Lettera di donna

Il brano che vi presento oggi è tratto dalle Heroides di Ovidio che  cerca di restituire ad alcune figure femminili della mitologia e della classicità, quel flatus vocis, a lungo negato da un mondo letterario che grande spazio aveva invece dedicato alle imprese gloriose degli eroi. L’opera ovidiana è testimonianza di un modello in cui le donne, mittenti e destinatarie delle missive, sono protagoniste della propria vita ed affidano alle lettere il proprio cuore.

Buona lettura, Dada

LawrenceAlmaTadema-Expectations-1885

Laodamia a Protesilao

La tessala Laodamia manda saluti allo sposo tessalo e, poiché lo ama, desidera che giungano al destinatario. Corre voce che sei fermo in Aulide, trattenuto dal vento: ah! ma quando fuggivi da me, dov’era questo vento? Allora i flutti avrebbero dovuto opporre resistenza ai vostri remi; quello era il tempo in cui mi sarebbe servito il mare in tempesta. Avrei potuto dare a mio marito più baci e più raccomandazioni: sono molte le cose che avrei voluto dirti. Sei stato portato via di qui precipitosamente e c’era il vento a chiamare le tue vele, vento che desideravano i marinai, non io. Il vento era propizio ai naviganti, non ad una donna innamorata; venni sciolta dal tuo abbraccio, Protesilao, e la lingua lasciò incompiute le mie raccomandazioni; potei appena pronunciare un malinconico “Addio”. Si scatenò Borea, gonfiò e trascinò via le vele e ormai il mio Protesilao era lontano. Finché potei guardare mio marito, guardare mi dava sollievo, ed inseguii a lungo i tuoi occhi con i miei; quando non potevo più vederti, potevo vedere le tue vele, e le vele trattennero a lungo il mio sguardo. Ma dopo che non vidi più né te, né le vele che si allontanavano, e ciò che guardavo non era altro che mare, anche la luce se ne andò con te, e, fattosi buio all’improvviso, mi si dice che, pallida, caddi sulle ginocchia che si piegavano. A fatica mio suocero Ificlo, a fatica l’anziano Acasto, a fatica mia madre afflitta mi rianimarono con acqua gelata. Compirono un atto pietoso ma a me non utile: mal sopporto che a un’infelice non sia stato consentito di morire. Appena ripresi i sensi, contemporaneamente ritornò il tormento; un amore legittimo divorava il mio casto petto. Non mi curo di farmi acconciare i capelli, né provo piacere ad indossare una veste dorata. Vago qua e là, dove mi conduce il delirio, come le donne che si crede abbia toccato, con il tirso intrecciato di pampini, il dio dalle due corna. Accorrono le donne di Fillo e gridano rivolte a me: “Laodamia, indossa gli abiti regali!”. Io dovrei indossare vesti cariche di porpora e lui combattere sotto le mura di Ilio? Io dovrei acconciarmi i capelli, e lui patire il peso dell’elmo sulla testa? Io portare abiti nuovi, mio marito armi pesanti? Si dice che ho imitato per quanto posso con la mia trascuratezza i suoi disagi; voglio trascorrere nella tristezza questo tempo della guerra. Maledetto figlio di Priamo, bello a danno dei tuoi, possa tu essere nemico tanto infingardo, quanto sei stato ospite sleale! Avrei voluto che tu avessi trovato sgradevole l’aspetto della sposa tenaria e che a lei non fosse piaciuto il tuo. Tu, Menelao, che troppo ti affanni per la sposa rapita, ahimè! quanto pianto causerà a molti la tua vendetta! Dèi, vi prego, allontanate da noi il malaugurato presagio e mio marito possa offrire le sue armi a Giove, protettore del ritorno! Ma ho paura, ogni volta che penso a questa deplorevole guerra; la mie lacrime scorrono come neve che si scioglie al sole. Ilio e Tenedo e Simoenta e Xanto e Ida sono nomi che fanno paura quasi solo a sentirli. E l’ospite non avrebbe osato portarla via, se non fosse stato in grado di difendersi: conosceva le sue forze, lui. Era arrivato, come si racconta, attirando gli sguardi per la profusione di oro, come se portasse sul suo corpo le ricchezze della Frigia, forte per la flotta e per i soldati, mezzi con i quali si conducono atroci guerre – e quanta parte di regno accompagna ogni re? Suppongo che tu sia stata conquistata da queste cose, figlia di Leda, sorella dei gemelli; questo penso possa recar danno ai Greci. Temo un certo Ettore: Paride disse che Ettore con mano insanguinata conduce guerre spietate. Guardati da Ettore, chiunque egli sia, se ti sono cara: tieni impresso questo nome in petto e ricordalo. E se riesci ad evitarlo, ricordati di evitare gli altri e considera che lì ci sono molti Ettori. Ogni volta che ti preparerai a combattere, fa’ in modo di dire: “Laodamia mi ha ordinato di risparmiarla”. Se è destino che Troia cada per mano dei soldati argivi, cada senza che neanche tu abbia alcuna ferita. Combatta pure Menelao e si getti contro i nemici che gli si oppongono per strappare a Paride chi Paride ha precedentemente sottratto a lui. Piombi loro addosso e sconfigga anche con le armi l’uomo che ha già sconfitto per diritto; lui che è il marito deve reclamare la sua sposa in mezzo ai nemici. La tua causa è diversa: voglio che tu combatta soltanto per la vita, per poter tornare fra le devote braccia della tua donna! Vi supplico, discendenti di Dardano, fra tanti nemici risparmiate lui solo, in modo che da quel corpo non scaturisca il mio sangue! Lui non è adatto a gettarsi nella mischia con la spada sguainata e a opporre un petto feroce agli avversari; egli può amare con molto più vigore di quanto combatta. Gli altri facciano pure la guerra, Protesilao ami! Ora lo confesso: volevo richiamarti indietro e il mio cuore mi spingeva; ma la lingua si arrestò per timore di un cattivo augurio. Mentre decidevi di uscire dalla casa paterna per andare a Troia, il tuo piede, inciampando nella soglia, diede un presagio. Come lo vidi, ebbi un gemito e tra di me dissi: “Sia questo un segno, io prego, del ritorno di mio marito!”