordinaria mi stava capitando. Non dimenticherò mai quell’istante.
Ero come un’oliva schiacciata dal torchio.
Al di là della “sofferenza” che dolcezza indicibile mi inondava tutta la realtà in cui vivevo!
La pace era totale. Il dolore accettato per amore era come una porta che mi aveva fatto transitare al di là delle cose.
Ho intuito la stabilità di Dio.
Ho sempre pensato, dopo di allora, che quella era la preghiera contemplativa.
Il dono che Dio fa di sé a chi gli offre la vita come dice il Vangelo: “Chi perde la sua vita la troverà” (Matteo, 10, 39).
E allora: coraggio!
Scegli una settimana per fare “pustinia”, cioè cercare il deserto nel cuore della città, nel mezzo dei tuoi impegni.
Tienti vicina la Bibbia.
Troverai qui per ogni giorno un tema da sviluppare con le indicazioni bibliche necessarie.
Ti ho fissato anche i salmi e le letture per la preghiera del mattino e della sera.
In uno di questi giorni ti confesserai ad un sacerdote.
Cerca di terminare il tuo ritiro con la commemorazione della morte e della Resurrezione di Gesù che è il giorno del Signore, la domenica, prendendo parte ad una Liturgia Eucaristica per comunicarti al Corpo e al Sangue di Gesù.
Se vuoi che il tuo deserto nella città dia frutti immediati e sensibili fa’, ogni giorno – meglio ogni notte – un’ora di preghiera contemplativa impegnando anche il tuo corpo in un atteggiamento orante come puoi imparare dalle illustrazioni.
Buon deserto!

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