Vittoria Colonna: poetessa e letterata. Seconda parte

Vittoria_colonna_from_barcelona

Sebastiano del Piombo, Ritratto di Vittoria Colonna

Misere noi sole sfortunate,

che ‘n mille modi Amore ci vince e ci prende.

 

La figura e la produzione poetica di Vittoria Colonna sono la perfetta espressione del secolo in cui visse; in connubio profondo di Cristianesimo e Platonismo, interpretò le esigenze e le speculazioni degli intellettuali del tempo, e proprio per le posizioni filosofiche da lei assunte, alcuni  versi sembrano intrisi di logicità piuttosto che di passione, con una forza di persuasione che suscitò l’ammirazione dei contemporanei.

Vasto è il corpus della sua produzione poetica,  ristampato spesso anche dopo la morte, che, oltre alle Rime, comprende il Pianto sulla passione di Cristo e l’Orazione sull’ Ave Maria e cospicui versi dedicati al marito, che fece pubblicare solo quando furono trascorsi  dieci anni di lutto.

Le Rime, che attualizzano gli schemi petrarcheschi, edite a Venezia nel 1544, sono suddivise in due parti: le rime amorose e le rime spirituali,  armoniosamente legate fra loro. Esse hanno il chiaro intento di magnificare l’eroica figura del marito e sono ispirate da riflessioni religiose e morali che rispecchiano interamente, anche nello stile, spesso considerato troppo concettoso e freddo, più intellettuale che sentimentale,  la sua rigorosità.

Nella prima parte sono raccolti i versi dedicati alla celebrazione delle virtù cavalleresche del suo amore strappato, accoratamente rimpianto e considerato guida e sostegno morale. Nella seconda sono presenti, invece, le rime di ispirazione più propriamente religiosa, dove trovano spazio l’espressione della sensibilità per i temi della fede e del rinnovamento della chiesa.

L’epistolario della Colonna costava di 22 lettere, indirizzate a personaggi di spicco del panorama politico del suo tempo: dalla duchessa di Urbino alla quale scrive nove lettere, a Papa Marcello II, ad autorevoli scrittori come Ludovico Dolce e Giangiorgio Trissino ai quali erano dedicate rispettivamente l’undicesima e la dodicesima epistola. La raccolta si apriva con una lettera dedicata a Filiberto di Chalons, principe D’Oranges affinché vigilasse su Fabrizio Maramaldo, capitano spagnolo durante l’assedio di Firenze del 1530.

 

 

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