. Ti racconto queste cose perché tu non ti esponga nei combattimenti; fai in modo che tutta questa mia ansia si dissolva nel vento! Anche una profezia riserva destino avverso a colui, non so chi, che per primo dei Danai tocchi il suolo troiano: sventurata colei che per prima piangerà la perdita del marito! Facciano sì gli dèi che tu non voglia essere temerario! Fra mille imbarcazioni la tua nave sia la millesima e per ultima si muova nelle acque trafficate! Anche questo ti raccomando: sbarca assolutamente per ultimo dalla nave! Non è il suolo paterno, quello verso cui ti affretti. Ma quando verrai, allora spingi forte con i remi e con le vele la tua nave e arresta il rapido corso sulla tua spiaggia! Sia che Febo si nasconda, sia che si levi in alto sulla terra, tu sei dolore per me giorno e notte: ma più di notte che di giorno. La notte è gradita alle donne il cui collo riposa su di un braccio vigoroso. Nel mio letto solitario inseguo sogni ingannevoli: poiché mi mancano gioie reali, mi accontento di quelle fittizie. Ma perché mi viene incontro la tua immagine pallida? Perché mi giungono dalle tue parole espressioni di dolore? Mi scuoto dal sonno e prego i fantasmi della notte; nessun altare tessalo manca delle mie offerte: spargo sopra incenso e lacrime, la fiamma bagnata dalle lacrime si ravviva, come quando si riattizza se spruzzata di vino. Quando, ti stringerò ancora con avide braccia al tuo ritorno, e mi sentirò venir meno, sfinita dalla mia stessa gioia? Quando avverrà che, strettamente abbracciato a me in un unico letto, mi racconterai le gloriose imprese della tua spedizione? E mentre me ne parlerai, anche se mi farà piacere stare ad ascoltare, mi strapperai tuttavia molti baci, molti ne darai. Accade sempre che questi interrompano opportunamente il racconto; la lingua, ristorata dal dolce indugio, è più sciolta. Ma quando ripenso a Troia, quando ripenso ai venti e al mare, la speranza crolla, vinta da angoscioso timore. Anche questo mi preoccupa, che i venti impediscano alle navi di salpare: vi preparate ad affrontare un mare avverso. Chi desidererebbe tornare in patria col vento contrario? Voi volete prendere il largo dalla vostra patria quando il mare non lo consente! Lo stesso Nettuno non vi apre la via verso la sua città. Dove vi precipitate? Tornate ognuno alla vostra casa! Dove vi precipitate Greci? Ascoltate il divieto dei venti! Questa sosta non è dovuta ad un caso improvviso – è un dio che la vuole. Cosa si va a cercare con una così gran guerra se non un’ignobile adultera? Finché potete, o navi di Inaco, volgete indietro le vele! Ma cosa faccio? Richiamo indietro? Stia lontano il presagio del richiamo, ed una dolce brezza assecondi la tranquillità delle acque! Invidio le donne troiane anche se vedranno i tristi funerali dei loro cari ed il nemico non sarà lontano; la sposa novella, proprio lei con le sue mani, porrà in capo al forte marito l’elmo e gli darà le armi dardanie; gli darà le armi e mentre gliele darà, prenderà al tempo stesso baci – questo gesto sarà dolce per entrambi – e accompagnerà fuori il marito, gli raccomanderà di tornare e dirà: “Fa’ in modo di riportare indietro queste armi a Giove!”. Lui, portando con sé le ultime raccomandazioni della sua donna, combatterà con prudenza e volgerà il pensiero alla sua casa. Al suo ritorno lei gli toglierà lo scudo, gli slegherà l’elmo e ne accoglierà sul seno il corpo stremato. Noi invece siamo nell’incertezza, un angoscioso timore ci costringe a ritenere avvenuto, quanto può accadere. Tuttavia, finché come soldato impugnerai le armi in una terra lontana, ho con me un’immagine di cera, che riproduce il tuo volto: a lei rivolgo tenerezze, a lei le parole destinate a te, è lei a ricevere i miei abbracci. Credimi, quell’immagine vale più di quanto appaia: aggiungi la voce alla cera, sarà Protesilao. È lei che contemplo e stringo al petto come se fosse realmente mio marito e con lei mi sfogo, come se potesse rispondermi. Giuro sul tuo ritorno e sul tuo corpo, che sono i miei numi, e sulle fiaccole unite del cuore e del matrimonio, e sulla tua testa – che possa vederla imbiancare per la canizie, e che tu possa riportarla indietro con te! – giuro che io ti raggiungerò, come compagna, ovunque tu sia chiamato, sia che… ahimè, quel che temo – sia che tu sopravviva. La lettera si chiuda con una piccola raccomandazione: se hai cura di me, abbi cura di te!

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